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Giorgio Gaber ci manca

  • Scritto da  Riccardo Laterza
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Da poche ore siamo entrati nel 2012. Spesso nel vortice degli auguri di nuovo anno, più o meno formali e sinceri, ci si dimentica delle date veramente importanti.

Ieri era il nono anniversario della morte di Giorgio Gaber.

Difficile riassumere in queste poche la grandezza e l'attualità della produzione artistica, e in generale di quella che potremmo definire la filosofia di uno degli ultimi grandi pensatori italiani. Probabilmente, inoltre, questo articolo e in generale la celebrazione di un anniversario non sarebbero piaciuti al cantautore milanese, un personaggio che ha scelto, a metà della sua carriera, di rinunciare all'enorme successo di pubblico del piccolo schermo per intraprendere una strada molto più avventurosa e ricca di spunti, quella del 'teatro canzone'. Gaber, sempre nella preziosissima collaborazione con Sandro Luporini, diventa quindi il signor G, esce dalla gabbia del personaggio televisivo sempre costretto a recitare e replicare se stesso per raccontare una nuova storia. Quale? Quella di un uomo, delle sue contraddizioni, dei suoi desideri, dei suoi dolori, dei suoi slanci e delle sue cadute. 

“Non dico che con noi in teatro si formi un'appartenenza, ma certo nasce qualcosa che ne fa parte. Sa perché alla fine io grido, faccio queste smorfie, ho queste reazioni? Perché mi vergogno, e mi vergogno perché sono stupito di questo riconoscimento che avviene tutte le sere su cose che io e Luporini abbiamo in qualche modo scoperto per noi stessi”.

La scelta del teatro canzone è una scelta coraggiosa, che non porta subito al successo quantitativo, un successo che d'altronde Gaber aveva coscientemente rinnegato. Il nuovo percorso attraversa in maniera parallela la storia italiana, la politica, la società, i vizi, le debolezze e le aspirazioni di un popolo e dell'individuo, e la maturazione intellettuale personale che porta alla coscienza di sé e del mondo.

D'altronde, a spiegare meglio la forza e l'attualità del pensiero di Gaber e Luporini, sono i testi stessi delle canzoni.

 

Liberi, sentirsi liberi 
forse per un attimo è possibile 
ma che senso ha se è cosciente in me 
la misura della mia inutilità. 
Per ora rimando il suicidio 
e faccio un gruppo di studio 
le masse, la lotta di classe, i testi gramsciani 
far finta di essere sani. 
(Far finta di essere sani, 1973)

 

Anche per oggi non si vola
una folla enorme che mi tira per le braccia
che mi frena, una folla che mi schiaccia
con tanti parenti abbarbicati, amori attaccati
e tanti problemi e tante zie sempre malate
che risate!
(La leggerezza, 1974)

 

C'è solo la strada su cui puoi contare
la strada è l'unica salvezza
c'è solo la voglia, il bisogno di uscire
di esporsi nella strada, nella piazza.
Perché il giudizio universale
non passa per le case
in casa non si sentono le trombe
in casa ti allontani dalla vita
dalla lotta, dal dolore, dalle bombe.
(La strada, 1974)

 

e se invece sto leggendo Hegel
mi concentro, sono tutto preso
non da Hegel, naturalmente
ma dal mio fascino di studioso.
E se mi viene bene
se la parte mi funziona
allora mi sembra di essere una persona.
(Il comportamento, 1976)

 

L'uomo che sto seguendo
è troppo vile per dedicarsi al male
è troppo altero, troppo intelligente per affidarsi a Dio
l'uomo che sto seguendo è un uomo normale
l'uomo che sto seguendo sono io.
Un sentimento
qualche cosa che può sembrare un rito antico
per distinguere il falso e il vero basta poco
un solo sentimento, un vero sentimento
per trovare il coraggio di ridare un'occhiata al mondo.
(L'uomo che sto seguendo, 1987)

 

E c'era l'orgoglio di capire
e poi la certezza di una svolta
come se capir la crisi voglia dire
che la crisi è risolta.
(I reduci, 1976)

 

Perché per vivere davvero
bisogna spesso andarsene lontano
e ridere di noi come da un aeroplano.
Forse sei solo un’ipotesi di donna
forse sono esagerati i sentimenti
e i mille spunti che mi dài
se è vero che si tratta 
di una Maria che non conobbi mai.
(Ipotesi per una Maria, 1981)

