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Il buonsenso europeista del Labour può salvare la Gran Bretagna (e farà bene all'Unione Europea)

  • Scritto da  Andrea Pisauro
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Il buonsenso europeista del Labour può salvare la Gran Bretagna (e farà bene all'Unione Europea)

In Italia sappiamo bene come nulla sia più definitivo del provvisorio. Per questo, la mossa con cui il ministro ombra laburista per l’uscita del Regno Unito dall’UE, Keir Starmer, ha annunciato che il Labour cercherà un accordo provvisorio (ma della durata imprecisata) con la UE che garantisca il massimo della continuità (permanenza nel mercato unico e nell’unione doganale, mantenimento della libera circolazione e della giurisdizione della Corte di Giustizia europea), è molto più di un leggero aggiustamento di policy.

La mossa di Starmer, che ha il pieno accordo del leader laburista Jeremy Corbyn, offre finalmente al Regno Unito un po’ di buonsenso sul Brexit, in netto contrasto col governo Conservatore di Theresa May, ideologicamente schierato a difesa di una “Hard Brexit” da realizzare il più presto possibile. Obiettivo, questo, che appare, giorno dopo giorno, sempre più problematico sul piano economico, politico e istituzionale.

Lo stallo delle negoziazioni con la UE è dimostrato dalla sostanziale assenza di progressi, dopo tre round di incontri, sui tre dossier preliminari: la sorte dei diritti dei cittadini europei in UK e britannici nella UE; la questione del Nord Irlanda (dove gli accordi di pace prevedono l’assenza di un confine con la Repubblica d’Irlanda); e il saldo del “conto” che il Regno Unito deve alla UE. E a quasi sei mesi dall’attivazione dell’articolo 50 che ha avviato la procedura di uscita, la discussione sulla futura relazione è cominciata malissimo, con la UE che accusa lo UK di volere continuare a dettare le regole e a godere dei benefici del mercato unico anche dopo esserne usciti.

Le difficoltà del governo britannico sono figlie delle aspre divisioni all’interno del partito di Theresa May, dilaniato dallo scontro interno tra i brexiteers, compatti attorno alla leader, e il crescente dissenso interno di deputati affatto convinti che l’uscita dal mercato unico e dall’unione doganale europea siano una buona idea. Dissenso diventato molto piu vocale dopo il risultato delle elezioni generali dell’8 Giugno, che la premier britannica aveva convocato per rafforzare la sua risicata maggioranza parlamentare (appena 5 seggi ereditati dalla vittoria a sorpresa di Cameron nel 2015). Com’è noto, May ha finito invece per perderla, questa maggioranza, dopo l’insoddisfacente risultato delle elezioni, costringendosi a un contestatissimo accordo con il partito unionista nordirlandese pur di rimanere in sella.

La mossa di Starmer permette al Labour, forte del sorprendente 40% preso alle elezioni, di costruire un’alternativa di governo concreta e pragmatica, pronta a lanciare una dura stagione di opposizione al governo dei Tories. Del resto, sul Brexit non è possibile nessuna “unità nazionale”, in un paese in cui, su quattro delle nazioni che lo compongono, due hanno votato a netta maggioranza per rimanere in Europa (Scozia e Irlanda del Nord), e due (Inghilterra e Galles) per lasciarla. Né ci può essere solidarietà politica tra opposizione laburista e un governo conservatore che, con la sua agenda di austerity feroce e ideologica, ha martoriato la parte più povera del Paese. La stessa che è tornata a votare in massa ilLabour, con il maggior incremento percentuale (+9,6%) dal 1945 e un numero assoluto di voti, quasi 13 milioni, secondo solo a quello della prima vittoria di Blair, dagli anni ‘70 a oggi.

Il risultato elettorale del Labour era stato frutto di una rimonta incredibile: coi sondaggi che meno di sei mesi fa vedevano il Labour staccatissimo dai Tories, a oltre 20 punti di distanza, con una percentuale di sostegno a Corbyn ai minimi storici da quando queste rilevazioni esistono. Dopo le disastrose elezioni suppletive nel seggio di Copeland, con uno swing del 7% dal Labour ai Tories, l’editorialista di sinistra del Guardian Owen Jones chiedeva le dimissioni di Corbyn, e due deputati annunciavano il proprio ritiro dalla politica.

I sondaggi disastrosi erano in parte frutto dellafronda anti-Corbyn di larga parte del gruppo parlamentare, che già all’indomani del Referendum avevano votato la sfiducia al leader, ma anche dell’iniziale suicidio laburista sul Brexit Bill proposto dalla May. Allora, la contestatissima decisione di Corbyn di imporre il voto a favore (il cosiddetto triple whip) spaccò il governo ombra (con le dimissioni, tra gli altri, di un pezzo da novanta della sinistra interna come Clive Lewis), il gruppo parlamentare (oltre 50 i voti contrari), e tutto il partito.

