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Le dimissioni di Bossi e la Lega senza capo

Bossi si è dimesso. Una scelta praticamente obbligata, dopo che l'inchiesta sugli affari della Lega è arrivata a toccarlo direttamente, attraverso le rivelazioni sull'utilizzo di fondi pubblici per le spese private della sua famiglia e del "cerchio magico" dei suoi collaboratori, con l'aggiunta, in queste ultime ore, di una possibile accusa di corruzione nei suoi confronti. Riuscirà la Lega a sopravvivere alla tempesta di queste ore?

Umberto Bossi, infatti, si è dimesso dalla carica di segretario federale della Lega Nord, che ricopriva dal 1989. Ma il suo ruolo all'interno di quello che i militanti leghisti chiamano "il movimento" non è minimamente paragonabile a quello di nessun altro dirigente politico italiano. Bossi non era il segretario della Lega, non ne era il leader, ne era, come veniva comunemente chiamato da tutti i leghisti, dalla base fino al vertice, "Il Capo".

Le normali categorie analitiche della scienza politica sul ruolo dei leader carismatici non sono sufficienti a spiegare quello che era Bossi per la Lega. Il fondatore, nel 1982, con l'avventura della Lega Lombarda, il primo rappresentante parlamentare, con l'elezione in Senato nel 1987, il federatore, con l'assorbimento della Liga Veneta nel 1989? Molto di più. Bossi incarnava l'antropologia della Lega più di chiunque altro, perché Bossi coincideva con l'identità del partito. Cos'è la Lega? È il partito di Bossi, questa è l'unica definizione possibile, perché tutte le altre etichette, "autonomismo", "federalismo", "xenofobia" sono assolutamente insufficienti a spiegare il fenomeno leghista.

Bossi era il capo di un movimento la cui costruzione ideologica era talmente ambigua e arraffazzonata da potersi basare solo sull'obbedienza assoluta a una persona. In un altro movimento, diverse correnti possono competere per la leadership, perché condividono un sistema di fondo di valori, principi, obiettivi. Qualsi sono i principi, i valori e gli obiettivi della Lega? Difficile dirlo. Sono quelli che decide Bossi, di volta in volta, o almeno così è stato finora.

L'identificazione con la figura del Capo era tale che, se c'era una disputa interna sul candidato sindaco di un qualsiasi paesino della pianura padana, il cronista che intervistava i dirigenti leghisti locali si sentiva ripetere sempre la stessa, immodificabile risposta: "Deciderà Bossi". Ovviamente è impensabile che Bossi decidesse davvero su tutte le più minuscole questioni della politica locale, ma quello era l'unico modo per far digerire ai militanti qualsiasi soluzione. Immancabilmente, Bossi arrivava in paese, si riuniva con i dirigenti locali e poi parlava in pubblico, in uno dei suoi interminabili comizi, strillando forte il nome del prescelto e dandogli in questo modo una legittimazione che nessuno avrebbe potuto scalfire.

Non c'è elezione locale, in un qualsiasi comune del nord, in cui un numero consistente di preferenze (nell'ordine almeno delle decine) non venisse annullato perché gli elettori, accanto al simbolo della Lega, anche per il consiglio comunale, avevano scritto "Bossi". Del resto, anche nei lunghi anni dell'alleanza con Berlusconi, gran parte degli elettori leghisti (cioè gran parte della maggioranza elettorale, al nord) non si è mai identificata con il Cavaliere, a domanda rispondeva: "No, io non ho votato per Berlusconi, io ho votato per Bossi!"

Da dove gli derivava tutto questo? Come può un uomo, nella politica di oggi, in cui i partiti e i leader si cambiano ogni 6 mesi, tenere in piedi quello che oggi è il più antico partito tra quelli esistenti, ed esserne il capo indiscusso per ben tre decenni?

Il primo dato da sottolineare è sicuramente il genio. Bossi è stato, probabilmente, l'unico vero grande politico degli ultimi 30 anni, l'unico vero stratega della seconda repubblica (non a caso, è stato l'unico a sopravvivere al crollo della prima), in assoluto, in tutte le fasi controverse della politica italiana, il primo a vedere cosa stesse per succedere, il primo a capire cosa andasse fatto, il primo a farlo, con una spregiudicatezza che gente come Craxi e Berlusconi si sognava. Nell'era della politica spettacolo, ha creato dal nulla un partitino di campagna, gli ha schiaffato sopra un simbolo medievale, contro tutte le presunte leggi del marketing politico, e ha portato quel partito a governare in prima persona Veneto, Piemonte, un numero infinito di amministrazioni locali e un pezzo non secondario dello stato nazionale.
A dimostrarne la straordinaria capacità d'intuzione basta un dato: fu il primo a capire la logica del maggioritario, che gli permise, senza prendere un voto in più, tra il 1992 e il 1994, di raddoppiare la rappresentanza parlamentare leghista.

