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Art. 18: l'ipocrisia ideologica del governo tecnico In evidenza

  • Scritto da  Cinzia Longo
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Elsa Fornero piangeCi risiamo. La Fornero rischia di essere l'ultima di una lunga fila di Ministri impegnati nell'attacco frontale all'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Un film già visto, in piena continuità con il proprio predecessore (Sacconi, ndr) che ha fatto della battaglia per l'abolizione dell'articolo 18 una campagna decennale di odio sociale.

Ma può essere un solo articolo dello Statuto dei Lavoratori la causa della nostra recessione? Allo stesso tempo l' abrogazione di questo articolo può essere una molla per il rilancio dell'economia? Francamente queste tesi sembrano avere ben poco di scientifico. Sorprende quindi vedere il governo dei "professori" intraprendere campagne mediatiche come quelle inaugurate dal Ministro Fornero dalle colonne del Corriere della Sera, sempre pronto ad accogliere le invettive su un tema così delicato. I professori, il cui arrivo è stato salutato positivamente da gran parte degli italiani, sembrano essersi già buttati nella mischia, sembrano quasi confondersi con chi ha fatto delle campagne antisindacali una missione di vita. La retorica è quella degli anni bui che abbiamo alle spalle: togliere ai padri per dare ai figli, smantellare i "privilegi di un segmento iperprotetto", garantire il welfare in cambio dei diritti.  

L'Italia continua ad essere un paese a precarietà dilagante. Sono ben 46 le tipologie di contratto a termine senza le tutele previste dai CCNL, parliamo di diritti elementari come la maternità, il congedo parentale, la cassa integrazione, l'accesso agli ammortizzatori sociali e ad un'adeguata contribuzione previdenziale. Ma il mercato del lavoro non è soddisfatto - come ha ribadito la Marcegaglia in questi giorni - continua a chiedere flessibilità in uscita, libertà di poter licenziare, maggiore libertà di impresa. Quale sarebbe quindi la differenza tra noi e gli altri paesi? Se c'è questa differenza è su binari totalmente diversi da quelli individuati dall'attuale ministro del lavoro. Siamo il paese con la disoccupazione giovanile tra le più alte d'Europa (ormai il muro del 30% è stato ampiamente sfondato), siamo il paese che oltre all'instabilità della propria moneta dovuta allo spread sui titoli di stato vive una crisi industriale ormai decennale. Come dimenticare tutta la retorica sulla crisi che aveva contraddistinto il dibattito nei primi anni duemila? Lo scarso investimento in ricerca e innovazione (0,1% del PIL), l'incapacità di coniugare una nuova economia della conoscenza e dei servizi con le grandi produzioni industriali che avevano contraddistinto il boom economico del secondo dopoguerra? 

L'Italia è davvero un paese in crisi, ma è una  crisi di identità produttiva, industriale ed economica. Lo sa bene il Ministro Fornero, che nell'impossibilità di rilanciare provvedimenti strutturali (opaco sembra l'approccio del superministro Passera), è costretta a fare il gioco delle tre carte, far passare come modernità concetti portano le lancette dell'orologio ai tempi più bui delle relazioni sindacali. Tutto questo per continuare a tagliare la spesa pubblica, tutto questo per deresponsabilizzare le imprese a garantire reddito in cambio di lavoro. Questa sembra anche la logica che regna dietro a concetti quali il contratto unico e la proposta del reddito minimo garantito. Prendiamo il caso della proposta Ichino, tanto cara alla Fornero come alla maggior parte dei nostri parlamentari. Si propone un contratto unico di inserimento (precario), indeterminato (cioè precario a tempo indeterminato), al quale il datore di lavoro può mettere fine in qualsiasi momento (con libertà di licenziamento entro i primi 9 anni). Allo steso tempo, sempre nel disegno Ichino, non vi è nessuna traccia di abolizione degli attuali contratti a termine e non c'è una tassazione maggiorata per il datore di lavoro che si vuole avvalere di questi contratti (cioè è la precarietà continuerà a costare di meno). 

Quale è la novità rispetto ad oggi? Certo si potrebbe ragionare dell'estensione dell'accesso agli ammortizzatori ma quale sarebbe la svolta epocale se oggi circa sette milioni di lavoratori sono impiegati con contratti atipici, quale sarebbe la maggiore mobilità che questo contratto porterebbe nel nostro mercato del lavoro? Per questo anche la proposta di reddito minimo, sembra avere molto poco a che fare con il reddito di cittadinanza attualmente faro dei sistemi di welfare d'oltralpe. In tutta Europa è garantito un reddito, su base universale, che ti accompagna dal momento formativo fino al riconoscimento di un sostegno economico a prescindere dalla propria condizione produttiva. Cosa c'entra con un assegno di disoccupazione che la Fornero vorrebbe concedere in cambio della rinuncia all'intero impianto dei diritti dei lavoratori sanciti nello Statuto? Il dibattito sembra davvero confuso, bene hanno fatto i sindacati a non farsi affascinare dall'ennesimo tentativo di mascherare modernità con la cancellazione dei propri diritti. 

Basterebbe vedere i dati sulle casse integrazioni per capire che la realtà nel nostro paese è un'altra, e che la precarietà regna anche sugli "iperprotetti". Secondo uno studio della Cgil nel 2011 sono state 900 milioni le ore di cassa integrazione chieste dalle imprese, con circa mezzo milione di lavoratori coinvolti. A questi vanno aggiunti i dati sulla disoccupazione, aumentata dal 2007 -  secondo l'Istat - di circa il 40%. Ovviamente questi dati rischiano di non tenere conto di chi, vivendo la precarietà da anni, balza da un lavoro all'altro, da un contratto trimestrale all'altro, rischiando di essere invisibile alle statistiche sulla mobilità del mercato del lavoro. In un contesto del genere, con il sindacato che sembra non subire le fascinazioni che in altre stagioni l'aveva indebolito e con una crisi che dopo l'ultima manovra sembra sentirsi sempre di più nelle tasche degli italiani, è tutta da verificare la posizione delle forze parlamentari che su questo tema, come su quello fiscale, sembrano giocarsi una fetta importante anche del prossimo dibattito elettorale. Potrà il Pd accettare a testa bassa un indebolimento dei diritti di chi lavora a vantaggio della libertà di impresa? Potrà farlo mentre la maggior parte del proprio elettorato ha aderito agli scioperi del sindacato e portato in piazza tutta la sofferenza dovuta al prelievo fiscale che da oggi peserà sempre di più sul lavoro dipendente? E qualora dovesse rifiutarsi qual è la proposta alternativa? 

Se c'è chi, come Emma Marcegaglia, sull'articolo 18 invita a ragionare "senza ideologia", il governo dei "professori" sembra invece voler costruire su questo tema una campagna politica capace di "distrarre" l'opinione pubblica dai provvedimenti che da qui a qualche giorno saranno presentati. In sostanza siamo alle solite, ci dicono che questo è un governo tecnico e ce lo ritroviamo a fare campagne ideologiche, chi dovrebbe fare politica (il Pd?) si occupa solo di tecnicismi, in tutto ciò il famoso "segmento" sembra tutt'altro che "iperprotetto", anzi è solo, abbandonato e sotto attacco. Per maggiori informazioni citofonare Pomigliano/Mirafiori.

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