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Un diario del 22 dicembre, un anno dopo

  • Scritto da  Cinzia Longo
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Un po' per il mio lavoro di cronista, un po' per convinzione, io c'ero. Sono passati 365 giorni dal 22 Dicembre 2010, la più grande giornata di mobilitazione che il movimento studentesco italiano abbia mai organizzato negli ultimi trent'anni, di questo non c'è alcun dubbio.

La mattina presto faccio un giro in centro, a Roma. A pochi giorni dal 14 Dicembre è ancora fresca la polemica sull'assalto ai palazzi del potere, sulla compravendita dei parlamentari, sul rischio di trasformare una grande battaglia politica in questione di ordine pubblico. Nella zona rossa si entra solo con un tesserino e per motivi di lavoro. I senatori sono tutti precettati per l'approvazione definitiva del ddl Gelmini, mostro all'ispettore il mio tesserino da pubblicista, niente, non mi fanno entrare, vogliono quello da giornalista professionista. Riesco a passare solo quando mostro il tesserino della biblioteca della Camera dei Deputati (un vecchio trucco che mi aveva insegnato mio padre per non pagare il parcheggio), il nostro è veramente un paese strano.

Dentro la zona rossa i commercianti sono imbufaliti, c'è tensione nell'aria. Non sono arrabbiati con i manifestanti, ma con le autorità che blindando il centro hanno praticamente bloccato lo shopping natalizio. Ma il potere non ammette deroghe quando deve proteggere sé stesso, lo sanno bene le commesse di via del Corso pagate a giornata, prontamente mandate a casa dal datore di lavoro. In quel momento ricevo le prime telefonate dal concentramento studentesco: "Siamo in partenza!" sento nel frastuono della piazza. "Ok come al solito vi aspetto a metà strada" - rispondo io quasi per inerzia - ma il rappresentate delle associazioni mi gela e mi dice:"Oggi mi sa che non veniamo da quella parte…Non vogliamo fare il loro gioco…ci vogliono tendere una trappola…oggi vi spiazzeremo…lasceremo il potere a difendersi da sé stesso, sappiamo che la legge verrà approvata ma noi andremo in direzione ostinata e contraria". "E che significa?"  chiedo insospettita, e lui prontamente mi risponde: "Significa che la giornata sarà lunga e se non ci raggiungi il prima possibile sarà difficile starci dietro". Corro come una matta a prendere il motorino raggiungo il concentramento studentesco ma gli studenti sono già partiti, dopo aver posato la moto comincio una caccia a tesoro nel quartiere San Lorenzo, alla fine sono i fumogeni e il sound system ad indicarmi la strada. Tra me e me mi ripeto: "visti i fatti del 14 e l'approvazione imminente della legge la piazza sarà vuota, non ci sarà nessuno!"

Quando arrivo a Porta Maggiore qualcosa di magico si pone sulla linea del mio orizzonte, mai visto un corteo così numeroso e così coreografico. È un fiume imponente, colorato, avvolgente ma beffardo. È diretto alla sede dell'ATAC  su via Prenestina - l'azienda dei trasporti pubblici di Roma - per consegnare i regali di Natale, in realtà pacchi simbolici per denunciare la parentopoli romana. Stessi pacchi e stesso discorso presso la sede di un'agenzia di lavoro interinale, una caserma vuota per denunciare la questione abitativa, e così via.

Ad un certo punto noto una strana inversione di marcia. Comincio a capire il significato del famoso "Vi spiazzeremo"  di cui sopra, capisco che in quel momento il corteo stava imboccando la tangenziale est di Roma bloccandola, paralizzando una delle arterie più importanti della capitale. Effettivamente rimango spiazzata. Lo stupore aumenta quando vedo gli automobilisti sulla carreggiata opposta - imbottigliati nel traffico - che invece di inveire solidarizzano con gli studenti. Lì ho capito il messaggio fondamentale che quel corteo voleva lanciare al paese. La riforma Gelmini sarebbe passata - e di questo gli studenti erano più che consapevoli -  ma l'obiettivo era un altro.

