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L'Italia non ha bisogno di ingegneri?

giovani emigrano voglio restare giovani emigrano voglio restare

da vogliorestare.it Qualche tempo fa Lavoce.info pubblicava un articolo dal titolo “Ricette per la crescita: più ingegneri e meno filosofi” di Nicola Persico, in cui si individuava nella propensione per gli studi umanistici uno dei problemi principali della scarsa occupabilità dei laureati italiani, a partire da un confronto con i laureati di Singapore. Tralasciando il merito della discutibile questione della gerarchia tra saperi spendibili per il mercato e saperi considerati inutili, è il caso invece di cercare di capire se è vero che il nostro Paese valorizza i laureati in materie legate al settore ITC e Innovazione.

Il rapporto Ocse Education at a glance  mostra che la percentuale dei laureati italiani resta tra le più basse dell'area dei paesi più industrializzati: 15 per cento tra i 25 e i 64 anni, contro una media Ocse del 31 per cento, accompagnata da una disoccupazione che tra i laureati italiani aumenta significativamente al 5,6 per cento.  È il fenomeno della cosiddetta bolla formativa, riflesso di un sistema produttivo-industriale non in grado di occupare i lavoratori più specializzati nel settore della ricerca e dell’innovazione.

Un altro tassello è quello relativo all’ultima elaborazione dati condotta dall’Istat sull’inserimento professionale dei laureati per il 2011, a cura del professor Carlo Barone. I dati parlano chiaro: a quattro anni dalla laurea i giovani che hanno deciso di andare a lavorare all’estero percepiscono un salario medio mensile di 1783 euro, contro i 1300 di chi è rimasto in Italia: un divario di ben 500 euro mensili.

Proprio in questi giorni il Censis ha lanciato un'indagine sugli italiani che vivono all'estero per capire quali siano le motivazioni, i progetti di vita, le aspettative e le sfide di chi ha scelto di emigrare dal nostro Paese.

A partire dallo spunto dell’indagine del Censis, nell’ambito della campagna “Voglio Restare” abbiamo intervistato tre giovani ingegneri, specializzati in tre settori ad alta innovazione – nanotecnologie, ingegneria biomedica, ingegneria aereospaziale – che hanno deciso o stanno decidendo di andare a lavorare all'estero, dopo aver tentato di mettere le loro competenze al servizio dello sviluppo del nostro Paese.

Volendo sfuggire tanto da un'ottica paternalista, troppo spesso usata quando si parla di giovani, quanto alla propaganda meritocratica de “i più bravi ce la fanno”, proviamo a raccontare criticamente la fuga dei cervelli, come un vero e proprio spreco di conoscenza e di opportunità produttive per il nostro Paese, a partire dalle storie di Domenico, Giulia e Andreatutti e tre pugliesi e laureati a pieni voti al Politecnico di Torino.

La facoltà di ingegneria è sicuramente una delle più complesse nel panorama accademico, e comprende numerosi possibili percorsi di studio. Quale avete scelto e perché?

Domenico: Ho deciso di frequentare la facoltà di Ingegneria Fisica e scoperto durante gli studi che il corso si focalizzava in realtà sulle Nanotecnologie, area di frontiera nella ricerca scientifica. La sorpresa è stata abbastanza piacevole, poiché ho capito che la facoltà mi offriva una formazione valida per diventare ciò che desideravo, ossia un ricercatore. Ho proseguito quindi con le Nanotecnologie anche durante la laurea specialistica e attualmente mi occupo di sensori di radiazione Terahertz che utilizzano grafene.

Giulia: Ho studiato Ingegneria Biomedica per cinque anni al Politecnico di Torino, specializzandomi in Bioingegneria Industriale. Ho sempre desiderato progettare dispositivi medici mininvasivi, e sviluppare competenze e conoscenze a livello diagnostico. Ero attratta dalla possibilità di poter migliorare le condizioni di vita dei malati, in ambiti come quello oncologico, specie per le fasce più deboli, utilizzando non farmaci o cure, ma innovazioni tecnologiche e una conoscenza appunto ingegneristica.

