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Produttività: arriva l'accordo truffa tra Passera e Bonanni

Corrado PasseraÈ stato firmato ieri da governo, imprese, CISL, UIL e UGL l’accordo sulla produttività, senza l’ok della CGIL. Il sindacato di Corso d’Italia non ha firmato nemmeno per presa visione, ritenendo l’accordo un’occasione persa. Da più parti, in primis dal segretario generale della CISL Raffaele Bonanni, sono fioccate le critiche e le accuse, una su tutte la solita manfrina sull’impostazione ideologica del sindacato guidato da Susanna Camusso.

In un primo momento, la strada era sembrata in discesa anche se le premesse non erano delle migliori. Il Governo, ad inizio settembre, ha convocato le parti e ha chiesto di presentare un documento unitario che Palazzo Chigi avrebbe chiuso. In questo quadro si è svelata l’impostazione ideologica del Governo con l’entrata a gamba tesa nella trattativa del ministro Passera che ha sparigliato le carte pochi giorni prima dell’iniziativa sulla “Terza Repubblica” targata Montezemolo. In realtà è proprio questa la chiave di lettura ideologica e politica da dare all’esito della trattativa: il governo, in particolare il ministro Passera, creando un asse con Bonanni, ha voluto fare l’ennesima prova di forza escludendo la CGIL per poi spendersi questo risultato in seno al nascente polo per il Monti bis. Il governo Monti in questo anno ha recuperato con vigore l’impostazione fintamente negoziale di memoria berlusconiana nella quale le parti si accordavano in modo preventivo (escludendo la CGIL) e conducevano trattative fittizie, tutto a discapito dei lavoratori.

Il primo dato da sottolineare è la contingenza della discussione sulla produttività con la grande stagione dei rinnovi contrattuali. Infatti, sono numerose le vertenze aperte dalle categorie per il rinnovo dei contratti collettivi nazionali di lavoro e l’entrata in scena del patto sulla produttività rischia di indebolire la contrattazione stessa aumentando le incertezze e ampliando le distanze tra le parti, in primis tra in sindacati. L’accordo prevede uno spostamento dalla contrattazione nazionale a quella di II livello (contrattazione decentrata). In questo senso, nessuna delle parti sociali che discutono il rinnovo del CCNL avrà l’urgenza e la necessità di rinnovare il contratto visto che tutti gli istituti (dalla retribuzione all’inquadramento professionale passando per l’orario di lavoro) potranno essere modificati nella contrattazione decentrata. Inoltre va sottolineato che solo nel 30% delle aziende del paese si pratica la contrattazione aziendale. Al di là dei proclami, nei fatti le parti hanno deciso di depotenziare la contrattazione nazionale e, nel contempo, hanno superato il senso stesso della contrattazione in quanto, da elemento inclusivo e generale, questa si trasforma in pratica vuota ed esclusiva.

Come spesso è capitato con il governo Monti, non sono state affrontati i nodi cruciali del problema. Infatti sul tavolo di trattativa si è giocato con due mazzi di carte differenti, e quello delle questioni di merito non è mai stato scoperto. Gli argomenti concreti della discussione non sono mai entrati nei dibattiti, non hanno avuto cittadinanza nelle trattative soprattutto per volontà del governo, che ha rincorso sempre provvedimenti più politici che di merito, più di facciata che di sostanza,  sempre con un’impostazione poco inclusiva e sorda alle richieste dei lavoratori. D'altronde Monti fin dal 1994 ad oggi sostiene che il sindacato deve essere escluso dalle scelte di politica economica del paese.

La discussione è stata scaricata tutta sul lavoro senza tener conto dei fattori strutturali (come ad esempio le infrastrutture) e quelli che riguardano le aziende. La contraddizione è far lavorare di più quei pochi che sono ancora a lavoro, senza nessuna contropartita da parte delle imprese, in quanto il salario di produttività sarà finanziato dai pochi soldi (2,1 miliardo di euro) messi sul piatto dal governo, senza esplicitare i criteri attraverso cui sarà distribuito questo piccolo fondo e senza specificare cosa si farà quando questi soldi saranno finiti. Per intenderci anche Hollande sta per presentare una proposta di patto sulla produttività, mettendo però sul piatto 30 miliardi di euro.

La questione delle risorse è solo uno dei punti critici dell’accordo: non è spesa una sola parola sulla ricerca, sulla formazione e sullo sviluppo delle imprese elementi fondamentali per una produzione di qualità, ma si è scelto la strada più semplice, cioè quella di far lavorare di più i lavoratori.

In Italia però si lavora già più di altri paesi.  Se si guardano le ore lavorate dagli europei ogni settimana, si nota che i greci battono tutti: 42,2 ore di media (fonte: l’Ufficio nazionale di statistica britannico). I tedeschi, invece, 35,6. I due Paesi ai poli opposti della crisi europea, in altre parole, sembrerebbero a testa in giù: in Grecia gran lavoratori, in Germania quasi fannulloni. E anche in Bulgaria, Repubblica Ceca, Polonia, Romania, Slovacchia si lavora in media più di 40 ore. Mentre nella virtuosa Danimarca nemmeno 34 ore e in tutti i Paesi del Nord molto meno delle classiche 40 alla settimana.