Un secondo dato di cui tener conto è sicuramente il cinismo, la spregiudicatezza di cui sopra. All'interno del partito, Bossi non ha mai tollerato l'emergere di altri personaggi non direttamente riconducibile al suo clan. Particolarmente duro è il pugno di ferro con cui ha periodicamente distrutto tutte le classi dirigenti che la Liga Veneta (la parte più antica, più radicata ed elettoralmente più pesante del movimento) ha prodotto nella sua storia. Nessun veneto (come nessun piemontese, del resto, ma lì il fenomeno Lega è decisamente meno rilevante) ha mai ricoperto un incarico di rilievo dentro la Lega, sempre rimasta saldamente nelle mani del clan varesino delle origini, a cui del resto appartiene anche Roberto Maroni, successore in pectore del Capo. Nessun partito, nella storia d'Italia, ha usato tanto frequentemente lo strumento dell'espulsione, e sempre nei confronti di quadri dirigenti di qualità. Bossi è la Lega anche perché Bossi ha sempre, costantemente e violentemente impedito che qualcun altro potesse essere la Lega.

Ma niente di tutto questo varrebbe se non ci fosse il terzo dato, il fondamento dell'identificazione totale e antropologica che lega Bossi al suo popolo: il ruolo di riscatto, catartico, quasi cristologico del modo bossiano di esprimersi. Il mondo è pieno di leader che tentano di dimostrare di "essere come noi", ma Bossi non è stato solo questo, Bossi è stato il primo a dire a determinate fasce delle popolazione italiana: non solo io sono come voi, ma voi potete essere così, avete ragione a essere così, è giusto e legittimo essere così. Bossi ha preso, in maniera istintiva ed artistica allo stesso tempo, tutti i tratti distintivi della rabbiosa ignoranza e strafottenza degli abitanti della campagna padana, e li ha schiaffati in tv, li ha portati in parlamento, ha attribuito loro dignità estetica e politica. Se Bossi può definire "bonazza" la Boniver, allora non solo è come noi che passiamo le giornate a fare commenti pesanti alle camerire al bar, ma parla a nostro nome, non le manda a dire, non guarda in faccia nessuno, ci porterà lontano.
La più grande intuizione politica del genio di Umberto Bossi è stata quella di prendere in mano una frattura nascosta nella società italiana, quella tra città e campagna, schierarsi dalla parte maggioritaria di questa frattura, e partire all'attacco, rimandando (caso Formentini a parte) in là nel tempo la conquista delle città. Il razzismo arriva solo dopo, e solo come variante dello stesso meccanismo, che è la mancanza di vergogna per se stessi, per il proprio status sociale e culturale, per le proprie pulsioni più egoistiche, e ha portato la Lega a spadroneggiare per decenni in gran parte delle province lombarde e venete, mentre i capoluoghi restavano in mano a centrodestra o centrosinistra.
Ed è quest'ultimo meccanismo, quest'abilità nel cavalcare l'antagonismo popolare e il sentirsi irriducibilmente diversi rispetto alle istituzioni che caratterizza gran parte delle campagne padane, ad aver fatto la fortuna della Lega, e a lasciare oggi macerie, in termini di alfabetizzazione politica e di civiltà democratica, che ingombrano la strada di chiunque voglia fare politica al nord.

Può la Lega sopravvivere senza Bossi? Difficile dirlo. Di certo la fase qui descritta era già finita da diversi mesi, con l'uscita allo scoperto di una corrente organizzata, quella maroniana, che pur senza mai rompere esplcitiamente l'ossequio liturgico al Capo, e limitandosi semplicemente a criticarne la corte (meccanismo tipico di ogni struttura autoritaria), di fatto metteva in discussione con la propria stessa esistenza la disciplina del movimento.

Di certo, non sarà in via Bellerio che si vedrà se la Lega può o non può continuare senza il suo Capo. Gli interessati sono pregati di uscire dalle circonvallazioni cittadine, andare nei paesi, chiedere ai sindaci, parlare con chi li sostiene. E verificare lì se Maroni riuscirà a camminare sul difficile sentiero che unisce la discontinuità rispetto al crollo del potere di Bossi e la necessaria persistenza del mito di Bossi.

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