Andrea: ho conseguito una doppia laurea in Ingegneria Aerospaziale presso il Politecnico di Torino e presso l'istituto Supaéro di Tolosa, in Francia. La scelta del mio percorso di studi nasce dalla passione che da sempre nutro per l'aeronautica e lo spazio. La mia ambizione era, una volta conseguita la laurea specialistica, di lavorare in ambito di ricerca e sviluppo per una casa costruttrice di aerei. In particolare, ero molto attratto da Airbus, azienda europea, leader nella costruzione di aerei civili, e non militari.

Vi siete laureati  con il massimo dei voti, nei tempi stabiliti, in uno dei Politecnici più importanti di Italia, e appartenete sicuramente alla categoria degli studenti italiani meritevoli. Appena terminati gli studi com'è stato l'impatto con il mondo del lavoro? Dopo quanto tempo avete ricevuto risposte alle domande di lavoro?

Domenico: L'impatto con il mondo del lavoro non è stato per niente buono. Inizialmente pensavo che avrei potuto sviluppare le mie capacità in un'azienda cominciando con un periodo di apprendistato o con un dottorato che si appoggiasse, per mezzo dell'azienda stessa, all'università. Ho così effettuato domande a diverse aziende leader in Italia nel mio settore, non ricevendo mai risposta, neanche per un semplice colloquio. Ho cominciato quindi a muovermi per trovare un dottorato in gruppi che lavoravano in università contattando diversi professori in Italia e all'estero, fino a che non ho ricevuto un offerta.

Giulia:Sicuramente il periodo in cui ho iniziato attivamente a cercare un lavoro, una volta conseguita la laurea, non è stato dei migliori, anzi. Solo oggi mi rendo conto che probabilmente sarebbe stato meglio laurearsi anche solo un anno più tardi, ma avendo maturato delle esperienze lavorative, perché ad oggi quello che sembra contare sono proprio i 3-5 anni di esperienza. Subito dopo aver conseguito la laurea ho inviato diverse candidature sia per posizioni aperte, sia spontaneamente a diverse aziende, in Italia e all’estero. Poche le risposte e soprattutto a distanza di mesi, quando ormai avevo già iniziato il Dottorato di ricerca.

Già prima di terminare gli studi, ho fatto domanda di lavoro presso molte aziende, sia in Italia, che all'estero. Sono stato ricontattato da alcune aziende europee, tra cui Airbus, già qualche mese prima di discutere la tesi: ho sostenuto dei colloqui in Francia, Spagna e Inghilterra. Solo due note aziende italiane mi hanno ricontattato circa due mesi dopo il conseguimento della laurea e, per una di esse, ho partecipato a una giornata di selezioni, anche se ormai avevo già una proposta di lavoro da Airbus in Inghilterra.

Avete avuto l’opportunità di fare un’esperienza di lavoro all’estero. Quali opportunità professionali vi offre il Paese in questione, che in Italia non avete trovato?

Domenico: Ho ricevuto un'offerta nel Regno Unito all'Università di Cambridge, lo stipendio è decente ed equo se consideriamo i quasi vent’anni di studi affrontati. Le risorse dell'università sono pressoché infinite e la libertà di "manovra" ampia. Inutile negare che Cambridge, per la sua importanza a livello mondiale, è un palcoscenico importante per qualsiasi ricercatore. La visibilità in un'università italiana sarebbe stata ovviamente più bassa. 

Giulia: A seguito di una summer school mi è stato offerto di mantenere i contatti con un gruppo di ricerca dell’Hokkaido University di Sapporo e da lì di andare in Giappone per una internship di tre mesi. Pur breve, è stata davvero un’ottima opportunità, che non capita tutti i giorni, e un’esperienza di vita che ricorderò per sempre. L’idea di poterci tornare mi alletta, anche se so che questo rappresenterebbe una svolta nella mia vita, un cambiamento significativo. So bene, però, che ne varrebbe la pena. Per quanto riguarda le opportunità professionali che il Giappone mi offre, una cosa è certa: dopo soli pochi mesi mi è stato proposto di tenermi in contatto per continuare a collaborare.

