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Capolinea: l'esito delle primarie e il futuro centrosinistra

renzi bersani

Qualora vi fossero mai stati dubbi, ora c'è l'ufficialità: domenica prossima sarà il ballottaggio tra Bersani e Renzi a nominare il candidato premier in pectore del polo dei progressisti. Un esito che conferma quanto da settimane prevedevano i sondaggi. Ma i numeri emersi dal voto di questo primo turno di primarie aprono scenari inaspettati e potenzialmente indicativi di un mutamento dei rapporti di forza nel campo del centro-sinistra.

Bersani vince a livello nazionale superando il 44% dei consensi e arrivando primo in quasi tutte le regioni, tranne le "rosse" Toscana e Umbria che vedono in testa Matteo Renzi: la prima col 52% dei voti. Ed è proprio il "rottamatore" a portare a casa un risultato straordinario, quasi il 36% a livello nazionale, che segna una spaccatura nel PD e nell’orientamento degli elettori, tradizionali o potenziali, dello schieramento di centrosinistra. Il sindaco di Firenze è stato in grado di coniugare l’appeal mediatico del giovanilismo in lotta contro il vecchiume dei quadri dirigenti del partito al pensiero più neo-conservatore dei paladini della globalizzazione neoliberista, della flessibilità nel mercato del lavoro e della “modernizzazione” del welfare che renda più competitivo il Paese sulla pelle dei lavoratori e dei diritti sociali. Il suo risultato non solo fa tremare l’establishment bersaniano, ma denota un sostanziale successo dell’orientamento “liberal” all’interno di un centrosinistra che diventa sempre più attrattivo per un elettorato di centro-destra liberale e per un mondo dell’imprenditoria frustrati dal ventennio berlusconiano, così come da un governo tecnico incapace di rilanciare la crescita economica. Inutile strillare su infiltrazioni di destra nelle file dei gazebo per le primarie: Renzi piace a quel settore di elettorato che non ha più un Berlusconi cui fare affidamento né vede all’orizzonte un partito liberale “moderno” ed europeista da abbracciare. E che sta puntando a fare del PD e del centro-sinistra proprio quel partito moderato e liberista, ancorato ai dogmi dell’austerity e riverniciato nelle facce di dirigenti giovani, anti-montiano in ciò che Monti non ha potuto portare a termine fino in fondo e allineato alle magnifiche sorti promesse dalla trojka e dalla finanza mondiale. In questo senso, Renzi ha già vinto la sua partita, rendendo possibile un’affermazione progressiva e inequivocabile, all’interno del suo partito e del futuro schieramento dei progressisti, di un mondo del tutto slegato ai valori e agli orientamenti delle sinistre socialiste o social-democratiche che guarda a una profonda restaurazione del centro-sinistra come polo di riferimento del pensiero neo-liberale, europeista e conservatore.

Una vittoria “morale” quella dei renziani che si legge anche a partire dalla sconfitta di Nichi Vendola. Il governatore della Puglia non è riuscito a sfondare al Sud, dove fino a ieri sera ci si aspettava sarebbero venute delle sorprese, e neanche nella sua stessa regione. Si è fermato al 15 %, ben lontano da Renzi e dai sogni della classe dirigente di SEL di rompere il recinto del centro-sinistra. Un recinto che somiglia adesso a un filo spinato da cui sarà difficile uscire. L’impresa era di quelle disperate, ma l'audacia che aveva premiato Vendola ben due volte nelle primarie pugliesi, sostenuta da un popolo di sinistra finalmente libero di non turarsi il naso per il solito “meno peggio” e in grado di esprimere una forte discontinuità nello stile e nelle politiche, rimettendo al centro la prospettiva di una sinistra in grado di essere radicale e insieme di governo, non ha avuto la stessa forza propulsiva che l'aveva caratterizzata, per l'appunto, in passato. Era disperata perché i dirigenti di SEL avrebbero dovuto prevedere che l’elettorato, anche potenziale, di sinistra legge non solo i programmi e il curriculum dei candidati, ma sfortunatamente anche le carte di intenti che siglano l’accordo del futuro polo dei progressisti, ponendo le basi programmatiche comuni per le primarie. E si capisce allora perché molti avranno storto il naso sentendo Vendola nelle piazze e dalla televisione parlare di “anti-liberismo”, agenda contro-Monti, lotta alla “trojka” e all’austerità che impoverisce il Paese, mentre nero su bianco in quella carta di intenti si delineava una sostanziale continuità delle politiche attuate dal governo tecnico e il rinvio delle questioni più scottanti di un futuro governo al voto a maggioranza tra i gruppi parlamentari della coalizione. Difficile per le sinistre e per gli elettori alla ricerca di un’alternativa al “montismo” come forma minima di ogni futuro governo accettare un simile accordo capestro, tanto più che lo stesso Vendola si è più volte espresso sulla fedeltà a quella carta come condizione imprescindibile per ogni vincitore. Il potenziale dirompente per il quadro del centro-sinistra che mesi fa poteva essere rappresentato dal leader di SEL è stato così definitivamente addomesticato per mano dello stesso Vendola e del gruppo dirigente alla guida di quel partito, pronto per consegnarsi al ruolo subalterno di corrente minoritaria a sinistra della coalizione. 

L’esito del prossimo ballottaggio consegnerà il candidato dello schieramento che probabilmente sarà in grado di vincere le elezioni, ma ciò che da quelle urne non potrà venire fuori a questo punto è una reale alternativa di governo al “montismo” inteso come categoria della subalternità della politica, a destra o a sinistra, allo strapotere della trojka, della Commissione europea, dei mercati finanziari e di un pensiero che diventa sempre più unico e pervasivo, inghiottendo parlamenti e nazioni intere nella spirale dell’austerity e della macelleria sociale.

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