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[Letture corsare] Rugbyland: viaggio nell'Italia del rugby

  • Scritto da  Maurizio Marinaro
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Rugbyland copertinaUna chiacchierata al bar. Nasce così l'intervista del Corsaro ad Andrea Ragona per parlare del suo secondo libro, Rugbyland. Perché di rugby è sempre piacevole parlare, ma farlo con un bicchiere di birra in mano è senza dubbio meglio. Con Rugbyland Andrea Ragona, che gioca da anni in una squadra amatoriale di Padova, Torelli Sudati Rugby Club, racconta il rugby italiano accompagnandoci in un viaggio per lo stivale, percorso al fianco di chi questo sport lo ama, lo pratica e lo vive.

Il tuo è un libro che affronta il rugby in modo itinerante, ti sei messo a girare l'Italia per trovare i luoghi legati al rugby italiano; come ti è venuta l'idea?

L'idea del libro è venuta subito dopo il successo del mio primo libro, Yugoland; la casa editrice Beccogiallo mi ha proposto di replicare l'approccio che avevo avuto nel mio “esordio letterario” applicandolo al mondo del rugby. Ho così inviato delle cartoline da diverse città d'Italia con vari protagonisti che potessero dare l'idea di cosa sia il rugby in certi luoghi e provare a darne una visione d'insieme.

La lettura del tuo libro è più adatta a un pubblico che già conosce bene il rugby o è pensato per tutti?

Ho voluto provare a scriverlo in modo che fosse di piacevole lettura per tutti, dai più esperti a chi si affaccia solo adesso al mondo ovale; il lettore ideale probabilmente è quello che si avvicina alla Nazionale e al 6 Nazioni, mostrando quindi un interesse di base. Ci sono poi diversi aneddoti, in particolare quelli raccontati nella parte realizzata con i fumetti, che saranno molto apprezzate da un pubblico più esperto.

Nel libro accosti a ogni ruolo del rugby un personaggio della mitologia greca, un parallelo che si rivela azzeccatissimo. Come ti è venuto in mente?

In realtà l'idea di questo parallelismo non è venuta a me, ma al disegnatore Gabriele Gamberini che il rugby lo conosce molto poco, ma che aveva bisogno di un escamotage per aiutarsi con i disegni; a me è piaciuta subito e ho provato a svilupparla perché mi sembrava un modo immediato ed esemplificativo al massimo per spiegare i ruoli: tutti conoscono le caratteristiche di Ercole, Ulisse o Icaro, per cui possono con facilità capire quali debbano essere le caratteristiche peculiari di un pilone, di un mediano di mischia o di un'ala. Per fare la formazione dei miti greci ho chiesto un po' di collaborazione a vari amici, ed è stato incredibile accorgersi come ci siano state molto meno discordanze in questo caso di quante sono emerse dalla discussione sulla formazione della nazionale.

Il tuo è un libro che si basa sulle interviste. Cosa ti è rimasto impresso delle persone che hai incontrato? 

È fin troppo scontato parlare della conoscenza tecnica di Diego Dominguez o della preparazione totale di Vittorio Munari; mi sono realmente rimasti impressi, soprattutto dal punto di vista umano, i ragazzi che ho incontrato a L'Aquila e Ludovico Nitoglia. Con i primi mi sono incontrato alla partita del 6 Nazioni contro l'Irlanda e Nitoglia dopo aver letto il libro mi ha scritto: “I grandi Torelli Sudati!”

A proposito dei ragazzi aquilani, lì una parte della città si è di fatto aggrappata alla squadra di rugby, che dopo il terremoto è riuscita a tornare in Eccellenza, il massimo campionato italiano. Come ti spieghi questa forza della squadra dopo la tragedia del terremoto?

