'Il coraggio non basta': la lotta alle mafie nell'inferno messicano
- Scritto da Davide Viola
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Abbiamo incontrato Carlos Cruz, il fondatore nel 1998 di Cauce Ciudadano, associazione nata a Città Del Messico per la prevenzione e la lotta alla violenza che si diffonde tra i giovani del Distrito Federal. Abbiamo parlato di buone pratiche, prevenzione sociale e messa in rete delle esperienze come strumenti di lotta al crimine organizzato.
La stessa esperienza di vita di Carlos Cruz è una speranza per molti dei ragazzi con i quali lavora. Carlos, infatti, ha trascorso l'infanzia all'interno di una "pandilla", una banda legata al commercio delle armi, per poi uscirne e diventare esempio concreto di riscatto sociale.
Oggi il suo impegno è rivolto anche alla costruzione di strutture che mettano in rete tutte quelle esperienze esistenti in Messico e in America Latina di lotta al crimine organizzato al fine di diffondere valori comuni e creare reti di sicurezza reciproca.
In questo contesto Cauce Ciudadano è entrata a far parte della rete di associazioni ALAS (America Latina Alternativa Social), progetto di cui è anche partner il settore internazionale di LIBERA, l'associazione presieduta da Don Ciotti.
Carlos, cos’è e come funziona la criminalità organizzata in Messico?
Oggi abbiamo a che fare con un tipo nuovo di criminalità, direi moderno, che cerca sempre più di coinvolgere lo Stato nelle sue attività al fine di riciclare immense quantità di denaro. Questo vuol dire che accanto ad una logica criminale, in queste organizzazioni si è fatta strada una logica politico-economica.
Ciò lo si capisce anche osservando in che modo queste persone si sono impossessate dei nostri territori e del tessuto sociale presente in essi. È una criminalità assolutamente moderna e che assomiglia a un’impresa. Un’impresa globale e multinazionale.
E la relazione tra le imprese vere e la criminalità?
La questione è che i gruppi criminali o costruiscono imprese proprie, oppure hanno rapporti molto stretti con imprenditori presenti sul territorio che li appoggiano: c’è chi presta loro la propria impresa per nascondere la droga e le armi o per camuffare attività come il commercio delle persone. E questo accade perché per un impresario è molto conveniente fare affari di questo tipo, poiché il crimine organizzato ormai investe tantissimi soldi in attività commerciali per riciclarli e fare in modo che possano produrre altro reddito.
Parlando della tua esperienza, come pensi vada affrontato il problema del crimine organizzato e con che strumenti bisogna fare opposizione?
Io penso che innanzitutto sia necessario avere una visione globale del fenomeno e che quindi si debba agire su più livelli. Dobbiamo avere un approccio sociale e pedagogico nei confronti delle persone e al tempo stesso dobbiamo lavorare per ricostruire il tessuto sociale del nostro territorio, praticando la diffusione di buoni valori.
È anche importante insegnare cose molto pratiche. Ad esempio mostrare a chi vuole avviare un’attività economica che per gestirla non è necessario rivolgersi al crimine organizzato, né spendere tanti soldi in sistemi di sicurezza per difendersi da esso. E dopo averglielo insegnato, mostriamo a tutta la comunità il lavoro che abbiamo svolto, rompendo così i lacci mafiosi che influenzano i comportamenti delle persone.
Mi faresti un esempio?
Quando un’impresa chiede a un dirigente comunale l’autorizzazione ad iniziare dei lavori sul suo territorio succede che questa persona, non necessariamente un mafioso, ma che ha assunto una cultura mafiosa, chiederà in cambio dell’autorizzazione qualche favore. Noi diciamo a queste imprese che quello non è un favore, ma è corruzione. Riusciamo anche a convincerle che il “dai e ricevi”, questa maniera di relazionarsi con l’amministrazione pubblica, è parte della cultura mafiosa.
Parliamo del rapporto tra criminalità e Stato...
Questo tema merita un discorso specifico. Il punto è che noi dobbiamo rimpossessarci dello Stato che ci è stato sottratto dal crimine. Dobbiamo farlo praticando costantemente una discussione politica, che è anche fondamentale per determinare un cambiamento culturale nel paese. Mi spiego: la politica non può più occuparsi solo di generare conflitto da un lato e gestire potere e interessi particolari dall’altro. Noi crediamo che la politica ed un uso pedagogico della politica, debbano mirare ad un cambiamento culturale della società che sia funzionale alla modifica degli stili di vita e dei comportamenti di chi oggi gestisce il potere o è vicino ad esso. Io penso che questo passaggio sia fondamentale, perché non possiamo determinare un reale cambiamento se non riusciamo a cancellare questa impostazione mafiosa dello stato; Quando lo Stato fa a pezzi la vita della gente, quando è assente dalla quella dei giovani, quando non protegge le donne e gli immigrati, quando permette la pirateria e la tratta di persone, abbiamo a che fare con uno Stato mafioso.
