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Quali prospettive per il mutualismo?

Quali prospettive per il mutualismo?

Alcune riflessioni collettive in occasione della presentazione del libro ”Dalle società di mutuo soccorso alle conquiste del welfare state” (Ediesse) di Anna Salfi e Fiorenza Tarozzi che si terrà martedì 3 alle 21.00 a Officine Corsare a  Torino.

Quando si è in difficoltà capita spesso di guardare indietro e cercare nelle risposte di ieri delle possibili risposte per l’oggi.

Dalla metà dell’Ottocento in Piemonte, così come in buona parte del centro e nord Italia, nacquero e si diffusero velocemente le società di mutuo soccorso. L’idea fu semplice e per certi versi “banale”: mi mancano i soldi per curarmi se malato/a, per mangiare se disoccupato/a, per garantirmi una vita degna se vecchio/a, allora decido che solo insieme a altri/e nella mia stessa situazione me la posso cavare. Così condivido quel poco che ho e cerco di rispondere collettivamente a dei bisogni fondamentali. È intorno a quattro grandi rischi che si struttura la vicenda del mutualismo: infortuni, malattia, vecchiaia, disoccupazione.

All’inizio è una storia anche, e soprattutto, di filantropia e di “soci onorari”: benestanti che decisero di aiutare ultimi e penultimi fondando, o contribuendo a fondare, società in cui aiutarsi vicendevolmente. Lo Stato, all’epoca, di sociale aveva ben poco, per questo non poteva che essere la società, i suoi gruppi e le sue piccole e grandi comunità, ad essere sociale e solidale. Più avanti, parte dell’esperienze di mutualismo acquistò consapevolezza e autonomia politica e diede il proprio contributo a esperienze cooperative e a movimenti politici e sindacali che intorno, e per, il lavoro andarono formandosi. Lo Stato cominciò, anche per merito del mutualismo, a farsi carico di alcune grandi domande sociali e divenne, in maniera compiuta nel secondo dopoguerra, il detentore del welfare che abbiamo imparato a conoscere.

Oggi di quell’esperienza di mutualismo, in quelle forme, rimangono affascinanti memorie, antiche società più musei che luoghi di organizzazione sociale e alcune bellissime foto di uomini (nella maggior parte dei casi), con dei vistosi baffi a manubrio e un immancabile bicchiere di rosso, in posa fieri ed impettiti per uno scatto ricordo nel cortile della propria mutua.
Conosciamo meglio, per esperienza diretta, lo Stato sociale e i suoi diritti, e stiamo imparando a conoscere, ahinoi, il suo declino.

La crisi economica e la smania di privatizzare stanno mettendo in discussione servizi un tempo garantiti per la maggior parte delle persone. Inoltre, nel modello italiano il welfare è una porta a cui si accede con la chiave del lavoro, e questa, oggi, pare difettosa. Così c’è chi è dentro, e chi è fuori. E per chi sta fuori, vedi alla voce “precarietà”, i quattro grandi rischi del passato sono tornati attuali e sono da affrontare il più delle volte da soli/e.

Verrebbe da dire allora che ha senso parlare oggi di mutualismo perché siamo di fronte ad un regressione in grado di riabilitare, in qualche modo, quello che c’era prima. In questo senso non possiamo che parlare di arretramento: di fronte alle garanzie di prima ci ritroviamo a dover ricorrere a forme auto-organizzate che non è detto riescano a fornire la stessa qualità e sicurezza. Quando dei lavoratori e delle lavoratrici sono costrette a rifondare una mutua per pagarsi quando subiscono un infortunio c’è poco di cui esaltarsi. Noi, su questo punto, continuiamo a pensare che lo Stato, così com’è, se ne debba occupare, e questo ruolo lo rivendichiamo.

Ciò non significa che le risposte immediate a bisogni reali non siano importanti, anzi sono fondamentali perché nel tempo in cui lo Stato migliora qualcuno potrebbe infortunarsi comunque. La differenza sta tra il valutare queste esperienze come positive risposte in un contesto di crisi o l’elevarle a modello di nuovo welfare.
Più interessante e fecondo ci pare ragionare di mutualismo alla luce di un paio di questioni.

La prima: quando le pratiche mutualistiche contribuiscono a portare in emersione risposte scarse o inefficaci a bisogni “tradizionali”, laddove lo Stato nella sua forma iper burocratica tende a fornire servizi standard senza tener conto di diverse condizioni sociali, culturali, economiche? In questo caso, la si legga sotto forma di politiche di genere, di nuova composizione del mondo del lavoro o di differenze territoriali, le pratiche mutualistiche sono la spinta per rivedere i servizi e migliorarne la qualità. Sempre sotto questa lente il mutualismo può fornire spunti grazie ai quali sperimentare, favorendo la partecipazione degli utenti alla progettazione e alla gestione dei servizi, una democratizzazione del modello di welfare. Ciò apre il vasto tema del welfare municipale e del welfare partecipativo.

La seconda questione, invece, investe il tema dei bisogni che non possiamo definire “tradizionali”, ovvero quei bisogni che sono la faccia negativa dei diritti di ultima generazione o il prodotto della precarizzazione del lavoro, su cui il welfare di norma non interviene (o interviene poco) e che, in una classificazione classica, potremmo considerare bisogni non fondamentali, nuovi o percepiti come tali. Pensiamo in questo senso ai vari casi di “economie collaborative” o “sharing economy”, al fatto che garantiscono servizi che vanno incontro ad una domanda sociale diffusa, il loro successo ne è la prova. Quando cerchiamo un passaggio in macchina, quando troviamo qualcuno che ci ospita a casa propria, quando facciamo la spesa tramite un gruppo d’acquisto o quando ci doniamo vicendevolmente delle competenze, stiamo attivando nuove forme di mutualismo? In fondo i servizi vengono garantiti da utenti ad altri utenti, in un meccanismo di condivisione in cui la proprietà del bene è lasciata in soffitta. La risposta ad un nostro bisogno sta avvenendo all’interno di una dimensione che non è prettamente privata e nemmeno pubblica.

Si potrebbe obiettare, non a torto, che la differenza sta nel fatto che i proprietari della piattaforma web (per quei servizi che su queste si fondano) in realtà di stanno arricchendo a suon di utenti che condividono con una percentuale sulle transizioni, l’utilizzo dei dati personali per altri scopi commerciali e vendendo spazi pubblicitari.

Tutto vero, ma, in parte, non è la stessa funzione che assolvevano, per certi versi, i soci onorari delle società di mutuo soccorso quando “donavano” un proprio edificio come sede della società o del proprio capitale come base per farla nascere? Allo stesso modo, la ricostruzione di una comunità virtuale non evidenza i limiti di una società frammentata, che nella quotidianità fatica a incontrarsi e che invece trova nel web un nuovo modo di interagire e sviluppare solidarietà?

Sono questi gli interrogativi che il nueomutualismo solleva: in Italia pare che basti pronunciarla per ricostruire la sinistra, a partire dalla spiccata anima sociale che Syriza ha dimostrato in Grecia; a noi pare che vada la pena sottolineare le differenze, per individuare con consapevolezza quelle pratiche capaci di ricostruire tessuto sociale e rivendicativo a partire dalla propria condizione, senza separare il sociale dal politico.

Per queste ragioni e con questi dubbi, abbiamo deciso di dedicare una serata al mutualismo, per capirne le origini, i punti di forza e i limiti; e per individuare nuove linee di azione comune.

 
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