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Morire di carcere a settant'anni, la vergogna senza fine dei penitenziari italiani

Morire di carcere a settant'anni, la vergogna senza fine dei penitenziari italiani

Superare i settant'anni e morire di carcere. E' successo ad Angelo Nuvoletta, camorrista noto per esser stato, nel corso della sua carriera delinquenziale, mandante e responsabile di efferati omicidi, come quello – ad esempio – del giornalista Giancarlo Siani. Il boss ha però avuto il “privilegio” di finire i suoi giorni su un letto di ospedale, a Parma. In sette altri casi (in tutto nel 2012 si erano registrati appena due decessi), nel corso di quest'anno, la morte per altrettanti detenuti ultrasettantenni è avvenuta perché il Tribunale di Sorveglianza ha respinto le richieste di scarcerazione o alleggerimento delle misure detentive avanzate dai loro legali, per essere stati ricoverati troppo tardi o perché si sceglie la strada del suicidio.

Sulla carcerazione dei detenuti ultrasettantenni, si è pronunciata la Corte di Cassazione con sentenza 10891/2010, nella quale si legge che è prevista la custodia in carcere “a condizione che, con specifica motivazione, si dia conto dell'esistenza di esigenze cautelari di intensità così elevata”. Occorre cioè che sussista un “periculum in libertate” tale da far venire meno il divieto di applicazione della misura di custodia cautelare maggiormente restrittiva. In questi giorni, più visioni divergenti si contrappongono sul tema dell'amnistia, su quello della riforma della giustizia e su quello dell'abolizione di certe leggi ritenute particolarmente infami. Quando però l'ultimo decesso in carcere registrato è quello di un anziano di 81 anni, avvenuto nel penitenziario di Ferrara, gli interrogativi su quella che è la situazione carceraria nel nostro Paese divengono molto più complessi.

L'anziano, che avrebbe finito di scontare la sua pena ultracentenario, si trovava detenuto in carcere per aver compiuto abusi sessuali nei confronti della nipote. A proposito, Roberto Tronca, segretario provinciale del Sappe, ha sostenuto che “spesso è proprio la tipologia del reato commesso a far sì che la magistratura di sorveglianza non decida per misure alternative al carcere”. Smentite le voci che l'uomo fosse in sciopero della fame dopo il respingimento della concessione di misure cautelari domiciliari, perché, dice Tronca, l'anziano “aveva iniziato uno sciopero della fame per protestare contro la sua condanna, ma dopo un solo giorno, convinto dagli agenti, aveva desistito”.

A metà mese, invece, è morto su un letto di ospedale, ma era stato ricoverato poche ore prima in condizioni disperate, un detenuto romano di 82 anni, che si trovava in carcere perché in preda a un raptus e in condizioni economiche disperate nel 2005 si è scagliato contro una coppia, uccidendo un uomo. Ha spiegato il garante dei detenuti, Angiolo Marroni: “Due settimane fa, il tribunale di sorveglianza aveva rigettato la richiesta, presentata dai legali, di differimento della pena per motivi di salute. L'uomo era affetto da gravi patologie ed era stato anche colpito da ictus. Forse bisognerebbe riflettere sul fatto che una persona con questo quadro clinico e anagrafico avrebbe dovuto scontare la sua pena in una struttura diversa dal carcere e maggiormente adatta alle sue condizioni”.

Lo descrivono come pallido e sofferente il detenuto morto a 73 anni a Teramo nel maggio di quest'anno, colpito da infarto mentre stava scontando l'ultimo residuo di pena di circa un anno per pedofilia. Qualche giorno prima, all'ospedale Fatebenefratelli di Milano, era morto Sliman Bombaker, 78enne in carcere a San Vittore, libico di origini egiziane che aveva davanti appena sei mesi di carcere, per riduzione in schiavitù di una ragazza. La storia dell'anziano detenuto, raccontata dal suo legale Enzo Lepre, è inquietante: Bombaker era malato di diabete, infartuato, seminfermo e di recente si era procurato un trauma cranico, “tant'è che il medico di San Vittore aveva detto che la situazione sarebbe potuta degenerare da un momento all'altro e che era da scarcerare”. Ciò nonostante, il giudice del Tribunale di sorveglianza aveva rigettato la richiesta di domiciliari. "Mi chiedo in che Paese viviamo", si chiede l'avvocato Lepre.