I dati ci permettono di sfatare un luogo comune: la produttività non aumenta con l’aumentare delle ore, anzi in realtà spesso è proprio il contrario. L’aumento dei tempi di lavoro è necessario quando ci sono fattori produttivi incapaci di rendere efficiente il processo di produzione (ad esempio macchinari obsoleti). Si lavora più tempo con risultati minori. Fatta cento la produttività della Ue, la Germania è a 123,7, la Grecia è a 76,3. Quella dell’Italia è a 101,5. E infatti, secondo l’Ocse, il 7% dei maschi italiani lavora più di 50 ore la settimana, contro il 2% delle donne. Ma se si contano le ore in ufficio non pagate, la percentuale sale parecchio. Un’indagine condotta da Regus ha stabilito che il 45% degli italiani lavora tra le 9 e le 11 ore al giorno, contro il 38% della media mondiale.

Con la disoccupazione in costante crescita, sarebbe stato più sensato ribaltare l’impostazione del tavolo sulla produttività mettendo al centro del dibattito la diminuzione dell’orario di lavoro (ora per legge bastano 11 ore di riposo per ritornare a lavoro), prevedendo minimi salariali crescenti. Il patto, in questo senso, poteva prevedere una riduzione dell’orario di lavoro con il fine di incentivare le assunzioni di nuovi dipendenti, in modo da distribuire meglio il lavoro e rendere le imprese più produttive. L’accordo avrebbe dovuto prevedere un rafforzamento della contrattazione collettiva nazionale in senso più inclusivo, capace di costruire maggiore solidarietà nel mondo del lavoro e di ristabilire regole chiare e esigibili, capaci di restituire ai lavoratori salari e retribuzioni decenti. Bisognava aprire una riflessione sul ruolo della contrattazione collettiva nazionale, che oltre a riscoprire il suo ruolo deve essere estesa, recuperando quell’elemento di inclusività che la caratterizza. In questo senso si poteva prevedere l’estensione della contrattazione collettiva nazionale a tutte le forme di lavoro precario in modo regolare e limitare l’utilizzo di questi contratti per via pattizia, restringendo il campo di applicazione di questi contratti e prevedendo diritti e tutele oltre che retribuzione dignitose.

Bisognava impostare la trattativa in una formula “risarcitoria” per i lavoratori. Negli ultimi venti anni, precisamente dal Protocollo del ‘93 e dalla stagione della moderazione salariale, i lavoratori hanno pagato ampiamente e questo meccanismo di fatto ha dato la possibilità  alle aziende di capitalizzare i profitti e di aumentarli a scapito della ricerca, dello sviluppo e del lavoro, facendo accrescere le rendite proprio grazie alla precarizzazione del lavoro e alla moderazione salariale. Proprio per questo servirebbe una contrattazione collettiva nazionale forte, capace di delegare alla contrattazione aziendale solo elementi migliorativi e mai peggiorativi e di restituire al II livello la capacità di sperimentazione e di miglioramento delle condizioni dei lavoratori che ha avuto negli anni “70.

Per quanto riguarda la ricerca e lo sviluppo il nostro paese ha perso negli anni tantissimo terreno per due ragioni: in primo luogo la svendita di grandi imprese pubbliche ha ridotto sensibilmente gli investimenti; in secondo luogo la peculiarità del sistema produttivo italiano, fondato sulle piccole e piccolissime imprese, diminuisce la possibilità di ricerca. A ciò si aggiunge il progressivo smantellamento della formazione e della ricerca pubblica e di base. Perciò occorreva costruire un grande piano per la ricerca e lo sviluppo, impostare sistemi di ricerca e di formazione collettiva per le piccole imprese e mettere al centro la formazione dei lavoratori come elemento essenziale per rendere più produttivo il lavoro.

Per realizzare un accordo che tenesse dentro questi elementi era necessario mettere sul tavolo molte risorse finanziarie. Per recuperare tali risorse sarebbe bastato eliminare gli incentivi per le imprese, un “tesoretto” che oscilla tra i 30 e i 40 miliardi di euro, e creare dei meccanismi di distribuzione più equi, utilizzandoli per rafforzare la diminuzione del tempo di lavoro, assicurando ai lavoratori una retribuzione dignitosa e indirizzare parte di questi soldi ad un fondo per l’assunzione di nuovi lavoratori, in modo da redistribuire al meglio i carichi di lavoro e di conseguenza rendere più produttivo il lavoro. In questo modo si sarebbero potuti valorizzare i talenti dei giovani scongiurando in questo modo l’odiosa questione del demansionamento, ennesima beffa per i lavoratori che erano ad un passo dalla pensione e che sono stati condannati dalla Fornero a lavorare in media ancora per altri 7-8 anni.

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