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Cos'ha detto Monti su precarietà, lavoro e articolo 18

La conferenza stampa di fine anno tenuta dal presidente del consiglio Mario Monti stamattina è stata ben poco eccitante. Talmente lunga, monotona e poco sostanzioso che il cronista de Il Foglio Claudio Cerasa l'ha paragonata a una proiezione de La corazzata Potëmkin. Una definizione certamente esagerata (il capolavoro di Ejzenštejn dura appena 75 minuti, contro le 2 ore e 38 minuti del Monti show di stamattina, e ha sicuramente più ritmo), ma che rende l'idea dell'estrema cautela con cui il presidente del consiglio ha affrontato l'appuntamento.

In particolare sul tema del lavoro, dopo il dibattito generato dalle infauste dichiarazioni della ministra Elsa Fornero, Monti si è fortemente limitato, arrivando al paradosso di annunciare l'atteso avvio dell'iter di riforma del mercato del lavoro con un rapidissimo accenno, all'interno di un discorso in cui hanno trovato spazio perle dell'arte della supercazzola come “il nostro sforzo è rendere più omogenea la preoccupazione effettiva” e “una stabilità frastagliata di assenza di interventi".

L'obiettivo del governo, ha detto Monti, è "favorire il lavoro non precario per i giovani", perché “ci sono eccessive segmentazioni nel mercato del lavoro, e nuocciono ai giovani”.
Inevitabile che arrivasse una domanda a stimolare una dichiarazione più precisa del presidente del consiglio, tanto che Monti aveva già un bigliettino pronto con la risposta, che ha letto e che qui testualmente riportiamo:

Contratto unico? Non lo so. La professoressa, il ministro Fornero sta ragionando e si sta accingendo a lavorare nei prossimi giorni, però posso dirle che noi ci proponiamo tre obiettivi:

  • superare il profondo dualismo che caratterizza il mercato del lavoro italiano, con effetti negativi non solo in termini di equità ma anche di efficienza complessiva del sistema;
  • superare una regolazione quasi esclusivamente basata sulle condizioni di liceità della diverse fattispecie giuridiche contrattuali e caratterizzata nei fatti da forti incertezze interpretative;
  • e in questo contesto le tutele ai lavoratori, da prestare principalmente nel mercato, devono favorirne la riallocazione nel mercato, nel rispetto della professionalità e della localizzazione territoriale dei lavoratoti stessi, nell'ambito come sappiamo di un contesto mondiale caratterizzato da un continuo evolvere delle strutture produttive. E le prestazioni di sostegno al reddito dei lavoratori che abbiano perso un impiego non per loro colpa o scelta dovrebbero essere tali da incentivarne il reimpiego.    

Nessun riferimento diretto all'articolo 18, per evitare le polemiche delle scorse settimane. Del resto, come abbiamo scritto più volte nelle scorse settimane, e come molto più autorevolmente di noi ha sostenuto Luciano Gallino su Micromega, si può superare il dualismo tra tempo indeterminato e il tempo determinato attraverso un unico quadro contrattuale senza per questo liberalizzare il licenziamento.

Purtroppo, però, Monti sembra orientato a perseguire in ogni caso la strada del licenziamento facile: cos'altro significa, infatti, sostenere che le tutele per i lavoratori vadano “prestato principalmente nel mercato” in modo tale da “incentivarne il reimpiego”? Se un lavoratore va aiutato solo una volta che arriva nel mercato, è evidente che deve entrare nel mercato, e quindi perdere il lavoro senza che alcuna norma (l'articolo 18) sia intervenuto a proteggerlo.

Più oscuro il secondo punto: che serva fare ordine nella normativa sulla liceità delle forme contrattuali è sacrosanto, in particolare dopo che la famigerata legge 133 del 2008, la stessa dei tagli a scuola e università, ha cancellato i timidi progressi fatti dal governo Prodi in questo senso. Ma parlare di “superare la regolazione” può significare una riforma seria tanto quanto una deregulation irresponsabile.

Insomma, Monti e Fornero non vogliono scoprire le carte ed esporsi alla critica, almeno non prima di aver imbrigliato i sindacati in un tavolo di concertazione da cui non sarò facile alzarsi. La strada resta quella della flexsecurity: licenziamenti facili e sostegno ai lavoratori nel mercato del lavoro.

L'aspetto più curioso è che oggi Monti non ha fatto minimamente riferimento all'altra gamba della pur discutibilissima architettura del modello Ichino, cioè la cancellazione dei contratti precari, perno della grande redistribuzione generazionale promessa da Monti. Di quello, e di qualsiasi altro contenuto che potrebbe far risultare interessante la riforma del mercato del lavoro agli occhi di uno studente o di un giovane lavoratore, a oggi, non c'è traccia.

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