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In “Apnea” per riprendersi il mondo [letture corsare]

apnea libro copertina amurriNello stantio panorama culturale italiano, spesso fa capolino qualche bella novità ed è il caso di Lorenzo Amurri e del suo “Apnea” (Fandango,2012). Lorenzo, figlio musicista e ribelle, di Antonio, paroliere di Mina e autore di grande successo negli anni ’70, ha un incidente mentre scia con la sua fidanzata Jhoanna. Lo copre un manto di neve, la stessa neve che quasi insonorizza la sua vita, fatta di musica, di forti passioni, di eccessi. Da quel volo su una pista di sci percorre una lunga strada fatta di dolore e riabilitazione, un mondo quello della disabilità raccontato senza stereotipi, dove trova spazio il sesso e l’approccio forte, quasi primigenio verso un corpo diverso, verso una sensualità giocata su un altro registro. 

Amurri usa bene le parole, sembra tenere bene a mente la lezione del grande John Fante, che lavorava per confondere le acque, trascinando nei suoi romanzi biografici il lettore in un esercizio quasi agiografico di discernimento tra reale ed immaginario, lo stesso esercizio che il lettore potrà fare tra le pagine di questo romanzo, perdendosi in rivoli di memorie, visioni, sensazioni. E’ un libro caldo, che serve, serve per comprendere che la lotta per la libertà passa anche da qui, che si può fare una rivoluzione puntando forte due ruote sull’asfalto per ritrovare se stessi e la propria strada. Lorenzo Amurri con una scrittura a pieni polmoni, riemerge dall’apnea, giocando e rischiando. Lo abbiamo incontrato, a latere, della presentazione milanese. 

Il libro inizia in maniera silenziosa, un volto immerso nella neve, il tuo. Il mondo senza colonna sonora. Con questo libro, ridai voce a quel silenzio, com'è stato il processo narrativo che ti ha portato a scavare sotto quella neve? 

 

E' stato un processo graduale. Non ho preparato una struttura né una scaletta. Mi sono affidato alla memoria: volevo scrivere solo quello che ricordavo, rischiando anche di saltare avvenimenti importanti. Va detto che la memoria lavora in un modo particolare quando si affrontano situazioni traumatiche: accumula ricordi finché è in grado di gestirli. Quando il cervello è saturo di dolore, cancella tutto e ricomincia da capo. Mano mano che scrivevo, si sono aperte le porte delle stanze dove evidentemente il cervello aveva nascosto quei ricordi, che sono usciti fuori al momento giusto.

« Ai disabili che lottano non per diventare normali ma se stessi », scrive Giuseppe Pontiggia, nella dedica iniziale del libro "Nati due volte", quanto si lotta per essere se stessi da una sedia a rotelle e quanto è duro affermare il proprio io, senza farlo cadere nella retorica?  

Si lotta duramente. Prima per ricostruire la propria personalità, quell'io che si perde nel dolore, nella fatica, nelle difficoltà fisiche e psicologiche che ci si trova a dover affrontare. E poi per cercare di essere considerati al pari delle persone ''normali'', senza trattamenti pietosi o da esseri inferiori. Il problema principale è che la nostra società non è ancora arrivata a fornire le basi indispensabili per una completa integrazione. E questo non agevola l'affermarsi dell'io. C'è ancora da combattere purtroppo, e non tutti hanno la forza di farlo. Credo che si dovrebbe partire dalle scuole, far diventare l'educazione civica una materia importante.

"Apnea" ha un testo asciutto, rigoroso, scritto con precisione ed amore per le parole, come è stato in termini compositivi, far rimanere dentro un recinto emozioni, dolori e gioie, per far si che il libro non avesse mai mediazioni al ribasso?  

Ho cercato di evitare pietismo e autocommiserazione, che comunque non fanno parte del mio mondo. Ho raccontato in modo lucido e diretto tutto quello che mi succedeva nei minimi particolari, con le sfaccettature che sedici anni di disabilità mi hanno portato a conoscere. L'amore e la cura delle parole, va da se, dovrebbe essere la prerogativa di ogni scrittore. Poi c'è la capacità di farlo, che può essere anche un dono non del tutto consapevole. A volte ancora adesso, rileggendo alcuni passaggi, resto stupito dal fatto di averli effettivamente scritti.

Uno scrittore non nasce mai nel momento in cui pubblica un libro, ma è il frutto di letture, di ere musicali, di transizioni culturali quasi geologiche, quali sono i tuoi punti di riferimento letterari?  

Ne ho molti. Passo da autori americani del '900 quali: Fante, Wallace, Carver, Barth, Lethem, Auster, Kerouac, Borroughs, Bukowski, Salinger, Ellis, Palaniuk. A Kafka, Dostoevskij, Calvino, Queanau. Ci sono poi alcuni libri che ti cambiano o ti aprono nuovi mondi o ti ispirano per qualcosa che stai scrivendo. Ultimamente mi è successo con Veronesi e con l'ultimo libro della Bignardi.

Questo libro nasce anche da un blog, "Tracce di ruote", in cui nel corso degli anni hai collezionato post letterari, indignati, iracondi, quant'è difficile essere un disabile nell'Italia di Monti e Berlusconi? 

Essere disabile è difficile a prescindere da chi governa. Diciamo che vent'anni di sistematico annullamento della cultura ed enfatizzazione dell'estetica più superficiale da parte di Berlusconi, hanno reso le cose ancora più difficili per non dire catastrofiche. Speriamo che gli italiani dimostrino in queste elezioni di aver finalmente capito con chi hanno avuto a che fare. 

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