È molto importante che la politica torni a occuparsi di questi temi e torni a garantire giustizia. Se non si parte da qui, il problema non sarà mai risolto.
In questo contesto di cambiamento il progetto ALAS come si presenta e che funzione ha?
ALAS sta cercando di far incontrare organizzazioni che lottano contro la criminalità e che siano disposte a coordinare le loro attività in un percorso di rete. Per noi questo è molto importante, perché lavorare in rete garantisce un processo di contaminazione tra le diverse realtà e di protezione reciproca.
Per esempio: in questi ultimi giorni, abbiamo iniziato a proteggere, dandogli visibilità, un gruppo di quattro giornalisti salvadoregni che erano stati minacciati. Loro ci hanno scritto e noi abbiamo iniziato a lavorare per aiutarli. Questo è lavorare in rete, questo è il tema fondamentale di ALAS.
Poi ogni associazione lavora con le sue specificità e nel suo campo. Ci sono organizzazioni che si occupano del problema della tratta delle persone in Argentina, altri, soprattutto medici, che lavorano in Colombia e Messico occupandosi spesso di immigrati. Più la rete è variegata, meglio è, poiché solo così possiamo realmente aiutarci gli uni con gli altri
Questo principio mi fa venire in mente alcune pratiche di Buen Vivir. Non pensi che praticarlo possa essere uno strumento ulteriore per la lotta alla criminalità?
Molte persone che praticano il Buen Vivir lo fanno combattendo il crimine organizzato come Bernanrdo Vasquez Sanchez per esempio, che è stato assassinato pochi giorni fa. Era un attivista che si batteva contro alcuni progetti minerari in Messico*. Lo hanno assassinato perché c’è una stretta relazione tra le imprese minerarie straniere e il crimine organizzato. Questo è quello che sosterremo con forza durante le attività investigative e giudiziali che accerteranno la verità sulla morte di Bernardo.
Tornando al Buen Vivir noi sappiamo che non è solo una posizione filosofica. Più che altro è una forma di governo. Quando i nostri popoli originari pensavano il Buen Vivir pianificavano una forma di governo che fosse assolutamente alle dipendenze dei suoi cittadini, che si prendesse cura di loro e che garantisse sviluppo e sicurezza. Questo dovrebbe essere il compito di ogni stato moderno se ci pensi.
Però allo stesso tempo ci è ben chiaro che l’utopia del Buen Vivir cessa di essere tale solo quando accettiamo che si relazioni con le attuali forme di governo.
*[spesso le lotte che si sviluppano attorno a progetti minerari ed estrattivi in America Latina sono portate avanti assieme a movimenti indigeni, nei quali è ancestralmente radicata la cultura del Buen Vivir, basata sull’idea del “sufficiente per tutta la comunità” quindi della condivisione delle risorse, includendo nell’idea di comunità l’intero ecosistema]
Questo succede già da qualche parte?
Si. In Bolivia per esempio. Ritengo che il governo della Bolivia lo stia iniziando a fare. E poi ci sono le esperienze degli Zapatisti in Messico con le giunte di buon governo. Vedi, Il Buen Vivir non è uno strumento specifico di lotta al narcotraffico ma è la proposta politica per un mondo giusto. Secondo questa proposta io do il giusto e prendo il giusto, non prendo più di quello che produco, né meno di quello che merito. È una questione di giustizia, e mi sembra che dietro ci sia una filosofia molto importante. L’America Latina ha oggi l’opportunità di mostrare a tutti le buone pratiche e le valide proposte che esistono in questa parte di mondo.
Mi puoi fare qualche altro esempio di queste pratiche?
L’educazione non formale. Quella che da voi è molto più disorganizzata per quello che vedo.
Che intendi per educazione non formale?
Quella che non è soggetta a valutazione. Quella che diffonde tra le persone la conoscenza in termini di relazioni umane, di creazione del tessuto sociale, di creatività, di criticità, di sviluppo della conoscenza di se stesso e di empatia verso gli altri. Fondamentalmente è di questo che si tratta. Credo che l’educazione popolare sia uno dei più grandi apporti che l’America Latina possa dare al mondo.
Possiamo dire che t’ispiri anche a questi principi nel tuo lavoro quotidiano?
