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Art Spiegelman a Torino: 'what the %&#* happened to comics?'

  • Scritto da  Filippo Ortona
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Giovedì sera Art Spiegelman, l’autore di “Maus”, è venuto a Torino per tenere una conferenza sul fumetto al Circolo dei Lettori. Nonostante la coda chilometrica alla fine sono riuscito ad entrare nelle sale lussuose del Circolo. Spiegelman era in piedi sul palco, intento ad osservare il pubblico in arrivo. É un uomo alto, piuttosto giovane per la fama che lo accompagna, e di un’intelligenza quasi fisica, visibile nei movimenti.  

I temi della conferenza erano due. Prima di tutto, come mai il fumetto non è ancora considerato un’arte vera e propria, con i suoi status e canoni interpretativi e conseguente ricezione nella società. A partire da ciò, obiettivo della ricerca era ricostruire la genealogia del fumetto: da quali discorsi è nato? Donde vengono le sue icone? Come nascono i “supereroi”, le “graphic novels”, le strisce; quali sono i generi del fumetto? Soprattutto, perché sono questi e non altri?

L’esposizione, avvincente  e complessa ma sempre pienamente comprensibile, è stata soprattutto un’incursione storica e sociale nella genesi del fumetto. Spiegelman ha detto: “ormai esiste una vera e propria storia del fumetto. Una volta non era così: le strisce dei giornali o le storie popolari non erano conservabili, ma oggi vengono pubblicati interi volumi, possiamo dire che esiste una bibliografia del fumetto”. Il fatto che tutto ciò sia possibile permette un esame  critico e diacronico del fumetto.

Nello scorrere delle immagini e tavole preparate per l’esposizione da Spiegelman, è emerso un quadro dei punti di svolta dei “co-mix” (letteralmente, “mischiare assieme”), poi divenuti comics, che in una certa misura hanno accompagnato le svolte personali ed estetiche dell’artista. Da Dick Tracy (“all’epoca era un po’ come oggi sono i Soprano’s: un fumetto viscerale”) a Krazy Kat (“non lo leggevano in tanti, ma era il fumetto surreale, intellettuale, pieno di significati”) sino alla mitica rivista MAD Comics. Quest’ultima tra gli anni ’50 e i ’70 esercitò una fondamentale influenza su di un’intera generazione di fumettisti e artisti vari (tra i lettori appassionati, Terry Gilliam: “MAD divenne una Bibbia per me e tutta la mia generazione”) che avrebbero successivamente stravolto i canoni interpretativi del fumetto e non solo.

Nonostante l’appassionante, seria e affascinante esposizione storica, le parti più interessanti della serata sono state quelle dedicate alla politica dei fumetti. La storia del fumetto occidentale è caratterizzata da una mentalità ostica al fumetto. “Il fumetto è la fusione del visivo e dello scritto, qualcosa totalmente al di fuori dei canoni estetici occidentali”, ha detto Spiegelman, spiegando che nel XVIII e XIX secolo l’estetica che fondò la nostra idea di arte voleva le grandi parole, il sublime dello scritto; e solo a parte le grandi immagini che cogliessero le essenze del mondo. Ma mischiare le cose assieme, operare il co-mix, “semplicemente non andava bene”. Sin dall’inizio i fumetti furono qualcosa di clandestino, relegato ai margini del campo dei prodotti culturali. Tant’è che i primi fumetti spesso erano produzioni pornografiche.

