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Le banche venete, la finanza e l'alternativa necessaria "nel nostro interesse"

  • Scritto da  Andrea Aimar
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Le banche venete, la finanza e l'alternativa necessaria "nel nostro interesse"

Tutto è bene quel che finisce bene. Padoan rassicura: «Non c’erano alternative, nessun impatto sui saldi di finanza pubblica». Gentiloni ricorda che l’operazione è stata fatta «a favore di correntisti e risparmiatori». La Commissione Europea plaude e Carlo Messina, direttore generale di Intesa Sanpaolo, si riscopre filantropo.

Il capitolo del lieto fine si intitola «liquidazione ordinata», in quelli precedenti si racconta una storia comune a tante in questi anni. 

C’erano una volta due banche (Popolare di Vicenza e Veneto banca) che crescevano insieme all’economia del produttivo nordest. Si prestavano soldi con una certa facilità, con gli amici poi la generosità non conosceva limiti[1]. I due amministratori delegati Vincenzo Consoli e Luigi Zonin governano per vent’anni con una certa disinvoltura ma sarebbe ingiusto dar loro tutti i meriti. Perché nel frattempo il sistema finanziario è stato prima deregolamentato e poi di nuovo normato a favor di speculazione. Così è stato un fiorire di prestiti senza possedere realmente il capitale prestato, titoli finanziari composti da scommesse sui debiti altrui (derivati, ecc.), debiti messi fuori bilancio, lauti interessi, dividendi… Poi il gioco si è rovinato sul più bello e si è capito che il tutto è abbastanza insostenibile. E sono rimasti i debiti che nessuno riesce a onorare. Che fare? Ecco l’idea: liquidare con ordine.

Le due banche vengono considerate un tutt’uno e si mette da una parte ciò che è considerato finanziariamente sano, dall’altra tutti i cattivi prodotti che hanno accumulato in questi anni. Una «good bank» la prima, una «bad bank» la seconda. È vero che con l’inglese in Italia non andiamo fortissimo, ma in questo caso è semplice. La parte buona (good) viene ceduta a «1 euro» (sì, come in quei negozietti) a Intesa Sanpaolo, mentre la parte cattiva (bad) se la prende lo Stato italiano (vedi alla voce: «tutti e tutte noi»). Visto il grosso favore che Intesa Sanpaolo ci sta facendo, lo Stato versa alla banca milan-torinese circa 5,2 miliardi di euro. Questi soldi servono per adeguare «la ratios patrimoniale di Intesa» per acquisire la good bank, coprire alcuni rischi e affrontare il processo di ristrutturazione. In pratica:

·      regaliamo a Intesa la parte buona delle due banche venete (ovvero quella con i crediti esigibili e dove ci si può guadagnare qualcosa);

·      la aiutiamo in questa rischiosissima operazione con la copertura (con nostre risorse per 4,785 miliardi di euro) di quella piccola percentuale di capitale che le banche devono possedere in rapporto alle proprie attività ponderate al rischio delle stesse (la «ratios patrimoniale», più attività  rischiosa e maggiore dovrebbe essere, in teoria);

·      visto che dovrà ristrutturare e licenziare qualcuno (solo i volontari, ha assicurato Messina di Intesa) possono contare su circa oltre 1 miliardo di risorse pubbliche;

·      in più altri 400 milioni (nostri, of course) per finanziare garanzie per potenziali futuri rischi in cui Intesa potrebbe incorrere.

Lo Stato, oltre a questo aiutino di start up, si carica tutti gli NPL. Detta così sembra anche una cosa interessante, peccato che NPL stia per Non Performing Loans: in italiano diremmo i «crediti deteriorati» ovvero tutti quei mutui, finanziamenti, prestiti in genere che i debitori delle banche non riescono più a pagare. Per questi crediti deteriori lo Stato ha messo a disposizione altri 12 miliardi (che magari non spenderemo tutti ma intanto lì stanno) che sommati ai 5 miliardi di cui sopra fa 17 miliardi come costo diretto dell’operazione «liquidazione ordinata».

