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Precarietà, articolo 18 e modello Ichino: dov'è il dibattito?

  • Scritto da  Il Corsaro
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Con un'intervista all'ufficio stampa di Palazzo Chigi, un tempo noto come Corriere della sera, la ministra del lavoro Elsa Fornero ha dato ufficialmente avvio al dibattito sulla riforma del mercato del lavoro. Fornero ha annunciato chiaramente le linee guida della proposta che il governo intende presentare alle forze sociali nelle prossime settimane:

«Penso che un ciclo di vita che funzioni è quello che permetta ai giovani di entrare nel mercato del lavoro con un contratto vero, non precario. Ma un contratto che riconosca che sei all'inizio della vita lavorativa e quindi hai bisogno di formazione, e dove parti con una retribuzione bassa che poi salirà in relazione alla produttività. Insomma, io vedrei bene un contratto unico, che includa le persone oggi escluse e che però forse non tuteli più al 100% il solito segmento iperprotetto».

A parte il congiuntivo in libertà, si fa evidentemente riferimento alla celebre proposta elaborata dal giuslavorista Pietro Ichino, senatore del Partito Democratico, di cui si era parlato nel totoministri per lo stesso ministero di Fornero e al cui modello già aveva fatto riferimento il presidente del consiglio Mario Monti nel suo discorso di presentazione al Senato.

Per un'analisi puntuale della proposta Ichino, è utile leggere la scheda preparata dalla Rete della Conoscenza, all'interno di un articolo in cui il movimento studentesco rifiuta di essere utilizzato come pretesto per l'attacco al diritto del lavoro.
Quella in discussione è una versione particolarmente conservatrice del modello di contratto a tutele crescente: si creerebbe di fatto una nuova tipologia contrattuale, che è completamente precario per i primi 6 mesi, con completa libertà di licenziamento, poi per i successivi 20 anni c'è la protezione solo dal licenziamento apertamente discriminatorio, mentre resta libero il cosiddetto “licenziamento per ragioni economiche”, e infine, solo oltre i 20 anni di lavoro, si arriva a tutele vicine a quelle dell'attuale articolo 18 (resta la libertà di licenziamento per ragioni economiche, ma spetta all'azienda e non al lavoratore provare se sia discriminatorio o meno).

Insomma: pur con gradazioni differenti, significherebbe libertà di licenziamento più o meno arbitrario per tutti, in cambio del (presunto) superamento della precarietà contrattuale. Un approccio già di per sé discutibile, ovviamente. Ma ciò che stupisce particolarmente è l'armamentario retorico a sostegno di questa proposta: i lavoratori e le lavoratrici dipendenti, la cui condizione oggi è tutt'altro che rosea, come dimostra in maniera lampante il caso Fiat, vengono definiti "il solito segmento iperprotetto", cercando di sfruttare l'onda lunga della mobilitazione giovanile degli ultimi anni contro la precarietà e di indirizzarla non contro chi quella precarietà ha voluto e instaurato, ma contro i pochi che ancora non la subiscono. E si arriva così al paradosso che, di fronte al problema della precarietà, invocando equità e giustizia, si riduce il dualismo del mercato del lavoro non livellandolo verso l'alto, e cioè garantendo diritti e tutele di livello europeo a tutti, ma verso il basso, estendo universalmente la precarietà.

Un approccio ideologico e propagandistico degno del peggior Sacconi, non certo il dibattito fattuale e di merito che questo governo aveva promesso. E l'edizione di oggi dell'ufficio stampa di Palazzo Chigi un tempo noto come Corriere della sera rincara la dose, con un'apertura a tutta pagina che accusa di violenza e praticamente di cripto-brigatismo le pacate critiche della moderatissima segretaria generale della Cgil Susanna Camusso.

Niente di nuovo sotto il cielo, insomma. Lo stesso repertorio retorico di Maroni e Sacconi, lo stesso arrogante pregiudizio antisindacale, la stessa strumentalità. Ed è un peccato, perché il dibattito, in ogni caso, è davvero centrale: si parla della condizione di precarietà che vivono quotidianamente milioni di italiani, in particolare i giovani, si parla della cancellazione di un tassello fondamentale del diritto del lavoro italiano, si parla del ruolo del sindacato, rappresentanza sociale o gestore di servizi. Soprattutto l'impressione è che si parli una volta di più di crisi come dispositivo di disciplinamento per regolare alcuni conti aperti da tempo, come ben spiega Riccardo Pariboni nel nostro editoriale di stamattina.

Il Corsaro intende dedicare a questo tema particolare attenzione, nelle prossime settimane. Un primo articolo ha già iniziato ad approfondire alcuni aspetti della questione, mentre nei prossimi giorni ne analizzeremo le connotazioni tecniche e politiche e il quadro internazionale in cui si inserisce. Iniziamo consigliando tre articoli: Massimo D'Antoni su L'Unità, Ilaria Lani su Molecole, Giovanni Orlandini su Left Wing. L'abbiamo promesso qualche giorno fa: vogliamo raccontare l'Italia com'è, fuori dalla cortina fumogena del dibattito mediatico, e questa per noi è la prima occasione di fare sul serio. Ospiteremo nei prossimi giorni interventi e approfondimenti su questo tema, provando a sfuggire dalla trappola propagandistica di chi bolla di conservatorismo la difesa dell'articolo 18 e ritiene progressista la precarietà universale.

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