Gli aquilani dicono che lì il rugby ha attecchito perché è lo sport più adatto al loro spirito: testardi, gran lavoratori e impossibili da abbattere. Riguardo al terremoto io ho trovato un superamento psicologico ed emotivo di quanto accaduto, la città invece è pazzesca perché è completamente morta, il centro cittadino chiuso. La gente non sa se il proprio negozio o la propria attività potrà riaprire il giorno seguente o se dovrà essere chiusa a causa di un'altra scossa. Si nota la totale assenza dello stato. Gli aquilani però nonostante questo sono in grado di raccontare con spirito eventi divertenti successi nei campi per gli sfollati.

Hai incontrato sia giocatori in attività adesso, sia giocatori che si sono ritirati dall'attività agonistica prima dell'avvento del professionismo, questo passaggio per te ha influito sullo spirito del rugby? 

No. L'approccio allo sport è lo stesso anche se ovviamente tra il prima e il dopo ci sono delle diversità, provo a spiegarmi: in luoghi come Padova all'epoca del dilettantismo c'era di fatto un semi-professionismo, era la squadra stessa a preoccuparsi di trovare un lavoro ai giocatori. Nel passaggio dal dilettantismo al professionismo non sono cambiate l'umiltà e la disponibilità di chi gioca, mentre la preparazione atletica ha avuto un innalzamento notevole: prima i rugbisti non potevano dedicarsi solo allo sport ma dovevano anche lavorare, 3 ore di palestra al giorno al posto di 8 ore al lavoro fanno decisamente la differenza. I valori però assolutamente non sono cambiati: il rispetto per l'avversario, per l'arbitro e per lo sport, ad esempio. C'è una cosa curiosa nel rugby, tra di noi ci chiamiamo tutti rugbisti, Nitoglia stesso mi ha chiesto “Tu dove giochi?” mettendosi di fatto allo stesso livello di uno come me, che gioca nei Torelli, è una cosa che fa sorridere a pensarci ma richiama con forza l'idea di comunità che si forma praticando questo sport. Il professionismo, salvo in rari casi, non ha intaccato questo spirito. Sembra quasi una favola ma è proprio così che funziona, per non farlo diventare una favola è bene ribadirlo. 

Nel libro parli anche del rugby femminile, che è poco conosciuto.

Sì, è poco conosciuto ma in costante crescita, penso in particolare ai risultati ottenuti dalla nazionale italiana nel 6 Nazioni di quest'anno. La crescita del rugby femminile poi dimostra che questo non è uno sport che può essere praticato soltanto da bruti, ma anzi in primo luogo è uno sport che richiede un'ottima capacità di usare il cervello.

Da quando hai iniziato a giocare a rugby hai capito qualcosa di più di questo sport?

Ho capito perché spesso le partite si decidono dopo il sessantesimo: il rugby richiede uno sforzo quasi massacrante e quando la fatica si fa realmente sentire fa la differenza la testa, la capacità di fare la scelta giusta in mancanza di ossigeno. Per lo stesso motivo c'è da dire che il rugby è uno sport in cui tutti e 23 i giocatori tra campo e panchina hanno la stessa importanza, vincono tutti e 23 e perdono tutti e 23 per davvero, bisogna essere sempre presenti con il fisico e con la testa.

In fondo al libro ci sono le regole del gioco scritte da Ugo Gori, cosa pensi della leggenda che i rugbisti non sappiano le regole? 

Questa è una bella leggenda, ed è anche bello che rimanga tale; insomma a livello alto i giocatori ovviamente conoscono le regole, ma per quanto riguarda i campionati di livelli inferiori non ci metterei la mano sul fuoco.

Dopo Yugoland e Rugbyland avete un nuovo progetto con la Beccogiallo?

Ci stuzzica l'idea di affrontare sempre in modo itinerante altri argomenti dopo aver avuto un approccio storico politico e sportivo. Però ora siamo concentrati su Rugbyland, abbiamo molte presentazioni in programma e chi desidera contattarci può farlo tramite il mio blog.  

Ultima modifica ilMartedì, 22 Ottobre 2013 00:56
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