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Coca Cola, la Bolivia dice basta

Coca Cola, la Bolivia dice basta

Il palazzo è un simbolo, così come lo è l’atto di distruggerlo. Con queste semplici parole, V giustificava la volontà di distruggere il palazzo del governo nell’immaginario (ma non troppo) futuro ipotizzato dai registi di V per Vendetta.

Oggi, nella vecchia Europa, di simboli in grado di aggregare persone attorno a un’idea comune e di mobilitarle se ne vedono pochi in giro, abituati come siamo ad avere uno sguardo che troppo spesso si ferma a pochi chilometri da casa nostra. I movimenti di questi ultimi tempi, e più in generale i fenomeni di aggregazione di massa sorti spontaneamente in Grecia e in Spagna, sono figli della rabbia, della fame e della paura. Ma i simboli sono altra cosa. E non sono un caso i continui richiami a immagini, icone e persone appartenenti a un altro periodo storico, ad altre terre. 
I simboli sono metafore, le metafore sono impresse nelle nostre sinapsi assieme a un sistema di valori che fa loro da cornice. Suscitano emozioni, anche forti. Raccontano in un istante una storia lunga cent’anni. In politica raggruppano le persone, offrono identificazione, chiamano alla partecipazione.

La storia che raccontiamo di seguito è un simbolo in sé.

Il contesto è quello della terra boliviana, unico paese dell’America Latina ad avere il nome del principale fautore dell’indipendenza dei moderni Stati dell’America del Sud ai danni della Corona spagnola, appunto Simón de Bolivar. Questa stessa terra, già teatro nel 1999 della vittoriosa “guerra dell’acqua di Cochabamba”, oggi è governata dal primo presidente indigeno del Sudamerica dalla venuta degli spagnoli, Evo Morales. Ex leader di un movimento di contadini cocaleros, (produttori di foglie di coca) considerato da molti come il simbolo di una nuova era d’indipendenza per il continente.

L’oggetto in questione è anch’esso “alquanto” simbolico. Stiamo parlando della Coca Cola Company. Universalmente riconosciuta come il marchio del capitalismo moderno made in USA e in generale di quell’idea di progresso e di stile di vita tutta americana nota ai più come The American Way of Life.
Ma in Sudamerica la Coca Cola non è solo questo. Da anni la società americana combatte una vera e propria guerra al riparo da occhi e orecchie indiscreti, monopolizzando il mercato interno delle bibite di tutto il Sud del Continente e lasciando sul campo i corpi di 179 sindacalisti appartenenti al sindacato colombiano Sinaltrainal, ammazzati su mandato dagli squadroni della morte.

A tutto questo in Bolivia si è deciso di dire basta. La notizia è di tre giorni fa, e riguarda la decisione da parte del Governo di vietare la vendita della bibita più famosa al mondo all’interno dei confini nazionali.
Le motivazioni sono rintracciabili nelle dichiarazioni del ministro degli esteri David Choquehuanca, che ha apostrofato l’impresa americana come “strumento di penetrazione e colonizzazione economico e culturale” e che ha parlato del dopo Coca Cola come della “fine dell’egoismo e della prevaricazione e l’inizio della cultura della vita”.
Non è tutto. La data scelta dal governo per dare valore attuativo alla sua decisione è il 21 dicembre 2012, giorno del solstizio d’estate a Sud dell’equatore, e data della fine del calendario Maya. L’ormai celebre allineamento dei pianeti e la conseguente energia che investirà la Terra, secondo il governo, non comporterà la fine di tutto ma molto più felicemente l’inizio di un mondo più giusto.

Questo è certamente un atto simbolico. Di quelli che creano opinione e che fanno informazione facendo politica. Uno di quelli che si ricorderanno nel tempo e di cui oggi avremmo bisogno anche nella vecchia Europa.

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