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Il voto britannico, tra paura e disillusione

  • Scritto da  Andrea Pisauro
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Il voto britannico, tra paura e disillusione

Vince Cameron, vince la paura.

A dispetto di sondaggi e scenari della vigilia, le elezioni britanniche hanno registrato un’inaspettata affermazione del partito Conservatore. La vittoria di David Cameron è stata costruita su una spessa coltre di paura. La paura viscerale che l'Inghilterra profonda ha dei nazionalisti scozzesi e di un loro coinvolgimento nel governo del paese, la paura di quello che succede e arriva dall'Europa, la paura di compromettere una fragile ripresa economica mandando al potere il mai abbastanza carismatico Ed Miliband. Il leader di un Labour Party sconfitto perchè incapace di costruire una chiara prospettiva alternativa all'austerity, una visione del futuro del Regno Unito e del suo ruolo in Europa.

La “bersanite” di Miliband.

Paradossalmente il Labour di Ed Miliband, è risultato troppo timido e moderato in Scozia, spazzato via dai nazionalisti antiausterity and antitories del SNP (56 seggi su 59), mentre veniva etichettato come sinistra vecchio stampo (spesso anche da esponenti della destra del suo partito) in Inghilterra, dove avanza marginalmente rispetto al risultato di cinque anni fa. Pesanti flussi in uscita verso lo UKIP nelle aree più depresse del Paese compensano ampiamente il voto di sinistra in fuga dai LibDem. Qui il Labour paga la scelta di inseguire Farage sul suo stesso terreno, proponendo una linea dura contro l’immigrazione e restrizioni temporali all’utilizzo di benefit per i migranti europei. La verità è che su Europa e immigrazione il Labour ha balbettato parole d’ordine altrui senza costruire una narrazione forte e fondata sui propri valori di integrazione e apertura alternativa a quella delle destre. Analogamente sull’economia nonostante la leadership di Ed Miliband si fosse distinta per qualche interessante proposta di riforma del “Capitalismo Predatorio”, in campagna elettorale il Labour ha passato più tempo a rassicurare imprese e mercati (il Manifesto Labour inizia con un impegno solenne alla responsabilità di bilancio e alla riduzione ogni anno del deficit pubblico) che le parti del Paese disgustate dai tagli della coalizione (Scozia, ma anche il Galles). Il partito Laburista va bene solo nel Nord dell’Inghilterra (le “regioni rosse” d’oltremanica), dove più forte era il sentimento di opposizione al governo di coalizione e nei grossi centri urbani, come a Londra, dove meno presa avevano i proclami anticasta e antimmigrazione dello UKIP. In entrambi i casi il più importante flusso elettorale arriva dall'elettorato LibDem, a riprova del fatto che i voti non sono stati persi al centro.

Verdi di rabbia

I LibDm escono letteralmente polverizzati dalla tornata elettorale, puniti dal loro elettorato tradizionale che non gli ha perdonato l'alleanza con i Tories. Hanno perso 4,4 milioni di voti rispetto al 2010 (precipitando dal 23% al 8%), la maggior parte dei quali andati al Labour ma che comprendono anche una grossa fetta di elettorato liberal e giovane ad alto tasso di istruzione che ha scelto i Verdi, che pur limitandosi alla conferma dell'unico seggio di Brighton Pavillion crescono in modo uniforme su tutto il territorio nazionale decuplicando i propri voti e arrivando a sfiorare un significativo 4% (piu' del risultato di SEL alle politiche italiane e nonostante l'incentivo del voto utile fosse di segno opposto rispetto all'Italia!). Un voto di sinistra e di protesta, espressione di disilussione nei confronti di un Labour party visto come una versione sbiadita dei conservatori. In molti casi il voto verde, frutto di un lavoro capillare sul territorio fatto da un’organizzazione di oltre 50 mila membri, avrebbe permesso al Labour di conquistare molti seggi pesanti, e ha in ogni caso contribuito a ridurre l’astensionismo (globalmente in calo) non casualmente concentrato nei seggi di tradizionale insediamento laburista.

Il “tradimento” della Scozia

Anche per questo è impossibile addossare la sconfitta di Milliband al trionfo dell'SNP, guidato dalla neoleader Nicola Sturgeon, che ha sostituito Alex Salmond dimessosi dopo la sconfitta del referendum sull’indipendenza dello scorso Settembre. La Sturgeon ha sapientemente spostato il partito a sinistra integrando il tradizionale afflato nazionalista (ma aperto all'Europa) con l'eredità socialista della middle and working class tradita dal Labour di cui era la spina dorsale in Scozia. Per il Labour, che solo in Scozia ha perso circa mezzo milione di voti rispetto al 2010 si tratta di un tracollo elettorale di proporzioni storiche. Tale la portata della disfatta che sono stati estromessi dal parlamento anche big del partito, come il responsabile Labour per l’Europa Alexander Douglas umiliato da una brillante studentessa di 20 anni, la più giovane eletta a Westminster dal 1667!

Il fantasma di Blair

Ora la lotta per la leadership nel Labour Party dopo l'inevitabile uscita di scena di Miliband sarà drammatica e una nuova leva di dirigenti dovrà capire come proseguire il percorso di rifondazione della sinistra senza cadere nella tentazione del revanscismo blairista. La partita per la nuova leadership è già iniziata e c’è già chi mette sul banco degli imputati il ruolo dei sindacati, formalmente affiliati al partito e decisivi nell’elezione di Ed Miliband. Per fortuna il partito rimane una straordinaria organizzazione democratica, capace di mobilitare militanti e quadri su tutto il territorio nazionale a sostegno di candidati espressione delle base e selezionati con metodo democratico.

La partita di Cameron

La mancata rivincita del Labour esagera il successo di un partito conservatore comunque incapace di capitalizzare il collasso dei LibDem. Cameron sopravvive a Downing Street con una maggioranza risicata in un paese diviso e impaurito come non mai, con un sistema istituzionale scricchiolante, a partire dalla legge elettorale. C’è riuscito intestandosi i dati positivi sull’economia e grazie a una politica aggressiva sull’immigrazione e una spregiudicata sull’Europa, dove ha limitato la fronda euroscettica del partito con la promessa di tenere il referendum sulla permanenza entro il 2017. Al quale Cameron, favorevole a rimanere nella EU, dovrà vedersela non solo con Farage ma anche con circa un terzo del suo gruppo parlamentare, con la certezza di vedere riemergere, in caso di vittoria euroscettica, le istanze indipendentiste scozzesi. In questo duplice corto circuito istituzionale euro-scozzese si misurerà anche quel pagliaccio di successo che è quel Boris Johnson, eccentrico sindaco ecologista-conservatore di Londra e principale rivale interno di Cameron, ritornato in parlamento per una legislatura che si annuncia decisamente turbolenta.

Il ruolo dell’Europa

Sarà interessante capire come si muoveranno i leader europei di fronte a un referendum il cui esito potrebbe essere catastrofico per il futuro dell’Unione Europea. Cameron ha chiesto profonde rinegoziazioni dei trattati mai davvero prese in considerazione dagli altri leader europei, ma diversi segnali lasciano presagire che il voto britannico potrebbe ammorbidire la linea delle destre. Decisivi saremo anche noi cittadini europei residenti in UK, che dovremo essere capaci di mobilitarci, promuovendo un'idea positiva di Europa e integrazione e magari, perchè no, rilanciando la speranza un'Europa diversa, proprio da Londra.

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