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La manovra abolisce l'elenco dei pubblicisti. Che fine faranno?

La manovra finanziaria è legge, e con essa lo è anche la cancellazione dell'elenco dei pubblicisti dall'Ordine dei giornalisti.
La notizia gira nei circuiti professionali da qualche giorno, ed è stata denunciata pubblicamente da #erroridistampa, il blog dei giornalisti precari romani:

l’albo dei giornalisti pubblicisti verrà soppresso a partire dall’agosto 2012. In poche parole, questo vuol dire che chi non avrà conseguito il praticantato e sostenuto l’esame per passare dall’albo dei pubblicisti a quello dei professionisti entro agosto non potrà più svolgere il suo lavoro. Pena una denuncia per esercizio abusivo della professione. A meno che chi già esercita la professione non benefici di una sorta di “sanatoria” confluendo in un elenco ad esaurimento sul presupposto che il titolo, benché non sia abilitante, non si possa togliere a chi lo ha conseguito. Per i futuri pubblicisti, invece, semplicemente l’albo non esisterà più, di conseguenza nemmeno la loro figura. [...]
Siamo preoccupati. Lo sono i pubblicisti, i praticanti, i professionisti, gli stagisti e tutti gli aspiranti giornalisti che da ore si interrogano ovunque su quale sarà la loro sorte e cosa dovranno fare per accedere senza troppi traumi all’albo unico dei professionisti. Che succederà? Cosa intende fare l’Ordine per sanare la posizione dei colleghi pubblicisti che vivono esclusivamente facendo i giornalisti? Chi dovrà verificare la posizione di migliaia di colleghi, che pur facendo questo lavoro da anni, non si sono visti riconoscere il praticantato dai propri editori? E soprattutto, dopo il 13 agosto, in che modo si accederà alla professione? Quali criteri verranno presi in considerazione? La laurea? Il reddito? Gli anni di sfruttamento malpagato?

Quello dei pubblicisti è uno degli elenchi che compone l'Ordine dei giornalisti, e si differenzia da quello dei giornalisti professionisti in base a un principio: il giornalista professionista svolge la professione giornalista in maniera esclusiva, mentre il pubblicista può avere anchi altri impieghi.

Si tratta, fondamentalmente, di una figura nata per dare una copertura istituzionale a chi, pur facendo un altro mestiere, scriveva saltuariamente su un giornale, più per passione che per mantenersi. Con il tempo, però, dato che gli editori evitano come la peste il praticantato, cioè i 18 mesi di tirocinio necessari a poter dare l'esame per diventare professionisti, l'elenco dei pubblicisti è finito per comprendere gran parte di coloro che riempiono tutti i giorni le pagine dei giornali che leggiamo. Se a questo aggiungiamo che la diffusione dei contratti precari e i livelli salariali ridicoli hanno costretto di fatto gran parte dei giornalisti pubblicisti a trovarsi un altro lavoro per mantenersi, oggi di fatto l'esclusività della professione giornalistica è diventata un lusso che pochi si possono permettere.

Come spiegano bene Antonello Antonelli e Stefano Tesi, il problema più urgente, di fronte alla manovra, è capire che fine faranno le decine di migliaia di pubblicisti italiani. Saranno denunciati per esercizio abusivo della professione? Capiamoci: l'articolo 21 della Costituzione garantisce a tutti la libertà di poter scrivere su un giornale. Ma per avere un contratto di lavoro giornalistico, bisogna essere iscritti all'Ordine: che succede a chi dall'Ordine viene fatto sparire? E che fine faranno i contributi previdenziali versati all'INPGI?

In pochi difendono la razionalità di avere un elenco dei pubblicisti in cui stanno dentro sia il barbiere di paese che scrive un pezzo al mese per fare bella figura con gli amici sia il collaboratore precario che di pezzi ogni mese, se vuole portare a casa la pagnotta, ne deve scrivere almeno duecento. Ma la mossa del governo è certamente maldestra, e mette in pericolo la vita quotidiana di decine di migliaia di persone, che ora, evidentemente, o si vedranno garantita la possibilità di dare l'esame e passare professionisti, se intendono continuare a lavorare in maniera continuativa, oppure diventeranno abusive.

Una volta risolta questa questione, resta il bisogno di affrontare dibattiti un po' più seri: che senso ha una disciplina dell'accesso alla professione giornalistica ferma a quarant'anni fa, e superata di fatto dalla pressoché totale scomparsa del praticantato e dal dilagare dei contratti precari? È possibile immaginare una riforma dell'accesso alla professione che faccia ordine tra scuole di giornalismo, master universitari, praticantati fantasma e la giungla del precariato? Come si possono garantire a chi già oggi di fatto fa il giornalista un adeguamento riconoscimento professionale, un contratto decente, tutele e diritti degni di un paese civile e quindi la possibilità di fare in maniera dignitosa e libera il mestiere dell'informazione?

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