Certo. Il tema dell’educazione è fondamentale ma non è l’unico. Ci sono cinque punti sui quali bisogna discutere e lavorare. Il primo, come già detto, riguarda appunto l’educazione. Quella formale e quella non formale. Quella alla salute così come quella ai valori universali come indipendenza, rispetto e reciprocità.
Il secondo punto è il ruolo dello stato: abbiamo bisogno di leggi contro il riciclaggio e di leggi che consentano il riutilizzo dei beni confiscati alle mafie, così com’è da voi in Italia. Poi rimangono due questioni sul tavolo, la realizzazione di due grandi patti. Il primo deve aver luogo tra la classe politica e la società civile, affinché si trovi la maniera per sbarrare la strada alle infiltrazioni criminali nei processi elettorali e quindi nella gestione del potere. Il secondo dovrà essere un grande patto fra le nazioni affinché venga accettata chiaramente da tutti i paesi l’idea per la quale i politici che hanno avuto a che fare con la mafia, non sono persone che hanno commesso un errore bensì criminali, e come tali vanno trattati.
Parlando di politici, come vedi il futuro del tuo paese a pochi mesi dalle elezioni?
Vedo molta violenza, più di quella che già c’è. Vedo candidati che parleranno di narcotraffico dandone però un’immagine caricaturale, che non ha niente a che vedere con la realtà. Questo vedo se penso al futuro.
Quindi le diverse opzioni politiche non fanno molta differenza?
Guarda, il punto è che nessuno dei tre candidati ha inserito tra le sue priorità il tema della prevenzione sociale alla violenza o della lotta al riciclaggio del denaro. Nessuno ha accennato alla realizzazione di un vero patto nazionale contro il narcotraffico. In questo senso tutti sono estremamente lontani dalla realtà dei fatti e da quello di cui abbiamo bisogno.
Ma quindi senza stato e senza politica siete rimasti soli?
No, non siamo soli. In Messico c’è molta gente che sta affrontando il tema della lotta alle mafie, che lotta per cambiare la realtà. E poi io credo che esistano anche politici onesti, pochi ma esistono. Dobbiamo riscattarli e lavorare con loro perché oltre ad essere onesti, sono anche molto intelligenti.
Si lavora in rete anche in Messico quindi?
Si, di fatto è quello che facciamo lavorando con una rete che si chiama RECUPAZ (Rete di Cultura della Pace) che è composta da 53 differenti realtà della società civile e 26 collettivi giovanili. Se non fosse per questa esperienza di rete, in Messico sarebbe impossibile per noi lavorare, visto il livello di violenza e minacce che attraversa il Paese.
Posso chiederti come vi rapportate con la paura Carlos?
Tutti quanti abbiamo paura. Però davanti alla paura cerchiamo di costruire meccanismi di protezione. Io credo che una delle cose che stiamo facendo visitando l’Italia sia anche questa: generare meccanismi di protezione. Lavorare in rete con altre organizzazioni internazionali ci permette di guardare al tema della sicurezza in maniera più serena.
E poi, se sentiamo troppa paura, questa ci paralizza. Così ognuno di noi porta sempre dentro con sé qualcosa di bello che appartiene all’esperienza della propria vita quotidiana. Così facendo, nonostante tutto quello che ci succede, continuiamo a sorridere. Perché abbiamo capito a cosa si riferisse Che Guevara quando diceva che bisogna avere sempre l’animo duro senza mai perdere la tenerezza. Per non farci paralizzare dalla paura dobbiamo avere l’animo duro e al tempo stesso, per sconfiggerla, dobbiamo conservare il lato tenero e da bambini che è dentro ciascuno di noi.
Veniamo a questa visita in Italia, come ti sembra sia andata?
Mi sembra molto importante il lavoro che abbiamo potuto conoscere da voi. La valenza pedagogica che ha il rimanere vicino alle vittime della mafia è fondamentale. Così come lo sono il dibattito politico attorno al tema della criminalità e il posizionamento al di là dei partiti di Don Luigi Ciotti. Confrontarsi con tutte queste esperienze, per noi, è stato davvero molto istruttivo. La considero un’esperienza d’intercambio culturale molto valida che ci consente di avere una visione delle cose più ampia.
Per chiudere, c’è un messaggio col quale vuoi lasciarci?
Si. Voglio lasciarvi citando una frase che ho sentito dire durante un incontro organizzato non molto tempo fa in Argentina, al quale hanno partecipato delegazioni di otto paesi dell’America Latina. Erano anche presenti rappresentanti di alcune comunità indigene Aymara, che hanno sempre qualcosa da insegnarci. Loro dicono “Se succede in Messico, succederà ovunque”. Prendendo spunto da queste parole, io dico che se ce la si può fare in Italia, possiamo farcela anche in Messico e se si può in Messico, si potrà ovunque.
