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Marcia della vita e legge 194: una questione sociale

  • Scritto da  Alberta Xodo
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marciaperlavita13 maggio 2012, Marcia Nazionale per la Vita, Roma. Una manifestazione che ci viene raccontata come organizzata dal basso, con la partecipazione di religiosi, famiglie, politici di diversi schieramenti (tanti schieramenti, mica tutti), associazioni, studenti pagati per raccogliere fondi.

La partecipazione delle giovani disoccupate reclutate tramite infojobs ha fatto il giro del web ieri sera: meno di 40 euro netti la paga per fingersi motivate militanti anti abortiste e chiedere contributi a favore dell’organizzazione. La notizia è di quelle che fa sorridere… ma solo fino a che non si realizza che alla manifestazione i/le 15mila manifestanti non erano tutti/e pagati per essere lì. Non lo era certo il primo cittadino Alemanno, prima fila e fascia tricolore, accompagnato dalla delegata alle pari opportunità Lavinia Mennuni che ha difeso la scelta dell’amministrazione comunale di patrocinare l’evento; non erano pagati neppure coloro che hanno esposto le immancabili foto di feti insanguinati, e certo non sono stati pagati per la loro partecipazione i militanti di Forza Nuova o i Legionari di Cristo. Peccheremmo di ingenuità se pensassimo di poterci sbarazzare di questa manifestazione unicamente sottolineando che alcune ragazze  e ragazzi sono stati assunti tramite agenzia per il lavoro per essere lì. C’erano donne, uomini, famiglie, bambine e bambini, laici e religiosi, politiche e politici; vale a dire che c’era un pezzo d’Italia che ha nuovamente aperto il fronte del tema dei diritti civili alle porte di una campagne elettorale in cui i cosiddetti “temi etici” potrebbero non occupare un posto privilegiato nell’agenda dei partiti, impegnati a diversificarsi sul fronte sociale.

La manifestazione del 13 maggio, come è consuetudine, è stata caratterizzata da una protesta senza proposta: a fianco alla cosiddetta battaglia per la vita, all’invocazione della responsabilità dei padri nel dissuadere le donne egoiste dall’interrompere la gravidanza, alle accuse di delitto di Stato, alla richiesta di applicare la legge nella sua totalità, non consegue alcun avanzamento progettuale concreto, ma solo “un imperativo dogmatico, ovvero l'astinenza sessuale o l'accettazione di una gravidanza anche quando non è desiderata”, come sottolineato dal presidente dell’Aied, il quale riporta l’attenzione sulla pericolosità dei tabù sulla contraccezione che ancora permeano l’informazione italiana. Tra i tanti cartelli e striscioni di chi difende la vita, non si fa parola del taglio ai fondi destinati ai consultori, alla chiusura per mancanza di risorse delle case di accoglienza per donne maltrattate, né all’assenza – ancora oggi – di una legge italiana sull’educazione sessuale. Temi sociali, dunque, non etici.

La manifestazione del 13 maggio non può essere liquidata sorridendo o scandalizzandosi sull’annuncio comparso su infojobs, al contrario, è una manifestazione che dovrebbe richiamarci al fatto che la legge 194 è una legge viva, che merita di essere ancora dibattuta per farne comprendere le potenzialità, senza rinunciare alla garanzia per tutte le donne, a partire dai 16 anni, di interrompere la gravidanza, ma senza difenderla come fosse un feticcio, o peggio un’icona religiosa. La manifestazione di oggi, dovrebbe dimostrarci quanto sia fuorviante considerare l’aborto un tema non sociale bensì etico, e quindi di serie B rispetto all’emergenza economica attuale. 

Ci si aspetterebbe pertanto che la risposta avesse i contorni della riflessione sociale, e che – magari – iniziasse coinvolgendo in prima persona le esperte e gli esperti assunti nei consultori, ma anche le professioniste e i professionisti che – fuori dal servizio sanitario nazionale spesso pervaso di obiettori – si confrontano quotidianamente, con le potenzialità e le criticità della 194.
Ci si aspetterebbe, inoltre, che la cosiddetta lotta per la vita, lotta di chi vuole che nessuna donna sia costretta a rinunciare a un bambino, si delineasse come lotta al precariato, ai licenziamenti senza giusta causa, alle partita iva fatte aprire per non pagare ferie malattia e tantomeno maternità, alle dimissioni in bianco.

La cronaca della manifestazione la si può leggere dettagliatamente su diversi siti, così come le polemiche che l’hanno preceduta e che ne stanno conseguendo; la risposta sociale, al contrario, sembra ancora essere tutta da scrivere, e particolarmente difficile da supporre e proporre adesso che i temi all’ordine del giorno sono altri.

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