Andrea: Ormai lavoro da un anno per Airbus in Inghilterra, nel settore di ricerca e sviluppo in Aerodinamica. Allo stesso tempo, lavorando come ricercatore, Airbus mi dà l'opportunità di conseguire un dottorato in Fluidodinamica presso l'Università di Cambridge. Questa posizione lavorativa mi dà molte opportunità professionali che in Italia non ho trovato. In primis, il mio lavoro consiste effettivamente in ciò per cui ho studiato e che volevo fare nella vita. In Italia avrei dovuto accontentarmi di qualsiasi posizione lavorativa pur di avere un impiego. Quest'opportunità mi permette di crescere parallelamente in due settori: quello industriale (grazie al lavoro effettivo in azienda) e quello accademico (grazie al dottorato), lasciandomi aperte più strade da intraprendere alla fine del dottorato. La mia posizione lavorativa mi dà uno stipendio stabile, nettamente superiore alla media di quelli da primo impiego per un ingegnere in Italia. 

Pensate che l'Italia sia "un paese per ingegneri"? Se sì quali? Cosa progettiamo e produciamo in Italia? Perché secondo voi non si investe nei vostri settori? Pensate si tratterebbe di settori strategici per uscire dalla crisi e per aumentare l’occupazione?

Domenico: Siamo un Paese con validi talenti, che non sappiamo valorizzare abbastanza. Gli scienziati italiani sono tra i più citati al mondo per numero di pubblicazioni. Eppure tantissimi di loro sono precari. Se solo si aumentassero i fondi nel mio settore, così come in tutti i settori della ricerca scientifica, il nostro Paese potrebbe vedere il decollo di aziende che diventerebbero leader a livello internazionale e la qualità delle università migliorerebbe, garantendo una formazione più completa e accurata, attirando più iscritti. I posti di lavoro aumenterebbero in maniera consistente.

Giulia: L’Italia non è un Paese per ingegneri a mio parere: è un Paese per pochi ingegneri, ad esempio per chi ha studiato ingegneria meccanica. Ricevo quotidianamente annunci di lavoro che si riferiscono a posizioni aperte, tra l’altro non così allettanti, per ingegneri meccanici, informatici, edili e gestionali. E tutte le altre classi specializzate? Perché esistono corsi di laurea così settoriali se poi non vi è necessità di personale specializzato in materia? Perché illudere tantissime persone con piani di studio interessanti, all’avanguardia e innovativi, se poi non si dà spazio al cambiamento e all’innovazione e si rimane ancorati ai soliti settori in cui vi è un alto tasso produttivo? Purtroppo il settore dell’ingegneria biomedica che anni fa sembrava essere assolutamente all’avanguardia, ad oggi sembra una realtà in cui non si investe, se non probabilmente nella sola ricerca, e in misura ridotta rispetto a quanto ho visto all’estero, in Svizzera e in Giappone. Credo che l’ingegneria biomedica sia un settore multidisciplinare che potrebbe, per questo, richiedere personale con competenze trasversali, aprendo la strada così a nuovi posti di lavoro per un settore rilevante come quello della sanità.

Andrea: L'Italia è un paese per alcuni ingegneri, quali ingegneri meccanici, edili, civili, elettrici. Eppure anche queste categorie hanno difficoltà nel trovare un impiego adeguato, come mostra il caso di tanti miei colleghi di università e coetanei. Sicuramente in Italia si progettano e si realizzano ancora, come anni fa, numerose opere edilizie, impianti industriali, e così via. Anche il settore automobilistico è presente in Italia, sebbene stia soffrendo. I progetti e i prodotti italiani sono senza dubbio di qualità. Ho però dei dubbi sul fatto che essi siano all'avanguardia e allettanti per gli altri Paesi. Anche il settore aerospaziale è abbastanza presente in Italia, soprattutto come appoggio a grandi case costruttrici estere. L'Italia investe nel settore aerospaziale, ma non a sufficienza. Probabilmente la ricerca aerospaziale non è considerata come un settore di primaria importanza, ma ciò è sbagliato, perché esso spingerebbe anche molti altri settori che sono vitali per l'industria aerospaziale, come, ad esempio, IT e altri tipi di ingegnerie. Il settore aerospaziale crea numerosi posti di lavoro ed è sicuramente strategico per uscire dalla crisi. 

