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Affaire Ligresti, non convincono le "buone intenzioni" della Cancellieri

Affaire Ligresti, non convincono le "buone intenzioni" della Cancellieri

“Il ministro della Giustizia deve essere responsabile e ha il dovere di rispettare le leggi, ma deve anche avere il diritto di essere un essere umano. Ho la coscienza a posto, non darò le dimissioni: si dimette chi ha cose di cui pentirsi. Negli ultimi tre mesi ho fatto più di cento interventi per persone che ho incontrato nel corso delle mie visite in carcere o i cui i familiari si sono rivolti a me anche solo tramite una e-mail. Ho fatto il mio dovere”. Così il ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri, parlando al congresso dei Radicali a Chianciano, ha giustificato il suo operato rispetto al caso di Giulia Ligresti. Nei giorni in cui il ministro si prodigava per il caso della giovane imprenditrice, però, nel nostro Paese, in un Cie, uno di quei luoghi in cui la disumanità è tendenzialmente superiore a quella dei penitenziari, un migrante moriva di infarto.

Avveniva il 10 agosto scorso al Cie Sant'Anna di Isola Capo Rizzuto; a morire era il 31enne Moustapha Anaki, recluso da un mese nella struttura e da nove anni in Italia. Una delle vittime della Bossi-Fini, dunque. Morto perché – spiegava l'ente gestore del Cie – “soffriva di cardiopatia”. Uno di quei casi sui quali la Cancellieri sarebbe dovuta intervenire, prima da ministro degli Interni e poi da responsabile della Giustizia. Ha scritto Alessandro Robecchi su Il Fatto Quotidiano: “Rimbalza sui giornali il sacrosanto dibattito sulla disumanità del carcere, specie del carcere preventivo. Il caso di Giulia Ligresti, per esempio, tiene banco. Lei rifiuta il cibo, legge e rilegge gli atti dell’accusa e i suoi avvocati dicono che è 'incompatibile con il regime carcerario'. Massima solidarietà. E però, peccato, che nessuno abbia fatto titoli, o interviste, o mezze paginate di trasecolante scandalo per il signor Moustapha Anaki, che in carcere ci stava, anche se non lo chiamano carcere, che era talmente 'incompatibile' che in carcere c’è morto, e che non aveva nemmeno il bene di leggere gli atti d’accusa. Perché un’accusa, nel suo caso, non esisteva”.

Peraltro, la Cancellieri era già ministro della Giustizia da qualche mese, ma – attendendo di conoscere martedì, nel corso del suo intervento alle Camere, i dettagli dei suoi “cento interventi” in tre mesi – proviamo a limitarci agli ultimi casi di detenuti per i quali non si è agito con la medesima “umanità” utilizzata nel caso di Giulia Ligresti. Come quello di Walter Luigi Mariani, 58 anni, paraplegico a seguito di un’ischemia, morto carbonizzato – a fine agosto – nell’incendio della sua cella. O come i tre detenuti ultrasettantenni morti nel mese di ottobre. In due casi, il Tribunale di Sorveglianza aveva respinto la richiesta di detenzione diversa dalla custodia cautelare in carcere. A loro va aggiunto il nome di Antonino Vadalà, 61 anni, morto per un cancro al cervello. Secondo i familiari, non avrebbe ricevuto le cure necessarie.

Sulle polemiche intorno all'affaire Cancellieri-Ligresti, è intervenuta ieri Ilaria Cucchi, sorella del giovane geometra morto in seguito a un arresto, spiegando come lei e Lucia Uva, sorella di Giuseppe, siano state ricevute “due volte, la seconda separatamente, dal ministro Cancellieri. Siamo rimaste colpite dalla grande partecipazione del ministro al nostro dolore. Una partecipazione vera, sensibile e non di circostanza, da donna vera. Siamo stanche di regole asettiche, ciniche, che portano la nostra giustizia a trattare i normali cittadini nei modi che sappiamo. Non so e non conosco la vicenda giudiziaria di Giulia Ligresti, quel che so è che se fosse stato ministro lei, e avesse saputo delle condizioni di mio fratello oggi, forse, non esisterebbe il caso Cucchi. Stefano, forse, sarebbe con noi”.

Forse. La certezza però è un'altra: nonostante i proclami, le condizioni di emergenza dei penitenziari italiani permangono e il caso dell'intervento della Cancellieri nei confronti di Giulia Ligresti – nulla a che vedere con la famosa telefonata di Silvio Berlusconi alla questura di Milano per il rilascio di Karima al Mahroug, detta Ruby – rappresenta un'anomalia che pesa in maniera determinante sull'operato del ministro della Giustizia.

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