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Fact checking: quante cazzate dice Renzi in mezz'ora?

Fact checking: quante cazzate dice Renzi in mezz'ora?

Trenta minuti possono essere tanti o pochi per spiegare la propria idea di lavoro e di società. Per il premier sono più che sufficienti per inanellare una sequenza di affermazioni false da far impallidire un bugiardo seriale. Abbiamo fatto il fact checking dell'intervista domenicale di Renzi da Lucia Annunziata. E’ uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo.

"Ricordo che il Jobs act cancella i cococo e i cocopro e dà più incentivi per i contratti di lavoro a tempo indeterminato. Punta sui contratti a tempo indeterminato."

Falso!!! 

Il Jobs Act non fa nulla di tutto ciò. I co.co.co sono stati cancellati per il settore privato (ma utilizzati come contratti a progetti rinnovati nel pubblico impiego) dalla Riforma Fornero, la stessa che ha posto dei paletti all’utilizzo dei co.co.pro che ivece sono in ottimo stato: tra le poche tipologie contrattuali attraverso cui si trova ancora lavoro.

Il JobsAct non dà più inecntivi per il contratto a tempo indeterminato se con questo si intende maggiore stabilità nei rapporti di lavoro:il contratto a tutele crescenti implica che nei primi tre anni, il neo assunto non gode di nessuna tutela sia in termini di stabilità del rapporto sia in termini contributivi da parte dell’impresa (che grazie alle deduzioni Irap può assumere pressoché gratis). L’impresa secondo il testo approvato potrà entro i tre anni licenziare il lavoratore e assumerne uno nuovo sempre a tutele crescenti, sempre beneficiando degli scarsi indennizzi monetari da corrispondere in caso di licenziamento (se tra tre anni esisteranno gli sgravi lo sapremo solo con la prossima legge di stabilità).

“Grazie” al Decreto Poletti, alla legge di stabilità e al Jobs Act, i contrattia tempo determinato continuano comuqnue ad essere più convenienti rispetto a quelli indeterminati come mostra la tabella di cui sotto, elaborata dall’Associazione 20maggio (che fa capo allo stesso PD).

"Le questioni vere sono queste: la possibilità di fare impresa e creare posti di lavoro"

Cosa Renzi faccia dei libri che compra ogni volta che passa da piazza colonna non è dato di sapere. La possibilità di fare impresa non dipende dalla rigidità del mercato del lavoro: l’indice di protezione del lavoro italiano è inferiore a quello francese e tedesco e a ben vedere in questi paesi  fare impresa è più conveniente che in Italia.

Il lavoro da parte delle imprese viene creato quando c’è l’aspettativa di un guadagno sulla produzione, cioè nel momento in cui la maggiore produzione dovuta a più lavoro è venduta sul mercato, ha quindi degli individui, delle famiglie disposti a consumare. Che Renzi ancora ad oggi non abbia capito che il lavoro si crea se si agisce sul lato della domanda di consumi prima che su quella dell’offerta è un dato importante per giudicare l’operato del governo, che consapevole ormai del fallimento di tali ricette persevera nel portarle avanti favorendo gli interessi di pochi (gli imprenditori) a danno di un’intera collettività popolata principalmente dai lavoratori, disoccupati e inattivi.

"Ma la mia priorità è un'altra: tenere la discussione sul merito delle cose"

Rispondere sarebbe come sparare sulla croce rossa. A chi purtroppo è capitato di ascoltare un renziano sulla riforma del lavoro, durante le innumerevoli presenze nei talk show italiani, non sarà sfuggito che tanto il Predisente del Consiglio quanto i suoi pasdaran tirano a campare ripetendo frasi vuote o supercazzole (come quelle di cui sopra del resto). Noi di Act! agire,costruire, trasformare abbiamo voluto tenere al discussione sul merito delle cose creando la guida intergalattica al JobsAct, disposti a discuterne.

"Il mio obiettivo è dare nuove tutele a chi lavora e non condurre una polemica ideologica"

Falso!

