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Il Veneto sott'acqua: perché la tragedia di Refrontolo viene da lontano

Il Veneto sott'acqua: perché la tragedia di Refrontolo viene da lontano

La tragedia del paese di Refrontolo sta facendo parlare per l’ennesima volta di Veneto e di alluvioni. Come accade sempre più spesso, una forte pioggia nella regione ha causato la morte di diverse persone, l’isolamento di borghi e frazioni e notevoli danni economici. Si tratta ormai di una storia nota: il Veneto è in emergenza alluvione almeno una volta ogni due settimane da ottobre 2013, con continue esondazioni, frane, erosioni e allagamenti.

Non si tratta certo di fenomeni tipici della regione; è vero che i cambiamenti climatici hanno portato piogge intensissime e trombe d’aria molto più forti e frequenti, ma le responsabilità dei veneti su tutto ciò, e sugli effetti di queste emergenze, sono notevoli.

Innanzitutto partiamo dai cambiamenti climatici. È evidente a tutti coloro che risiedono nella regione che il tipo di precipitazioni, l’intensità e la repentinità con cui si scatenano sono un fenomeno assolutamente nuovo nella storia veneta. Però sarebbe sbagliato dire che i veneti su questo sono privi di colpa: i cambiamenti climatici sono un prodotto diretto del nostro atteggiamento rispetto al Pianeta, non sono capitati per caso. I cambiamenti del clima sono la conseguenza dell’aumento della temperatura dei mari, la cui principale causa è l’enorme consumo di carburanti fossili. Il boom economico che ha portato il nord-est negli anni ’70 e ’80 dall’essere una delle zone più arretrate d’Italia a diventarne la locomotiva è stato tutto basato sull’intuizione che la piccola industria poteva specializzarsi, anziché su un prodotto finito, sull’elaborazione di semilavorati e di particolari. È nata così tutta un’economia del particolare, in cui migliaia di piccole fabbriche, poco più di laboratori artigianali, ha imparato a fare un solo tipo di lavorazioni, o di dettagli, di altissima qualità da esportare in tutto il mondo. Questo sviluppo si basa però necessariamente su una pesantissima articolazione logistica, che vede merci in continuo movimento, interamente sviluppata su ruote e su navi. È facile immaginarsi l’effetto in termini di consumo di combustibili fossili, e quindi le corresponsabilità nel riscaldamento del Pianeta. Ovviamente questo non basta a giustificare quanto sta accadendo, è un piccolo elemento in un sistema di portata mondiale, ma che, esistendo in questa forma e in questi modi, serve a spuntare le armi a chi adotta un atteggiamento fatalista nei confronti dei cambiamenti che stiamo vivendo.

In secondo luogo, la peggiore responsabilità dei veneti su quanto sta accadendo nella regione, è legata al modello insediativo adottato: ogni comune del Veneto, per quanto piccolo, ha una o più aree industriali, una o più aree artigianali, e una o più aree commerciali, tutte al di fuori del centro storico. Queste espansioni incontrollate, figlie della febbre da capannone che ha colpito la regione dagli anni ’80, e che non accenna a diminuire, hanno causato un’urbanizzazione a macchina di leopardo che copre l’intera superficie regionale, con centinaia di piccoli assi stradali diffusi, e con una superficie coperta da materiali impermeabili tra le più alte in Europa. L’effetto di questo è che le acque non riescono a essere drenate dal terreno, e formano così bacini che scaricano totalmente le precipitazioni nei canali e nei letti dei fiumi, sottoposti per questo a repentine onde di piena, e, in virtù di queste, a pesanti sollecitazioni. Inoltre, quest’edificazione selvaggia ha spesso portato a costruire in aree golenali, in zone di risorgiva, o sotto al livello del sicurezza a ridosso degli argini.

In terzo luogo la Regione e gli enti preposti alla gestione della sicurezza idrogeologica, negli ultimi vent’anni, hanno ignorato la necessità di mantenere in buono stato i letti dei fiumi, gli argini, i bacini di espansione, con l'effetto di rinunciare ad ogni strumento utile ad incanalare o sfogare la potenza delle acque. Oramai l'unica via in caso di piena pare essere quella di far saltare gli argini in campagna, sperando di fare meno danni possibile, e ripagando, quando possibile, gli agricoltori a cui si distruggono così i raccolti.

La situazione è grave, ed è solo grazie a una Protezione Civile molto preparata, e sostenuta da un numero di volontari tra i più alti al mondo, che i morti sono stati solo poche decine negli ultimi anni. Ma un intervento continuo di mezzi di intervento in emergenza non fa altro che acuire il problema spostandolo in futuro, e una pesante svolta sul modello economico, sull’uso del suolo e sull’adozione di strumenti per la mitigazione del rischio è più che mai urgente.

Il Presidente Zaia, intanto, per l’ennesima volta, esprime la necessità di agire per rendere sicuro il territorio regionale, snocciolando cifre e misure opportune. Dopo una presenza continua della Lega Nord nella maggioranza del consiglio regionale dal 2000, e con la Presidenza della Regione dal 2010, non si può certo dire che il partito di Zaia non abbia avuto opportunità per mettere mano alla questione. La prova dei fatti mostrerà se si tratta dell’ennesima campagna stampa sulla pelle di una regione che non ha più tempo di attendere.

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