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Tra i giovani di Praga venticinque anni dopo la rivoluzione di velluto

Tra i giovani di Praga venticinque anni dopo la rivoluzione di velluto

Il 17 novembre ero a Praga durante le celebrazioni per i 25 anni dalla rivoluzione di velluto. Una festa legata non solo a questa ricorrenza ceca e slovacca, ma anche alla giornata internazionale degli studenti. Era infatti il 17 novembre del 1939 quando una protesta studentesca fu repressa nel sangue dalle truppe naziste che occupavano la città; e nello stesso giorno del 1989 la rivoluzione contro il regime comunista partì proprio da un corteo studentesco autorizzato a sfilare in ricordo di quella strage, che invece manifestò contro il monopolio politico del partito comunista. La protesta fu duramente repressa e l'indignazione generatasi portò a contestazioni in tutto il paese e a uno sciopero generale. Fu così che anche il comunismo cecoslovacco andò verso la sua fine e fu costretto ad accettare libere elezioni.
Difficile trarre una conclusione o una visione complessiva da questa giornata. Ho pensato quindi che fosse meglio limitarsi a a raccontare questo mio incontro con i miei coetanei cresciuti nel mondo post sovietico.

La mia giornata comincia alle 10.00 a Hlávkovy – il collegio davanti a cui nel '39 i nazisti spararono agli studenti in protesta – con una cerimonia ufficiale alla presenza di alcuni ministri della Repubblica Ceca. Fuori dal collegio ci sono poche persone. Fermo quella che mi sembra una coppia di studenti e cerco di capire perché hanno partecipato a questa commemorazione; il ragazzo mi risponde: “Penso che sia una delle poche feste nazionali che suscitano interesse nel nostro paese. Penso che sia una di quelle che caratterizza l'identità del nostro paese”. Su suo consiglio mi sposto a Národní, la via in cui si svolgono la maggior parte delle celebrazioni. Ci sono gazebo di associazioni (Amnesty International, un'associazione lgbt, una rappresentativa della minoranza rom...), mentre più avanti la radio ceca organizza numerosi concerti e ci sono stand che vendono dolci e vin brulé. Insomma, una vera e propria festa cittadina.

Praghesi in protesta contro il presidente della Repubblica Zeman

Ma è proprio in fondo a questo viale che vedo riunirsi centinaia di persone. Innalzano tutte un cartellino rosso e hanno dei fischietti. Chiedo a due ragazzi di spiegarmi cosa sta succedendo: “Protestiamo contro il Presidente della Repubblica Miloš Zeman. È una persona che non ci rappresenta e non è adatta a guidare il Paese. Per questo innalziamo il cartellino rosso. Per dire che per noi è espulso”. Per capire meglio la questione dovrò però fermare ancora molte altre persone. Capirò che l'attuale presidente della Repubblica pare essere fortemente inviso ai praghesi: eletto principalmente grazie ai voti della provincia, si esprime in maniera maleducata e in molti sostengono abbia addirittura problemi di alcolismo. A far infuriare i cittadini sono state soprattutto le sue ultime dichiarazioni alla radio: appena due giorni prima Zeman ha dichiarato che non furono gli studenti a far iniziare la rivoluzione di velluto e che la loro repressione non fu poi così brutale; sempre ai microfoni della radio nazionale, si è poi lanciato in un attacco alle Pussy-riot, etichettandole come “puttane”. Il problema politico principale resta però sicuramente la sua vicinanza alla Russia, non tollerata dalla capitale della Repubblica, come anche le sue dichiarazioni sull'Ucraina, troppo parziali o filo-russe secondo i manifestanti. Svettano infatti, sul corteo molti cartelli contro la Russia e molte bandiere ucraine. Insieme a loro anche quelle del Tibet, in polemica contro l'ammirazione espressa dal presidente nei confronti della Cina e della sua presunta capacità di "stabilizzare" la propria società. 
È a questo punto che noto alcuni cartelli che evidentemente colpiscono solamente me tra tutta la folla. Ritraggono da un lato alcuni personaggi legati al comunismo (con una X sopra) e dall'altro i liberatori della Repubblica – in particolare in uno Ronald Reagan (con sotto un thank you) è contrapposto a Che Guevara. Scoprirò più avanti che si tratta della campagna di una minoranza conservatrice. 