Non c’è nessuna tutela per chi lavora considerando che le tutele per i neo assunti con il contratto a tutele crescenti sono inesistenti nei primi tre anni di contratto e l’articolo 18 modificato per i neo assunti. Per citare altri esempi, si restringe la possibilità di ricorrere alla cassa integrazione guadagni (CIG) lì dove prevista fino ad oggi e non si  prevede di estenderla alle piccole imprese e agli artigiani, incentivando l’uso dei contratti di solidarietà per lepiccole imprese (strumento già previsto) ma a costo zero, senza quindi stanziare nuovi fondi. Poiché i contratti di solidarietà devono essere autorizzati dal ministero del Lavoro fino a esaurimento fondi (non aumentati dalla legge di stabilità) è chiaro che a fronte di un aumento delle difficoltà economiche delle imprese non vi saranno ulteriori tutele per tutti quei lavoratori in procinto di essere licenziati. Se i lavoratori in difficoltà aumentano e i soldi per gli ammortizzatori no significa che le tutele diminuiscono per tutti e non viceversa. E’ a proprietà delle frazioni bellezza!

Inoltre, l’estensione delle tutele in caso di disoccupazione prevista dal JobsAct è palesemente discriminatoria in quanto i benefici monetari sono proporzionali all’anzianità e ai contributi versati. Come già spiegato altrove, questa è una misura discriminatoria in quanto non basata sui reali bisogni degli individui e delle famiglie, ma dal tipo di contratto di lavoro che non dipende da una negoziazione tra lavoratore e impresa ma dalla mera convenienza economica del datore di lavoro. Questo è vero  per quanto riguarda i contratti a tempo indeterminato: i giovani hanno per definizione lavorato meno e spesso assunti a tempo indeterminato dopo carriere molto frammentate e quindi con bassissime contribuzioni.

 Ma è vero anche per l’estensione degli assegni di disoccupazione ai cococo: i requisiti per accedervi sono quelli derivanti dalla riforma Fornero, cioè almeno tre mesi di contribuzione in un anno. Come riporta uno studio dell’associazione XXmaggio, solo il 41% dei collaboratori sono eleggibili e diventeranno beneficiari a seconda delle disponibilità finanziarie messe a regime dalla legge di stabilità. Quest’ultimo provvedimento appena approvato stanzia 2mld e 400mln per gli ammortizzatori sociali che se fossero destinati interamente ai 317656 collaboratori eleggibili si trasformerebbero in un reddito annuo per ciascun collaboratore di 7555 euro, 629 euro al mese in media (il dato effettivo dipenderà appunto dai mesi di contribuzione di ciascun cococo).

Ad esempio, il 45% dei contratti stipulati nel 2013 hanno durata massima di un mese (fonte CGIL) e sono in aumento solo quelli di durata massima di tre mesi.

"Questo è il governo che ha dato 80 euro a chi ne guadagna meno di 1500 al mese"

Falso!

Il governo “ha dato” 80 euro a quelli che guadagnano tra gli 8000 e i 25000 euro all’anno. 

Chi è realmente in condizioni di povertà estrema, di deprivazione materiale non avrà nulla dallo Stato se non i pasti della Caritas a cui il governo ha aumentato di qualche decina di milioni il fondo per i pasti. Ancora una volta, la povertà non è considerata un problema sociale e viene affrontato con spirito caritatevole senza un’idea di progresso e di mobilità sociale di lotta all’ingiustizia sociale. Povero sei e povero devi rimanere.

"Molte aziende non assumono perché preoccupate di un eccesso di rigidità."

Falso!

Le aziende non assumono perché come già detto sopra non hanno a chi vendere i propri prodotti. L’ennesima evidenza è riportata dai dati Istat sul Pil di oggi 1° dicembre, in cui è chiaro come si vede sotto che le imprese continuano a investire sempre meno in fattore capitale (macchinari, attrezzature) e la produzione è ferma infatti quel che viene venduto sono le scorte non nuova produzione, quindi di fatto si produce sempre meno e l’esiguo aumento della domanda per consumi delle famiglie è assorbito dalla riduzione della domanda pubblica, che ha effetti aggregati maggiori (il cosiddetto moltiplicatore).