La May aveva convocato le elezioni anticipate proprio per approfittare di questa situazione, e della relativa pace con gli hard core brexiteers, con l’obiettivo di garantirsi un mandato più ampio e un tempo più lungo per provare a gestire il suo hard Brexit. Strategia che ha in parte pagato. Polverizzato il voto dello UKIP (3 milioni e 200 mila voti in meno, -11% rispetto al 2015), i Tories ne hanno assorbito quasi il 60%, permettendo alla May di raccogliere complessivamente quasi 2 milioni e mezzo di voti in più rispetto a Cameron ed eguagliando il risultato della Thatcher del 1979. Questoèavvenuto principalmente nelle aree dove il Leave aveva vinto con ampio margine, secondo l’analisi del sondaggista Lord Ashcroft

La May non aveva però fatto i conti con le capacità di Corbyn di diventare il candidato anti-establishment, spostando l’attenzione di una larga parte del Paese dal Brexit all’austerity che ha martoriato i servizi locali, recuperando consensi in modo trasversale (incluso un significativo numero di ex elettori dello UKIP - circa 750mila voti, sempre secondo la stima di Lord Ashcroft). In effetti, ricorda il rapporto Ashcroft, soltanto “l’8% degli elettori Labour nomina la Brexit come la issue più importante per la loro decisione, in netto contrasto col 48% degli elettori Tories, che la mettono al primo posto.”

Il mezzo miracolo di Corbyn avveniva infatti nel ricompattare anche la gran parte del voto anti-brexit, con una decisiva correzione di linea rispetto al primo passaggio parlamentare. Il Guardian riporta che il Labour di Corbyn, che in un’intervista si è rifiutato 7 volte di seguito di assicurare che lo UK sarebbe uscito dall’UE, è riuscito a catalizzare un forte consenso nelle roccaforti del Remain, aumentando i propri consensi di oltre il 12% nelle aree con più forte voto europeista, dove invece i conservatori arretravano di due punti. A Londra il Labour ha vinto a valanga (+20%) strappando perfino seggi che avevano sempre votato Tories, come quello di Kensington, dove appena due anni fa il divario era di oltre 20%.

In tutti i centri urbani l’hard brexit è stato sconfitto: nei seggi strappati ai Tories da Labour e LibDem oltre che a Londra anche a Brighton, Bristol, Cardiff, Oxford, Reading, Warwick e nel generale arretramento dei conservatori in tutte le grosse aree urbane pro-Remain, dimostrando che il Paese ha negato in modo chiaro il mandato per un hard Brexit che la May sperava di ottenere. Ed è stato grazie alla corretta interpretazione del significato di quel risultato elettorale che Il Labour, ormai stabilmente avanti ai Tories in tutti i sondaggi, può presentarsi come il partito del soft brexit e del buonsenso europeista da opporre al fanatismo ideologico dei Tories.

La tempistica della svolta europeista non è casuale: tra pochi giorni arriva in Parlamento lo EU withdrawal Bill, l’atto con cui Theresa May vuole assorbire tutta la legislazione europea all’interno di quella britannica, in realtà decidendo di volta in volta cosa tenere e cosa scartare di quarant’anni di integrazione europea. Il Labour promette la prima di una lunga serie di battaglie con l’obiettivo sempre più chiaro di provare a fare cadere il governo prima della fine dei due anni di negoziazione, vincere le elezioni e condurre il Paese a un accordo di buonsenso con la UE.

La conferenza Labour di settembre, che deciderà  le linee programmatiche per l’anno a venire, dovrebbe incoronare questa linea soft, con la discussione che dovrebbe incentrarsi sul mantenimento anche dopo la fine dell’accordo provvisorio della libera circolazione delle persone, il vero nodo politico che rimane da affrontare per schierarsi in modo inequivoco per il cosiddetto modello norvegese (dove l’unico effetto del Brexit sarebbe la perdita della rappresentanza britannica in Parlamento, Consiglio e Commissione, in attesa di un ripensamento che sta lentamente maturando nel Paese).

Una campagna di mobilitazione tra gli iscritti, partita dalla sinistra europeista, chiede infatti di riconoscere che “il Labour è il partito di tutti i lavoratori, indipendentemente da dove siano nati”, e che le lotte dei lavoratori migranti sono state “centrali per migliorare i salari e i diritti di tutti”. Una svolta sul tema dell’immigrazione europea, che va di pari passo con una forte presa di posizione per un cambio delle politiche di immigrazione extra-europea, in UK ma anche nella UE. E non sfugge a nessuno quanto sarebbe importante sentire forte la voce del Labour di Corbyn, nel desolante dibattito europeo sui migranti. Anche per questo, il buonsenso europeista del Labour che può salvare la Gran Bretagna, farebbe molto bene anche all’Unione Europea.  

 Andrea Pisauro

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