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Primarie in Veneto: dov’è la vera partecipazione?

  • Scritto da  Giovanni Zamponi, Maurizio Marinaro
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Primarie in Veneto: dov’è la vera partecipazione?

Si sono tenute domenica 30 novembre le primarie per la scelta del candidato presidente di regione del centrosinistra in Veneto, che hanno decretato la vittoria di Alessandra Moretti, ex deputata per circa un anno, poi dimessasi per candidarsi all’europarlamento e attualmente a Strasburgo. Una donna che non sa stare ferma insomma, e a cui evidentemente fare le campagne elettorali piace moltissimo, tanto che poi ogni volta si stanca in fretta del proprio ruolo e si candida per una nuova carica. Negli ultimi anni sembra che il Pd Veneto non abbia alcuna alternativa all’ex vicesindaco di Vicenza: a ogni elezione la candidata è lei.

Alle primarie hanno votato circa 40mila persone, un numero bassissimo. Per capire quanto poco siano state partecipate queste votazioni basti pensare che nelle due precedenti primarie (per la scelta del segretario del Pd) votarono in 170 mila nel 2012 e in 167 mila l’8 dicembre 2013, quando è stato incoronato Matteo Renzi. Di certo non c’era la stessa copertura mediatica e di certo le due consultazioni presentano delle differenze, ma il tracollo è abissale: circa il 75% in meno di votanti.

Le primarie, che hanno rappresentato negli ultimi anni la principale soluzione (in alcuni casi, riuscita) trovata dai partiti del centrosinistra per combattere la crescente disaffezione dalla politica dei cittadini, sembrano perdere a ogni appuntamento sempre di più la loro capacità di coinvolgimento e di partecipazione. Le cause da individuare in questo caso possono essere tante: la distanza sempre maggiore dei partiti dai cittadini; il non sentire come aperta la competizione per le prossime regionali, visto che il presidente uscente Zaia, nonostante gli scandali che hanno coinvolto la sua giunta, pare mantenere un consenso molto ampio anche al di fuori dell’elettorato leghista; l'assoluta prevedibilità dell'esito di queste primarie con Alessandra Moretti sostenuta da gran parte dell'apparato del Partito Democratico contro due candidati molto più deboli senza importanti sostenitori ed endorsement; il dibattito pubblico che le ha precedute, povero, di bassissimo livello e incapace di coinvolgere chi che non fosse già un militante attivo del PD. Basti pensare che il tema che ha raccolto la maggiore attenzione dell'opinione pubblica è stata la frequenza con cui la candidata, auto-definitasi Ladylike,debba andare dall'estetista. Potremmo elencare mille altre motivazioni della scarsa partecipazione; potremmo pure metterci la pioggia che ha colpito diverse province del Veneto, ma siamo sicuri che ci penserà già qualche dirigente del PD ad affermarlo. In sintesi, Alessandra Moretti doveva essere la candidata presidente della coalizione e alla fine lo è; le primarie da questo punto di vista dovevano incoronarla e l’hanno fatto. Bene, buon per lei. I dirigenti del Pd esulteranno e si comincerà la campagna elettorale. Nessuno si interrogherà seriamente su quanto reale sia stato il coinvolgimento dei cittadini, a prescindere dai numeri. L’importante è poter dire di aver fatto le primarie, poter appuntarsi quella medaglietta sul petto e andare avanti esattamente come prima.

Viene da domandarsi quindi cosa sia la reale partecipazione dei cittadini, se mettere una crocetta su un nome piuttosto che su un altro rappresenti un vero strumento di coinvolgimento. Soprattutto, ci si interroga su cosa significhi interessarsi della cosa pubblica in una regione come il Veneto, in cui a una prima occhiata la partecipazione politica e civica risulta bassa. Non intendiamo arrogarci il diritto di darne una definizione assoluta, ma ci limitiamo a proporre uno spunto: partire dal basso. Partire da tutta quella miriade di comitati civici, di associazioni di cittadini, di singole mobilitazioni estemporanee, tutti molto spesso dislocati a un livello locale o ultralocale, e diffusi in tutto il Veneto. La nostra regione ha una ricchezza straordinaria da questo punto di vista: un livello permanente di partecipazione che interpreta molto spesso un ruolo di controllo e di orientamento nei confronti delle istituzioni. Soprattutto per quanto riguarda i temi dell’ambiente e della salute, ma in diversi casi anche sui temi del lavoro e dei diritti sociali: dalla raccolta differenziata al risparmio energetico, dal consumo di suolo al diritto all’acqua come bene comune, dall’inquinamento dell’aria alla salvaguardia del nostro patrimonio paesaggistico. Decine, centinaia di microluoghi in cui emerge un sorprendente senso civico; microluoghi che in pochi casi si tramutano in reali percorsi di rappresentanza politica, mentre molto spesso aspettano invano che la politica “ufficiale” si accorga di loro.

La sinistra veneta finora non ha saputo, tranne in rari casi, intersecare i percorsi attivi promossi dai cittadini e delle associazioni, talvolta per totale incapacità di comunicazione tra soggetti diversi, in altri casi per un difficilmente giustificabile “snobismo”. Eppure è proprio con questa vasta rete di realtà che si dovrebbe iniziare a costruire un’alternativa al ventennio di Galan e Zaia, sono questi gli attori su cui la sinistra dovrebbe iniziare ad appoggiarsi per portare avanti un progetto di cambiamento che sia a difesa dell’ambiente e del lavoro, della cultura e dell’integrazione.

Lo spazio politico per costruire un’alternativa c’è ed è enorme, anche perché il PD del Veneto non dà l’idea di voler modificare le politiche di Zaia in modo radicale in alcun ambito, ma pone la questione solo sul piano elettorale: non contano i programmi e i progetti, l’importante è solo il momento del voto. Di certo la soluzione non sta nella pura testimonianza né nel minoritarismo, ma la costruzione di un orizzonte di cambiamento non può non passare dal coinvolgimento di tutte quelle realtà che sono già attive sul territorio e che quotidianamente lavorano per realizzare piccoli miglioramenti delle condizioni di vita. Un’alternativa credibile al governo del centrodestra della nostra regione deve avere come priorità: lo stop al consumo di suolo; la riattivazione del sistema produttivo con un sostegno per tutti i lavoratori, dagli stagisti alle partite IVA fino ai lavoratori tradizionali; il sostegno alla formazione a tutti i livelli, con la copertura delle borse di studio come base minima; un investimento sul recupero di spazi, abbandonati o inutilizzati, pubblici come privati, per permettere all’enorme rete associativa presente nella regione di avere dei luoghi in cui poter portare avanti le proprie iniziative. Una possibilità di costruzione di un’alternativa reale in Veneto, dall’impronta fortemente ecologista e a sostegno del lavoro e dei lavoratori e dell’integrazione, non solo ci sarebbe ma sarebbe anche potenzialmente maggioritaria, l’unica possibilità per realizzarla però è costruirla insieme dal basso.

Il punto non è scegliere i propri candidati con le primarie o meno. Le primarie sono uno strumento che viene dopo e possono essere uno straordinario momento di dibattito e coinvolgimento così come possono rappresentare un vuoto rituale, e le primarie del Veneto ci paiono più associabili alla seconda immagine che alla prima. 

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