"Mancava certezza nelle regole. Noi stiamo rimuovendo gli ostacoli."

La regola come ostacolo viene rimossa ovviamente a danno dei più i lavoratori, a favore degli interessi e dei profitti dei pochi, gli imprenditori.

"L'articolo 18 è anche un elemento simbolico perché si dimostra che l'Italia può attirare gli investimenti"

Gli investimenti non dipendono dall’art18, che in Germania è più elevato ma gli investimenti non hanno mostrato cali se non negli ultimi trimestri. Gli investimenti dipendono dal tasso di rendimento quindi da quanto un investitore può guadagnare, ma il guadagno dipende non solo dai costi, tra cui il lavoro, ma dai ricavi, cioè dalle vendite che sono ferme quando non in diminuzione.

"Bisognerebbe rileggersi un intervento di Luciano Lama del '78, allora cambierebbero idea"

La distanza politica tra Renzi e chi si considera di sinistra (qui per una breve discussione su cosa è sinistra) non è una quesitone soltanto di ideologia ma soprattutto di ideali. Senza voler sembrare banali, potremmo dedicargli una canzone “Coda di lupo” F. De André

"Io sono perché l'acciaio sia gestito da privati."

Chiaro, un governo che non parla mai di politica industriale, che non ha un’idea di sviluppo, se non quella di chi ostenta felicità e ottimismo di Farinettiana memoria a scapito dell’intera classse lavoratrice.

"Se devo far saltare Taranto, preferisco intervenire direttamente per qualche anno e poi rimetterlo sul mercato"

Magari a quattro soldi, così qualche avvoltoio troverà conveniente l’affare. Dei disastri delle privatizzazioni italiane subiamo ancora gli effetti.

"Il paradigma mondiale dovrebbe essere la crescita"

Ci spieghi il Premier: crescita per chi? Per cosa? Perché è noto che la crescita dell’economia non implica necessariamente un miglioramento delle condizioni di vita di quelle fasce della società che non sono ricche, che negli anni, nei decenni non hanno potuto aumentare la propria capacità di reddito, di istruzione, di patrimonio e non per demerito, ma semplicemente perché la politica ha voluto continuare a soddisfare privilegi di pochi, di quell’1 o 5 per cento della popolazione più ricca. Crescita non vuol dire più sviluppo, non vuol dire minori disuguaglianze, non vuol dire più giustizia sociale. E allora quando si parla di crescita, se davvero vogliamo parlarne facciamolo in modo consapevole e di sinistra.

Peccato che le letture del Premier e dei suoi più stretti collaboratori si fermino a Tabellini, Perotti e compagnia bella, c’è cotanta bellezza lì fuori che vorremmo suggerirvi una bella spending review culturale, una vera e propria riqualificazione delle basi (non una sua riduzione come invece intende il governo).

"Quanto al deficit, il nostro dato è uno dei migliori al mondo. Preoccupa casomai il debito. Ma in questo caso il problema è la crescita. Solo che la crescita non arriva senza un programma di investimenti pubblici e privati degni di questo nome. Fuori dalla tecnicalità: è un gatto che si morde la coda."

Falso!

Il problema è il rapporto debito/pil e il pil non cresce (la crescita in senso stretto) perché di fatto il programma attuato in questi primi 9 mesi dal governo Renzi è un programma austero che taglia la spesa pubblica, quando è l’unico strumento oggi in grado di rilanciare consumi e investimenti attraverso piccole opere (basterebbe già solo riempire le buche che abbiamo senza doverne creare delle nuove per andare oltre Keynes). Gli investimenti privati non ripartiranno senza un chiaro segnale contro le politiche di austerità, il che non vuol dire non affrontare il tema della qualità della spesa pubblica degli appalti, della corruzione argomenti che in realtà sembrano piuttosto secondari tanto quanto la democrazia la giovane premier Matteo Renzi.

 

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