Italia/estero: dove vi immaginate da qui a dieci anni? Pensate che in Italia sia possibile un cambio di rotta? Pensate che gli ingegneri e i ricercatori attraverso la conoscenza possano dare il loro contributo per migliorare le cose?

Domenico: Tra dieci anni mi vedo di nuovo in Italia. Io adoro questo Paese e non me ne sono andato volentieri. La speranza è l'ultima a morire e credo che un cambiamento sia sempre possibile. Bisogna solo rendersi conto che qualsiasi rinascita parte dall'istruzione e dalla ricerca. Se si capirà questo passaggio chiave, tutto è possibile.

Giulia: Vorrei tanto poter rispondere con certezza a questa domanda, ma purtroppo non è possibile. In Italia, all’estero non importa, purché si abbiano delle soddisfazioni e si possa lavorare in delle condizioni certamente migliori delle attuali. Probabilmente una parte di me vorrebbe immaginarsi in Italia, nel mio Paese, ma dall’altra le soddisfazioni vissute all’estero mi fanno pensare il contrario. Penso comunque che più che il conoscere serva il voler e saper credere nelle cose per migliorarle.

Andrea: Tra 10 anni mi immagino all'estero. È difficile lasciare questa realtà, una volta conosciuta, malgrado la lontananza dal proprio paese. Tuttavia mi immagino a lavorare anche per un cambiamento di rotta del mio Paese, in quanto credo che questa spinta debba arrivare proprio da noi. 

Cosa dovrebbe offrirvi l'Italia in termini di condizioni lavorative e di vita (welfare, assistenza e altro) che all'estero avete trovato?

Domenico: Ciò che dico potrebbe risultare scontato. Purtroppo, rispetto alla maggior parte dei paesi competitivi in Europa e nel mondo, gli stipendi in Italia sono troppo modesti. Le trattenute fiscali la fanno da padrone e rendono difficile la vita di un impiegato. Inoltre raggiungere una posizione a tempo indeterminato o comunque avere in mano un contratto di media/lunga durata è un'impresa. La situazione va rivista completamente, il lavoro è forse il fattore che contribuisce maggiormente alla qualità della vita di una persona, e deve essere quindi sempre al centro del dibattito politico.

Giulia: Mi sembra quasi impossibile fare un paragone per capire in cosa migliorare. Più opportuno analizzare cosa non quadra e come si potrebbe garantire una maggior tutela a tutto tondo. L’incertezza sulle prospettive economiche incombe sempre più sul mercato del lavoro e sul welfare. Si assisterà inoltre sempre più al fenomeno del population ageing che richiede un aumento di risorse per pensioni, sanità e assistenza sociale. In Italia si dovrebbero valorizzare maggiormente il merito e le competenze, puntando a un impegno comune per utilizzare le risorse disponibili in modo equo.

Andrea: Nel momento del trasferimento in Inghilterra, ho ricevuto assistenza economica e logistica da parte della mia azienda: spese di viaggio, un mese di affitto in un alloggio temporaneo, e così via. L'azienda mi ha offerto un piano per l'assicurazione medico-sanitaria, particolari agevolazioni per l'iscrizione a corsi sportivi e per l'acquisto di un autoveicolo. Ho 35 ore di lavoro settimanali (7,5 ore dal lunedì al giovedì, 5 ore il venerdì, con flessibilità di orari lavorativi), 25 giorni di vacanza all'anno, più i festivi. Stipendio stabile, ore di straordinario pagate, rimborso di tutti i viaggi di lavoro (vitto, alloggio, trasporto), possibilità di partecipare a conferenze scientifiche.  

Ultima modifica ilVenerdì, 01 Novembre 2013 10:39
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