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Manovra: dov'è l'equità?

Approvata la manovra. Urrà. La prima manovra del Governo Monti. L’Italia è salva. L’apparato politico italiano ed europeo plaude e ringrazia. È vero, è una manovra di sacrifici. Però i sacrifici sono per tutti e poi sono necessari, sono troppi i rischi che l’Italia e l’Europa stanno correndo in questi mesi per la condizione in cui versano la finanza e l’economia. Ci trasciniamo un debito pubblico enorme da decenni, la spesa pubblica esosa è diventata una zavorra per i conti pubblici, la speculazione finanziaria ha eroso esorbitanti patrimoni finanziari.

Un allarmismo perpetuo si dipana da mesi dentro agli schermi delle televisioni, dei monitor dei pc, sulle prime pagine di tutti i quotidiani da parte di una politica commissariata da Bruxelles che per anni ha nascosto elegantemente la crisi economica e i suoi effetti devastanti. Qualcuno diceva: attenzione, saranno tempi di recessione! E una domanda assillante gira e rigira per la testa di milioni di persone: chi pagherà questa volta?

Con questa manovra hanno pagato tutti, è vero. Tutti i ceti, tutte le categorie sociali in un modo o nell’altro sono stati intercettati da quei necessari sacrifici per il nostro Paese. Ma è veramente equa questa Manovra? Tutti concorrono alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva? Senza perderci all’interno della galassia dei numeri e del quantum degli interventi, la direzione scelta è una ed inequivocabile: pagano i lavoratori pubblici, i pensionati, chi paga regolarmente le tasse, chi si è sempre “sacrificato”. Hanno vinto le lobby dei tassisti e delle case farmaceutiche, hanno vinto le caste e i manager, gli speculatori e gli evasori fiscali, tutti gli altri hanno perso.

È una questione di onestà intellettuale: non ci si può nascondere dietro le tasse su automobili e barche, dietro l’imposta di bollo sui capitali scudati, dietro al tetto agli stipendi dei manager pubblici, per non assumersi la responsabilità politica (ed etica!) delle scelte prodotte. L’ha affermato anche Confindustria: stiamo entrando in una fase di recessione preoccupante. Nel prossimo semestre il PIL diminuirà del 2%, aumenteranno i licenziamenti, migliaia di lavoratori in mobilità non saranno reintegrati, nei prossimi due anni si perderanno 800 mila posti di lavoro, il tasso di disoccupazione aumenterà del 9% fino a fine 2012, aumentano di giorno in giorno i giovani, le famiglie, i pensionati che guardano in faccia uno spettro chiamato povertà. Uno spettro alimentato da affitti sempre più cari, bollette sempre più esorbitanti, un litro di benzina che sfiora i 2€, pensioni sempre più esigue, tagli a tutto il sistema dei servizi sociali.

Non si può continuare all’infinito a giocare con la vita e i bisogni della gente. Come non si può continuare all’infinito a pensare che i problemi della finanza possano essere risolti a discapito dei diritti e del welfare. Non si può tagliare la spesa pubblica, sperando che il pil magicamente cresca. Se è verà l’identità keynesiana Y=C+I+G (il pil è uguale alla somma dei consumi, degli investimenti e della spesa pubblica, ndr), al diminuire della spesa pubblica devono necessariamente aumentare gli investimenti e i consumi. Chi garantisce gli investimenti? Chi consuma? Le storie nostrane ci raccontano di una politica incapace di guardare oltre il proprio naso, di non vedere i rischi, quelli veri, di un rischio di povertà generalizzato.

Ma una buona notizia c’è: il Governo tiene alla salute del suo popolo. Il costo delle sigarette aumenterà. Anzi no. Solo quello del tabacco trinciato. Quello utilizzato da molti negli ultimi anni per tagliare un po di spese individuali correnti. I fumatori di serie B ringraziano.

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