Che Guevara vs Ronald Reagan

Finita la contestazione cominciano i concerti. Io mi sposto verso lo stand di Proud, un'associazione lesbica gay e transgender. Lì incontro Zdeněk Sloboda, sociologo e dirigente dell'associazione. Zdeněk mi racconta che nel paese l'omosessualità è stata depenalizzata nel '61, anche se gli omosessuali continuavano comunque ad essere puniti per reati contro il buon costume. Tuttavia una vera e propria identità lesbica e identità gay non è esistita fino agli anni '80; il movimento lgbt è iniziato all'incirca nel 1988, sviluppandosi durante gli anni '90. Grazie alla lenta convergenza sui propri temi da aprte di alcuni partiti (dai liberali ai comunisti), ha ottenuto il riconoscimento delle coppie gay con un istituto ad hoc (che però non prevede l'adozione). Infine Zdeněk mi spiega che i cechi non discutono spesso di politica fuori dalle mura domestiche, quindi quella che potrebbe sembrare indifferenza è in realtà scarsa attitudine alla presa di posizione pubblica. Finalmente mi spiego perché fino a questa intervista è stato così difficile ottenere qualche opinione fuori dal politicamente corretto. 


Sono ormai le due del pomeriggio e mi sposto velocemente vero Albertov, una piccola strada in cui sono previsti gli interventi del presidente ceco e dei presidenti di Polonia, Ungheria e Germania. Quando arrivo ci sono già centinaia di persone pronte a contestare nuovamente Zeman. Mi colpisce la scarsa presenza di polizia, pur per un appuntamento così formale, per il quale le contestazioni erano sicuramente previste.
Il discorso del presidente ceco è completamente coperto dai fischi e dalle urla che lo insultano e lo definiscono un presidente filorusso. Gli interventi degli altri presidenti vengono invece ascoltati con molta attenzione e gli applausi sono scroscianti ogniqualvolta si cita la libertà conquistata, e soprattutto la sua difesa in Ucraina e Moldavia. Alla fine della manifestazione assisto a un solo piccolo intervento della polizia, che sequestra una bandiera sovietica ad alcuni ragazzi che volevano bruciarla. 

Passato e presente

Durante la manifestazione conosco Tomaš, che mi aiuta a tradurre dal ceco i discorsi e quello che sta succedendo. È uno studente della facoltà di Scienze, membro di uno dei club studenteschi presenti nelle università praghesi. Spinto da un senso di vuoto rispetto ai temi sociali (e con l'impressione di trovarmi di fronte a un piccolo popolo viola ceco) provo a chiedergli se il diritto allo studio funzioni o se l'università abbia problemi a garantire una buona istruzione a tutti. Mi risponde che le cose vanno bene, anche se la mia impressione è che questa domanda gli sembri un po' strana e che non sappia bene come rispondermi. Certo è che l'università ceca i suoi problemi li ha eccome, visto che i colleghi dottorandi con cui ho parlato lamentano la precarietà dei contratti, la scarsa retribuzione e le poche opportunità di lavoro all'interno dell'accademia – un po' come capita in Italia del resto.  

Torno verso Národní e concludo la mia visita assistendo alla proiezione di un documentario in una piazzetta (finalmente con i sottotitoli in inglese). Si tratta di interviste a lavoratori, studenti, pensionati e cittadini comuni durante la rivoluzione di velluto. L'intervistatore chiede ai lavoratori: “Pensi che i lavoratori comandino in questo paese?”, e la risposta è sempre la stessa: “No”. “Cosa pensi sia il socialismo?” “Democrazia”, “Pluralismo”. Un anziano signore spiega come la città sia rinata in quei giorni e si scusa con i giovani per averli considerati cinici e privi della volontà di prendere in mano il proprio futuro. In un'università occupata una pensionata prepara da mangiare dicendo che, vista la sua età, almeno in  questo modo può aiutare gli occupanti. 

Sono immagini distanti, eppure io le sento così vicine. Al di là delle differenze storiche certe esperienze le (ri)conosco, anche emotivamente perché, quando sento parlare di studenti intrappolati in una via e picchiati a sangue, prima che a Praga la mia mente corre a Genova. Ripenso a tutti i ragazzi che ho incontrato oggi. Non hanno mai occupato un'università, si accontentano di difendere la libertà acquisita, immaginano il nemico solo come una potenza estera o un politico impresentabile. E mi chiedo se riescano a sentire quello che sento io guardando certe immagini.
Onestamente, non mi so rispondere.

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