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Enrico Berlinguer e la questione morale come questione democratica

Enrico Berlinguer e la questione morale come questione democratica

Trenta anni fa moriva Enrico Berlinguer. La figura del leader comunista è ormai ridotta a un santino intoccabile e allo stesso tempo inoffensivo: non se ne possono far notare gli storici errori, e, d'altra parte, ogni valutazione del suo operato è limitata a un presunto moralismo ascetico, privo di connotazioni politiche che possano incidere sulla politica di oggi.
Eppure è proprio da una rilettura della celebre intervista di Eugenio Scalfari del 1981, quella sulla "questione morale", che si potrebbero trarre spunti interessanti per capire a che punto è, oggi, tra politica e antipolitica, la democrazia in Italia.

Per Berlinguer, infatti, la questione morale è tutt'altro che un fatto semplicemente etico, e tanto meno giudiziario. Dice il segretario del PCI:

I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l'iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un "boss" e dei "sotto-boss". La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la DC: Bisaglia in Veneto, Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio, De Mita ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso e per i socialdemocratici peggio ancora...

La parte sull'illegalità e sulla corruzione, per quanto ovviamente rilevante, è assolutamente minoritaria nell'economia del ragionamento. A Berlinguer interessa di certo denunciare le degenerazioni dovute all'occupazione dello stato da parte dei partiti, e lo spiegherà bene più avanti nella stessa intervista. Ma più di tutto gli interessa spiegare perché questa degenerazione avviene e perché è un problema per tutti, comunisti o meno. Quello del segretario del PCI, come scrive Lucio Magri ne "Il sarto di Ulm", è "lo spunto per un nuovo sviluppo della riflessione comunista sul tema della democrazia, sul binario di Marx e Gramsci".

Non si può capire il senso del ragionamento di Berlinguer se non lo inserisce in una lunga tradizione di pensiero, che ha segnato l'evoluzione del movimento operaio mondiale e in particolare la storia della sinistra italiana. Non è questa la sede per un'approfondita rassegna della "questione del partito" da Lenin all'operaismo italiano passando attraverso Michels e la socialdemocrazia tedesca. Ma una cosa va detta: dal 1944 in poi, i partiti, dal punto di vista del PCI, erano strumenti utili e necessari a far partecipare masse di cittadini a un gioco, quella del parlamentarismo liberale, che era stato costruito per tenerli fuori. Attraverso i partiti, la partecipazione di massa organizzata alla politica forzava le regole del gioco senza farle saltare, salvaguardando il compromesso tra le forze antifasciste e le compatibilità della guerra fredda, ma allo stesso tempo fornendo ai cittadini degli strumenti reali attraverso cui determinare un cambiamento sulle politiche del governo così come sull'economia o sull'amministrazione locale. Insomma, come recita l'art.49 della Costituzione, "Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale".

Berlinguer, nato e cresciuto in questo modello, nel 1981 ne ammette pubblicamente il fallimento, forse anche al di là delle proprie intenzioni. La sua analisi, infatti, è talmente impietosa da rendere evidente il carattere debole e propagandistico della soluzione che propone, cioè la "diversità comunista". Un dato soggettivo sicuramente reale, fatto di buona amministrazione e passione militante, ma non certo sufficiente a resistere alla forza di un processo storico e strutturale come quello descritto da Berlinguer, cioè la professionalizzazione dei partiti come macchine per la gestione dell'esistente, privi di quel dato di partecipazione di massa che allo stesso tempo li vincolava nelle scelte e nei comportamenti e ne legittimava la centralità nella democrazia italiana.

Oggi riesce quasi impossibile pensarlo, ma chi aveva bisogno di preferenze o di primarie, in un'epoca in cui il partito comunista aveva 2 milioni di iscritti e DC e PSI stavano rispettivamente poco sopra e poco sotto il milione? Quella che Berlinguer identificava nel 1981 non era semplicemente una crisi etica, ma una crisi di legittimità e di forza: partiti svuotati e non più capaci di riempire il vuoto di partecipazione democratica che è connaturato alla rappresentanza parlamentare, interpretando correnti culturali e intrecciando bisogni sociali, fornendo all'individuo atomizzato della società occidentale strumenti cognitivi per comprendere la realtà e strumenti materiali per cambiarla.

Nel 1981, Berlinguer stava denunciando la fine di quella fase, esattamente come, negli stessi mesi, constatava l'esaurimento della spinta propulsiva della Rivoluzione d'Ottobre. I partiti di massa, costruiti sull'Italia degli anni '40 e '50, non avevano resistito ai potenti cambiamenti prodotti dal boom economico degli anni '60, dalla rivoluzione culturale del '68 e dalla successiva crisi. Non erano più in grado di tenere insieme rappresentanti e rappresentati, amministrazione e cambiamento, e questo era tanto più grave per un partito come il PCI, che dagli anni '40 viveva nella costante tensione tra parlamentarismo e rivoluzione, sintetizzata nella difficile formula della "via italiana al socialismo". Una situazione resa ancora più grave dalla disgregazione dei soggetti sociali dovuta alla ristrutturazione capitalista e dalla riduzione dei margini di manovra dei poteri pubblici in seguito al taglio dello stato sociale e all'egemonia del mercato.