 

Io ci vorrei vedere più chiaro
rivisitare il loro percorso
le coraggiose battaglie che avevano vinto e perso.
Vorrei riuscire a penetrare
nel mistero di un uomo e una donna
nell'immenso labirinto di quel dilemma.
Forse quel gesto disperato
potrebbe anche rivelare
come il segno di qualcosa che stiamo per capire.
Il loro amore moriva
come quello di tutti
come una cosa normale e ricorrente
perché morire e far morire
è un'antica usanza
che suole avere la gente. 
(Il dilemma, 1980)

Meno male che c’è il Palazzo. Se uno avesse la fortuna di visitare il palazzo come fosse un museo... e le stanze del presidente e degli onorevoli, avrebbe la possibilità di amare di più il proprio paese. I bellissimi saloni, i tappeti, la finezza degli affreschi, degli stucchi, la luce che pende discreta da preziosissime gocce, e che avvolge nel semibuio tutte le persone e le cose che col tempo si rassomigliano sempre di più.
Monocoli, palpebre, fronti pelate, frasi, sorrisi, vecchie seggiole, realismo, firme, strette di mano. Tutto si rassomiglia nel semibuio, nel bazar del tempo, nel Palazzo. Qualche volta qualcuno esce, ma in punta di piedi, senza fare scandalo. E qualche volta si annuncia anche il decesso di un amico onorevole con un’indifferenza di buon tono.
Non si capisce perché, ma sembra sempre che siano le cinque del pomeriggio e che fra poco ci offriranno una tazza di thè.
(Il palazzo, 1978)

 

Ora si tolgono i mantelli 
son già sicuri di aver vinto 
anche le maschere van giù 
ormai non ne han bisogno più 
son già seduti in Parlamento. 
Ora si possono vedere 
sono una razza superiore 
sono bellissimi e hitleriani. 
Chi sono? Chi sono? 
Sono i tecnocrati italiani. 
E l'Italia giocava alle carte 
e parlava di calcio nei bar...
(La presa del potere, 1973)

Qualcuno era comunista perché pensava di poter essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri.
Qualcuno era comunista perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo, perché era disposto a cambiare ogni giorno, perché sentiva la necessità di una morale diversa, perché forse era solo una forza, un volo, un sogno, era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita.
Qualcuno era comunista perché con accanto questo slancio ognuno era come più di se stesso, era come due persone in una. Da una parte la personale fatica quotidiana e dall’altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo per cambiare veramente la vita.
No, niente rimpianti. Forse anche allora molti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare, come dei gabbiani ipotetici.
E ora? Anche ora ci si sente come in due: da una parte l’uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana e dall’altra il gabbiano, senza più neanche l’intenzione del volo, perché ormai il sogno si è rattrappito.
Due miserie in un corpo solo.
(Qualcuno era comunista, 1991)

 

Bisogna far proposte in positivo
senza calcare la mano sulle possibili carenze. Lasciamo perdere il pessimismo, l'insofferenza generale dei giovani, i posti di lavoro, l'instabilità, la gente che non ne può più, la rabbia, la droga, l'incazzatura, lo spappolamento, il bisogno di sovvertire, il rifiuto, la disperazione... Cerchiamo di essere realisti. Non lasciamoci trarre in inganno... dalla realtà!
(Salviamo 'sto Paese, 1978)

 

Perché un uomo solo che grida il suo no, è un pazzo. Milioni di uomini che gridano lo stesso no, avrebbero la possibilità di cambiare veramente il mondo.
(Mi fa male il mondo, 1994)

 

Chissà cosa avrebbe detto Gaber di questi tempi. Dal governo tecnico, ai movimenti #occupy, alla dittatura dello spread, al predominio stanco di una televisione sempre più dequalificata... Quel che è sicuro è che la sua assenza è un vuoto, che si fa sentire ogni anno di più. Per i suoi tantissimi affezionati spettatori, con i quali nei teatri e fuori di essi si creava un legame che andava oltre la semplice performance artistica, ma anche per chi come me, troppo giovane, non ha avuto mai la possibilità di vederlo dal vivo, e ancora se ne rammarica.

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