Tranquilli, dice Padoan, quei soldi erano già messi a debito nel nostro bilancio a Natale perché nel fondo «salva banche». Benissimo ma rimangono sempre soldi pubblici che stiamo spendendo per queste operazioni e non per altre priorità (vedi istruzione, welfare, politiche per il lavoro, ecc.). Inoltre parte di quei soldi del fondo dovevamo servire per la «ricapitalizzazione precauzionale» di Monte dei Paschi (altra brutta storia), quindi non bastassero faremo altro debito? No?

Per il governo dunque non c’era alternativa, ma viene da chiedere se non era possibile mentre si tutelavano «correntisti e risparmiatori» salvaguardare anche l’interesse collettivo. Perché non immaginare forme di nazionalizzazione in questi casi? Perché lo Stato che ha gli strumenti e l’organizzazione per gestire le bad bank non può gestire anche le good? Perché regalare ai privati fonti potenziali di guadagno e caricare sulle spalle delle casse pubbliche le perdite? C’erano e ci sono alternative ma occorre cambiare prospettiva, modificare il rapporto tra politica e finanza, servire altri interessi. D’altronde ciò che è accaduto alle banche venete è la storia degli ultimi decenni dove le scelte politiche le prende il capitale finanziario con la classe politica ad assecondare. Quando non sono le stesse figure a stare con il piede in due scarpe.

La logica democratica di queste vicende è resa evidente in maniera ancora più grottesca dalla clausola risolutiva del contratto firmato con Intesa, in cui l’operazione salta «nel caso in cui il decreto legge non fosse convertito in legge, o se fosse convertito con modifiche o integrazioni tali da rendere più onerosa tutta l’operazione». Ovvero la discussione politica parlamentare sta a zero, o così o niente. Tutto legittimo nella logica privata di Intesa ma ci sarebbe da ridire in termini di democrazia e di interesse pubblico.

Questa ulteriore caso obbliga ad andare alla radice del problema che è la necessità di metter mano a una riforma del sistema finanziario, quasi una precondizione per una diversa politica possibile. Ben inteso che anche in queste regole sarebbe possibile far meglio, se lo si volesse.

Deve essere lanciata sin da subito una campagna rivolta a tutte le persone che credono necessario modificare le regole della finanza, una campagna che potrebbe chiamarsi «Nel nostro interesse». Una campagna su una piattaforma di base che dovrebbe avere i seguenti punti volti a ristabilire la funzione originaria del sistema bancario ovvero essere il mezzo di fondamentale di sostegno dell’economia reale.

1.     Separare le banche commerciali (quelle destinate a custodire depositi, effettuare prestiti, assicurare flusso pagamenti, ecc.) dalle banche d’investimento che possono intraprendere attività di rischio informando i propri clienti.

2.     Togliere il potere di creare denaro alle banche private aumentando drasticamente la percentuale di riserva di capitale che una banca deve detenere, con l’obbiettivo di arrivare al 100%: l’obbligo di portare in riserva l’intero equivalente dei prestiti concessi.

3.     Ridurre l’entità della «finanza ombra» ovvero la diffusa pratica di mettere fuori bilancio i crediti e capitali detenuti eliminando strumenti quali i «Veicoli di Investimento Strutturato».

4.     Vietare la creazione di «derivati nudi» ossia quelli non collegati all’obbligo di una transazione effettiva e quelli non registrati. Imporre l’obbligo che le transazioni siano effettuate attraverso piattaforme di sottoposte a vigilanza.

So della complessità di questi obiettivi, in primis il fatto che per la modifica di questi aspetti è necessario metter mano ai trattati europei e allo statuto della Banca Centrale Europea. Ma accanto alla costruzione di una rivendicazione europea molto si può fare anche in Italia per recuperare una sovranità oggi totalmente espropriata. La riduzione del sistema finanziario e il suo controllo sono la precondizione per immaginare politiche diverse e metter mano a uno dei più importanti generatori della crisi economica in cui siamo immersi.

[1] http://www.repubblica.it/economia/finanza/2017/06/24/news/prestiti_facili_e_vigilanti_miopi_cosi_e_nato_il_maxi-buco_nelle_banche_venete-168977699/

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