Non sono scesi in piazza solo per contrastare l'ennesimo progetto di distruzione dell'università pubblica ma l'hanno fatto per tutti noi. Per me giornalista precaria più che trentenne, per mio padre che dopo ventiquattro anni di lavoro qualcuno ha osato definire "un esubero", per mia nonna che ho riconosciuto tra le tante casalinghe impegnate a battere le mani e le pentole dai balconi della capitale in segno di sostegno viscerale durante le tante manifestazioni studentesche.

In quale paese normale un fenomeno sociale di tali dimensioni non sarebbe definito una rivoluzione? Nel frattempo vedo gli organizzatori che confabulano, tutto sta andando al meglio, in parlamento si perde tempo e la riforma non è ancora approvata, il potere è stato ridicolizzato dagli studenti che hanno preferito le periferie e il consenso di chi paga la crisi proprio come loro. Pochi minuti dopo mi arriva un sms: " è appena uscita un'agenzia, Napolitano vuole incontrare gli studenti…". Adesso è tutto chiaro: c'era fibrillazione per capire se fosse opportuno o meno incontrare la più alta carica dello Stato in un momento di così forte rottura con un parlamento che si accingeva a votare il si definitivo alla riforma.

Dopo sette ore di corteo ininterrotto, dopo aver attraversato i quartieri San Lorenzo, Prenestino e Tiburtino gli studenti tornano all'università e compongono la delegazione che sarà ricevuta da Napolitano. La riforma Gelmini - che sarà approvata solo il giorno seguente - passerà in secondo piano, un intero paese si sentirà coinvolto da un incontro che ha sancito la sconfitta della classe politica al Governo e la vittoria per acclamazione popolare di un movimento studentesco che aveva posto sul piatto questioni molto più importanti: il proprio presente e futuro, la precarietà, la nostra democrazia, l'insostenibilità della crisi e del nostro modello di sviluppo.

Gli studenti avevano perso la battaglia con il parlamento, avevano vinto quella con il paese. Certo gli studenti non sono riusciti a vincere la guerra -  quella contro le ingiustizie -  ma hanno scritto una pagina di storia contemporanea del nostro paese. Ci pensavo proprio oggi: nei pressi del Senato non c'era nessuna zona rossa, ma i negozi erano ugualmente vuoti, proprio mentre l'aula votava il sì definitivo alla manovra che aumenterà ancor di più le tasse e la povertà nel nostro paese. A distanza di un anno il potere di nuovo barricato in aula e i negozi di nuovo vuoti, ma questa volta nessun ondata di protesta è riuscita a conciliare il paese con le proprie insicurezze e paure.

Ricorderò per sempre quel 22 Dicembre, rimarrà in me il ricordo dell'arroganza del potere affossata dai sorrisi e dai pianti di migliaia di studenti e studentesse increduli nel vedere un intero paese in loro sostegno, riconciliati con loro stessi per aver trovato un'identità, una soggettività, per aver lottato a testa alta per difendere il proprio avvenire.

Ebbene, a distanza di un anno da quel fantastico 22 Dicembre, sono sicura che il moto perpetuo che ha ribaltato - seppur per soli due mesi - i rapporti di opinione e di consenso, sia l'unica medicina reale per curare i mali del nostro paese. È cambiato il governo, non è per nulla cambiata la politica. Per questo sono sicura che quella sensazione di vittoria del 22 sera dello scorso anno sia un fuoco ancora vivo negli studenti protagonisti di quella straordinaria giornata e presto tornerà alla ribalta per scuotere il nostro paese anestetizzato dall'insediamento del governo tecnico - guarda i casi della vita - voluto proprio da Napolitano.

Ricorderò per sempre il 22 Dicembre perché vive ancora in me, sarebbe bene che quelle immagini tornassero alla memoria di chi oggi non si chiama Berlusconi ma si trova perfettamente a suo agio nel teatrino del berlusconismo.

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