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Pratiche costituenti e sfida della Costituzione

fatti bene, costituente bei comuni PisaLa Costituente dei beni comuni nasce dall’esperienza della Commissione Rodotà, istituita nel 2007 con il compito di redigere uno schema di disegno di legge delega per la riforma della parte del codice civile relativa ai beni. Oggi, molti dei giuristi allora incaricati (Stefano Rodotà, Ugo Mattei, Alberto Lucarelli a cui si sono aggiunti Maria Rosaria Marella, Paolo Maddalena, Gaetano Azzariti e altri) hanno ripreso quel percorso, provando a tenere insieme, all’interno di un ragionamento giuridico, le diverse esperienze che, nel corso di questi anni, si sono riconosciute nella difesa dei beni comuni.

La Commissione Rodotà nel 2007 definiva beni comuni le cose che esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali nonché al libero sviluppo della persona, proponendo un terzo genere tra pubblico e privato. I beni comuni diventano “lessico famigliare” dopo il referendum del 13 giugno 2011 contro la privatizzazione del servizio idrico; il giorno dopo, a Roma veniva occupato il Teatro Valle, e da lì tante le occupazione di spazi pubblici e privati dismessi, abbandonati o semplicemente destinati ad essere trasformarti in spazi escludenti. E poi la difesa del territorio e del paesaggio, il No Tav bene comune della Val di Susa e il No grandi navi a Venezia, attraversando le vertenze locali, senza mai perdere il carattere della partecipazione e dell’inclusione, sino al lavoro bene comune, un’estensione impropria secondo alcuni, che invece ha il merito di mettere al centro le esigenze di lavoratrici e lavoratori che ogni giorno agiscono prassi di lotta per condizioni lavorative libere e dignitose, nel rispetto dei diritti costituzionali.

Si è creato, nel corso degli ultimi anni, un linguaggio dei beni comuni che traduce i difetti di un sistema economico e giuridico di un Paese stanco, in cui la rappresentanza rivela una crisi profonda. A chi appartiene l’acqua? A chi, il paesaggio? Perché tutelare la proprietà assenteista? Come dare riconoscimento giuridico a quelle comunità che recuperano o salvano dalle logiche del profitto, riconsegnandoli alla cittadinanza, immobili abbandonati da anni? Ogni domanda ha come sottointeso un percorso collettivo, una soggettivizzazione complessa, una partecipazione forte.

Da qui ha voluto ripartire la Costituente dei beni comuni: senza una delega del governo, una commissione composta da giuristi gira l’Italia per confrontarsi su questioni poste dalle assemblee, con lo scopo di “ridefinire la proprietà”, di redigere un codice dei beni comuni.

La sfida giuridica è importante. Non basterebbero poche righe per spiegare la necessità di superare una concezione proprietaria impregnata di individualismo possessivo, tutta schiacciata sul diritto di escludere gli altri, prerogativa intoccabile anche quando i beni oggetto del diritto di proprietà sono abbandonati e dismessi, al punto da far scattare la tutela penale. Il cuore del ragionamento è evidentemente politico, guarda al tema della redistribuzione delle risorse e all’accesso alla proprietà, ha sullo sfondo quel principio di eguaglianza dell’art. 3 della Costituzione, pensa a sperequazioni di cui nessuno più si occupa, come il tema dell’appartenenza della rendita fondiaria.

I nodi sono tanti, le questioni complesse: eppure nelle assemblee della Costituente, c’è pazienza nell’ascolto, interesse al dibattito, una partecipazione numerosa e attiva, che lascia da sola intendere la forza di una creazione giuridica che parte dal basso.

Si naviga in mare aperto, il percorso presenta le sue difficoltà. C’è un punto fermo però, il faro in questa navigazione, la Costituzione, che rivive attraverso un giusto bilanciamento di approfondimento teorico e buone pratiche politiche. Si apre qui un dibattito ancora più ampio, che ci riporta ai lavori della Commissione per le riforme costituzionali, incaricata dal Governo Letta Alfano di modificare in 18 mesi la seconda parte della Carta.

Del testo va difesa la tensione verso politiche redistributive, in forza della commistione tra principio di eguaglianza e principio di solidarietà, che postula però non un orizzonte statico, ma, al contrario, una realtà in trasformazione, un’attuazione che non rinuncia al conflitto, nella misura in cui, al di fuori da logiche di paternalismo, la Repubblica si impegna a rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona e che, evidentemente, sono essi stessi figli del pluralismo economico e sociale. In questo, non è possibile scindere la prima parte della Costituzione dalla seconda, perché come ha ben sottolineato il costituzionalista Alessandro Pace “essendo i Diritti e i doveri dei cittadini condizionati dalla struttura e dalle funzioni degli organi disciplinati nella successiva parte dedicata all’Ordinamento della Repubblica”, “le riforme della seconda parte potrebbero incidere indirettamente sui diritti della prima parte, pregiudicando quindi anche il contenuto delle garanzie”.

Non si sta parlando soltanto di svolta presidenzialista, questa revisione della Costituzione è dunque ben più pericolosa; non rincuora che l’iter sia accompagnato da un comitato di costituzionalisti, l’attenzione deve restare alta, già con l’introduzione del pareggio di bilancio il nesso tra eguaglianza sostanziale e diritti sociali è stato compromesso. E allora bisogna far rivivere la Costituzione: lo si è fatto con il referendum contro la privatizzazione del servizio idrico del 2011, si continua con i movimenti dei beni comuni, con il referendum di Bologna sui finanziamenti alle scuole private, con la difesa della democrazia nei luoghi di lavoro e con le rivendicazioni di un reddito minimo garantito, con tutte quelle vertenze e quelle lotte che guardano nella stessa direzione della Costituzione.

Rifiutando ogni forma di fanatismo e/o feticismo costituzionale, la Carta va sfidata, dando quotidiana concretezza a quei principi economici e sociali che devono trovare ospitalità anche nel diritto europeo, tutto teso verso il dogma del mercato e della concorrenza, in cui le libertà economiche spesso prevalgono sui diritti sociali e del lavoro, in cui la proprietà torna ad essere diritto fondamentale della persona.

Diceva Calamandrei che la Costituzione scorgeva “maluccio” le cose da vicino, mentre vedeva bene lontano. Il problema, a quanto pare, è la miopia di questa politica.

 

 

 

 

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