Dagli anni ’50 sin quasi agli anni ’70 i comics subirono una pesante censura negli Stati Uniti, con chiusura di case editrici e inchieste parlamentari dedicate. Fu un tempo in cui la produzione di fumetti richiedeva l’autorizzazione di un censore costantemente rintuzzato da una folta schiera di associazioni sostanzialmente oscurantiste, animate nel loro fanatismo pseudo-scientifico dalla voglia di proteggere i propri figli chiudendo determinati accessi culturali. Quel periodo mise al bando un’intera categoria di fumetti decisamente promettenti – vi era un intero genere “antimilitarista”, ad esempio – che smisero improvvisamente di esistere. Fu in quel clima che nacquero i fumetti Disney di una certa qualità – Carl Barks, per fare un nome tra tanti -, mentre si sviluppavano i “supereroi in calzamaglia”. Secondo Spiegelman il genere del superhero era inizialmente un prodotto di infima qualità: spesso gli editori utilizzavano ragazzini sottopagati (o non pagati per nulla) per creare e disegnare le storie, vendendo gli albi (come Action Comics) ad un prezzo bassissimo. “Era un genere popolare durante la guerra”, quando Capitan America prendeva a pugni sul naso i nazisti. “Ma dopo la guerra nessuno li produceva più; in qualche modo si ripiegò su di essi in questa fase di censura”. Nacquero così gli eroi con superpoteri e superproblemi: Bat-Man, Spider-Man, etc., “erano prodotti di una certa qualità”, così come le storie di Zio Paperone e Paperino. Ma erano comunque risposte ad una fase di “assedio” al fumetto, che poteva muoversi e creare solamente in un recinto delimitato (spesso dagli interessi delle grandi case editrici). Ciononostante, non mancarono gli esempi di genialità: The Spirit e tutta l’opera di Will Eisner, e tanti altri.

Con gli anni ’60 e ’70 una nuova generazione – quella di Spiegelman – si dedicò sistematicamente a “infrangere tutte le regole poste dalla censura”, creando esempi di grande arte legata ai movimenti dell’epoca (anche in Italia non ne rimanemmo immuni – per fortuna – grazie al Linus del compianto Oreste del Buono). Fu alla fine di quel tempo (nel 1972) che nacque il progetto di Maus, durato poi tredici anni. Fu un’importantissima sperimentazione nella storia del fumetto. Basato sull’enorme mole di interviste che Spiegelman fece a suo padre, e fondendo tentativo grafico e presa narrativa, l’autore riuscì a raccontare la shoah e la persecuzione razziale in un modo popolare e innovativo e di altissimo valore artistico. Non a caso gli valse fama mondiale e, nel 1992, il primo premio Pulitzer mai assegnato ad un fumetto.

Un successo pesante da sostenere: “continuo ad avere questo peso sul mio inconscio, lo spettro di Maus e in una certa misura lo spettro di mio padre. É un peso che è difficile sopportare se si vuole continuare a creare cose diverse”. Girare il mondo e tenere conferenze è un modo per liberarsi da questo peso. Per lo stesso fine Spiegelman ha creato il volume “MetaMaus”, un vero e proprio dietro le quinte che decostruisce la genesi e le caratteristiche dell’opera.

L’esposizione è stata convincente ed avvincente, comprensibile anche ai “profani” (cosa rara in un campo di critica spesso autoreferenziale), ed è riuscita a centrare il punto: al termine, tutti noi in sala ci siamo chiesti come mai il fumetto non sia considerato un’arte a tutti gli effetti. Eppure esso risponde ad una nostra naturale ed istintiva forma di comunicazione: “noi pensiamo per vignette. Il nostro modo di vedere ed immaginare il mondo è costruito su vignette: immagini motorie e parole che costituiscono blocchi di significato”. Nonostante ciò, per la nostra cultura i comics sono ancora qualcosa di irrimediabilmente posticcio, un po’ fuori luogo per via di questo bizzarro miscuglio tra parole ed immagini. Un trend che sta cambiando col corso degli ultimi anni, durante i quali il fumetto è diventato un modo di esprimersi globale. Pensiamo ad esempio a Joe Sacco e al ritorno del reportage a fumetti, piuttosto che al reinventarsi del “fumetto d’autore” con Mattotti e tanti altri; la stessa esplosione dei manga in Occidente indica una tendenza al “globalizzarsi” del fumetto. “Tutto ciò fa bene al fumetto, ma ha anche aspetti negativi”, ha detto Spiegelman, sottolineando come la produzione di opere critiche non sia mai qualcosa di scontato ma debba essere un’attitudine in costante esercizio.  

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