La questione morale, insomma, fin dall'epoca si poneva come una questione democratica: se i partiti non funzionavano più come pilastri della democrazia, che fare? Una domanda a cui il sistema politico italiano nella sua complessità non diede risposta per un intero decennio, autocondannandosi al suicidio collettivo del 1992-'93. Allora, le scelte furono diverse: DC e PSI si arroccarono nella strenua difesa del sistema dei partiti, considerando la corruzione un effetto collaterale inevitabile e denunciando la mancanza di alternative a quel sistema, pena la distruzione della rappresentanza democratica; il PDS, invece, scelse di cavalcare la tigre dell'americanizzazione, allineandosi alla battaglia contro il sistema dei partiti lanciata da Segni, dalla destra neofascista e dalla grande stampa. Maggioritario, bipartitismo e personalizzazione della politica come pilastri di un nuovo sistema di rappresentanza basato sull'alternanza, in cui il problema della partecipazione democratica è, semplicemente, rimosso. E fu questa linea a prevalere.

A più di vent'anni dal crollo della prima repubblica e a più di trent'anni dalla denuncia di Berlinguer, non è cambiato assolutamente nulla. I partiti sono ben lontani dall'aver recuperato il radicamento e la capacità rappresentativa degli anni '50 e '60, e si trovano, strutturalmente e irrevocabilmente, in una condizione di subalternità totale sia ai poteri economici (vedi governo tecnico), sia ai media (vedi caso Unipol, o, più recentemente, lista Saviano), sia ai loro stessi signorotti (vedi casi di corruzione che si susseguono uno dopo l'altro). Il tentativo di Pierluigi Bersani e dei suoi sostenitori di restaurare un potere del partito nel campo del centrosinistra, emancipando il Pd dalla tutela di Repubblica che ne aveva pesantemente condizionato la nascita, è in linea con la fallimentare linea di DC e PSI del 1992: salvare i partiti come unico strumento di democrazia possibile, quando in realtà i partiti sono ridotti a macchine elettorali con poche decine di migliaia di iscritti e nessun radicamento reale. Una linea assolutamente inefficace di fronte all'offensiva che, con la scusa della corruzione e dei costi della politica, mira semplicemente ad abbattere il potere pubblico in quanto tale e quindi la possibilità di una gestione democratica della società e dell'economia, conquistando nuovi spazi all'autoritarismo del mercato.

A più di 30 anni dalla denuncia di Enrico Berlinguer, il problema della rappresentanza democratica resta apertissimo, e i partiti sono, come allora, e forse più di allora, strumenti assolutamente insufficienti a rispondere alla diffusa e crescente domanda di partecipazione e di cambiamento. La seconda repubblica sta finendo con la stessa alternativa che chiuse la prima, quella tra la difesa del sistema dei partiti e il suo superamento in senso plebiscitario e anglosassone. La storia ha dimostrato l'insufficienza di entrambe queste prospettive, e sarebbe forse il caso di ripartire da Enrico Berlinguer, dai suoi interrogativi più che dalle sue risposte: come si esprime la partecipazione democratica sul piano sociale e su quello della rappresentanza politica, in una società complessa? Come possono i soggetti sociali, oggi articolati in maniera ben più frammentata e complessa di qualche decennio fa, trovare un'espressione all'interno e all'esterno del quadro politico parlamentare? Quali strumenti di organizzazione possono tenere insieme soggetti sociali e politici, partiti e movimenti, associazioni e collettivi, cooperazione e mutualismo, in coalizioni pragmatiche ed efficienti?

A queste domande la sinistra italiana non ha ancora risposta, neanche quella a sinistra del Pd: quello di Di Pietro resta un irripetibile mix di populismo plebiscitario e clientelismo notabilare, mentre in Sel e Prc le diverse sperimentazioni effettuate (le primarie e il neocollateralismo con le organizzazioni sociali da una parte, il tentativo di rilanciare un radicamento mutualistico sul modello del "partito sociale" dall'altra) hanno trovato i medesimi ostacoli, nella resistenza delle burocrazie e nell'assenza della massa critica necessaria a determinare qualsiasi effetto reale.

La sfida è aperta, e non è più rimandabile: senza una riflessione sulla partecipazione democratica e la rappresentanza, sul superamento della forma partito e sulla sperimentazione di forme più avanzate di cooperazione politica tra soggetti diversi, difficilmente ci sarà ancora spazio per una sinistra in questo paese.

Ultima modifica ilMercoledì, 11 Giugno 2014 12:05
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