Il Paese in cui Francesco Pasquini, 77 anni, si suicida impiccandosi in una struttura per anziani di Atessa dove viveva in osservanza dell'obbligo di dimora. L'uomo, in un certo senso, poteva considerarsi fortunato, essendo riuscito quantomeno a ottenere un regime diverso da quello carcerario, viste le sue condizioni di salute, peraltro già esistenti quando commise presunti atti di pedofilia che lo portarono in carcere. Concludendo questo percorso a ritroso, si arriva ai due morti di gennaio, deceduti ad appena 24 ore di distanza. Il 19 muore a Vibo Valentia Michele Paradiso, 76enne detenuto in attesa di giudizio che qualche mese prima aveva tentato di uccidere la figlia e che una volta messo ai domiciliari, era evaso diverse volte. Il giorno dopo, nel carcere di Udine, è morto Savino Finotto; appena 24 ore prima di accusare il malore fatale, il detenuto 70enne, che stava scontando un residuo di pena di tre anni e mezzo, si era visto respingere l’istanza di detenzione domiciliare da parte del magistrato di sorveglianza, che ne sosteneva “la specifica pericolosità sociale”. Nella richiesta di concessione dei domiciliari, il legale di Finotto aveva segnalato che il suo cliente “è affetto da diabete, è privo della gamba sinistra e deambula con una sedia a rotelle”. Inequivocabile, dunque, la pericolosità sociale.

Fin qui la mera ricostruzione di otto decessi di detenuti ultrasettantenni, sei dei quali – come abbiamo visto – sono avvenuti in carcere. Si tratta di una vera e propria pagina buia per la giustizia italiana, soprattutto se si considerano i decessi nei penitenziari dall'inizio dell'anno, “solo” 133 a fronte dei 154 nel corso del 2012 e dei 186 del 2011. Circa un detenuto ogni 17 muore dopo aver superato i settant'anni, dunque: si tratta probabilmente di un caso unico nel Vecchio Continente. Peraltro, è stato accolto nei giorni scorsi un ricorso in Cassazione del boss della 'ndrangheta reggiana Filiberto Maisano, 81 anni, affetto da diverse e gravi patologie e in regime di 41 bis. Si tratta di un ricorso che costituisce in qualche modo un precedente che consentirà verosimilmente di modificare la prassi in materia di detenuti ultrasettantenni.

In particolare, la Cassazione, con sentenza 43890, avverte come “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità”, sottolineando la necessità di un giusto equilibrio che tenga insieme “le esigenze di giustizia, quelle di tutela sociale con i diritti individuali riconosciuti dalla Costituzione”. Su un fatto la Cassazione non ha dubbi: “Il diritto alla salute del detenuto è prevalente anche sulle esigenze di sicurezza”. Maria Falcone, sorella del magistrato ucciso dalla mafia, davanti alle immagini di Bernardo Provenzano vecchio e malato, quasi incapace di parlare, citò proprio alcune parole del fratello: “Ho rispettato anche chi aveva ordinato un’infinità di delitti. Perché non bisogna mai dimenticare che in ognuno c’è sempre un barlume di dignità”. D'altro canto, è evidente che un Paese che ha deciso di ripudiare la pena di morte, sottoscrivendolo anche nella propria Costituzione, debba anche affermare il principio per il quale la detenzione in carcere usque ad mortem oltre a non essere rieducativa, viola i principi umanitari che sono alla base di una società che possa definirsi realmente civile.

Mentre scrivo, il dibattito politico si sta sviluppando anche intorno all'intervento “umanitario” del ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri a favore di Giulia Ligresti. Pare che il ministro si sia prodigato affinché alla giovane imprenditrice, che soffre di disturbi alimentari, venissero concessi i domiciliari, in quanto il suo quadro clinico sarebbe stato incompatibile con il carcere. Leggendolo fuori da ogni pretestuosa polemica e al contempo con la convinzione che il ministro abbia agito veramente con motivazioni umanitarie, l'impegno della Cancellieri a favore di Giulia Ligresti sarebbe da ritenersi condivisibile. Se così fosse – ma i rapporti tra la Cancellieri e la famiglia Ligresti ci dicono che le cose stanno in maniera diversa e il ministro ha agito in nome di un inedito umanitarismo ad personam – l'intervento a favore della figlia del nostro costruttore dovrebbe divenire da esempio per lo stesso ministro, affinché continui a intervenire con la stessa umanità a proposito della detenzione di soggetti che si portano addosso un cognome e un'eredità molto meno “pesanti”. E che superati i settant'anni continuano a morire di carcere anche per reati comuni.

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