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25 Novembre e femminicidio: hai davvero un solo modo per cambiare un fidanzato violento?

25 Novembre e femminicidio: hai davvero un solo modo per cambiare un fidanzato violento?

Nella strade e nelle stazioni di molte città lungo i binari è appeso il manifesto della campagna pubblicitaria “Riconosci la violenza”,  realizzata dal Dipartimento per le Pari Opportunità presso la Presidenza del Consiglio per diffondere il numero verde su antiviolenza e stalking 1522.  

Il cartellone recita: «Hai un solo modo per cambiare un fidanzato violento. Cambiare fidanzato». Mi è capitato qualche volta di aspettare la metro davanti a quel cartellone e in una delle mattine mi è capitato di incontrare un gruppo di studenti che probabilmente andava a scuola, tra spintoni e qualche battuta a sfondo sessuale una delle ragazze sorride indicando il manifesto “Hai capitò amò?” il ragazzo l’abbraccia “E che vvoi da me, che te meno io?” 

Nonostante quella frase fosse stata buttata là per gioco, nella semplicità del contesto, mi è rimasta in testa qualche minuto, facendomi pensare che forse, nonostante la campagna del 1522 fosse tutto sommato ben fatta e a mio avviso efficace, probabilmente apparisse estranea alla vita della maggior parte dei passanti della metro, perché di fronte alla definizione di “fidanzato violento”, nessuno accosterebbe mai sé stesso  o quello del proprio partner. Come se il dibattito pubblico cresciuto intorno al femminicidio nel nostro paese, abbia posto così tanto l’accento sul tema delle misure di ordine pubblico da adottare contro “gli uomini violenti”, da far perdere l’attenzione sulle altre forme di violenza e sul lungo processo di controllo, persecuzione e violenza psicologica e verbale che si costruisce pian piano negli anni di una relazione e di cui il femminicidio è solo l’ultimo irrimediabile atto.

Dico questo ovviamente partendo dal presupposto che sia un bene che nel nostro paese ad oggi si parli esplicitamente del tema del “femminicidio”, nascosto fino a pochissimi anni fa, ma provando a riportare una riflessione diffusa molto bene dai diversi blog e siti di associazioni di donne, in particolare in merito al dibattito degli ultimi mesi intorno alla cosiddetta “legge sul femminicidio” del Governo Letta, che sembra aver liquidato troppo velocemente e con superficialità un dramma che fin troppo si sta radicando nella nostra società.

L’Italia è un Paese che conta 128 donne uccise per mano di uomini nel solo 2013, l’Italia è un Paese che ha da poco approvato una Legge sul “femminicidio” con una votazione in tempi record di 143 voti favorevoli e 3 contrari, oggetto di numerose polemiche in particolare tra esponenti di associazioni che si occupano di  combattere la violenza di genere e alcune esponenti politiche, tra una parte del comitato SNOQ e diversi comitati territoriali.

Effettivamente la legge sul femminicidio, licenziata in fretta e furia e senza una reale discussione che coinvolgesse movimenti e associazioni rappresentative delle donne, assomiglia più che altro ad un elenco di norme, volte ad aumentare i poteri giudiziali e processuali, senza contare che nella stessa legge sono state previste misure di inasprimento contro il furto di rame e le cosiddette “norme No Tav” , per permettere ai militari di essere utilizzati anche per servizi di vigilanza a “siti e obiettivi sensibili” come il cantiere dell’Alta velocità ferroviaria a Chiomonte.

Il vero problema di questa legge è che da un lato introduce la “relazione affettiva” come parametro per gli aggravanti, dall’altra ci dice tutto niente sul rapporto tra gli uomini e le donne, soprattutto non ci parla in nessun modo degli uomini, della crisi del maschile e stigmatizza le donne nel ruolo delle vittime, prive di autodeterminazione che lo Stato deve proteggere, con atteggiamento profondamente paternalista.

L’Italia è un paese ipocrita, lo stesso in cui i media continuano a raccontare i femminicidi come “raptus di gelosia” nel momento in cui la donna tradisce il compagno, oppure a ostentare ossessivamente l’avidità  delle “baby prostitute”, lanciando messaggi subliminali che deresponsabilizzano gli uomini clienti coinvolti nella vicenda. L’Italia è un Paese che discute di femminicidio mentre nelle scuole aumentano casi di stupri di gruppo o di ragazzine che si suicidano perché ricattate dai compagni di classe a causa della loro vita sessuale. L’Italia è un Paese in cui una donna che ha una vita pubblica è sottoposta ossessivamente al giudizio del suo aspetto fisico e della sua vita privata, anche quando questa non incide minimamente sul suo profilo politico.

L’Italia è un paese in cui le donne devono essere “coperte per essere protette”, per non essere accusate dalla pubblica opinione di “essersela cercata”, e  gli uomini devono essere “puniti” quando le loro pulsioni “esagerano”, superando “il consentito”, quello su cui alla fine si chiude un occhio, perché in fondo si sa che “l’uomo italiano ama tutte le donne ed è geloso di mamma, sorelle e fidanzata”.

Ma davvero questa fotografia e questa legge sul femminicidio è tutto quello di cui possiamo accontentarci? Davvero possiamo accettare che il concetto di “libertà sessuale” debba essere ridotto a sinonimo di “servilismo di genere”, mentre prima raccoglieva in sé filosofie ben più complesse come l’autodeterminazione, la consapevolezza di decidere per sé e il proprio corpo, la capacità di proporre un avanzamento dei diritti anche per gli uomini? Davvero gli uomini possono accettare di essere considerati sulla base di stereotipi imposti, di “pulsioni da correggere e punire”, e non una sfida più alta nelle relazioni con le donne?

E’ possibile immaginare in futuro dei provvedimenti che investano realmente in educazione sentimentale nelle scuole (quasi inesistenti o inutili), in studi di genere nelle università (che stanno scomparendo a causa dei tagli e dei criteri di valutazione), in centri antiviolenza e centri di recupero per uomini  che hanno esercitato violenza e che questi provvedimenti siano frutto di un dibattito pubblico sano che travolga anche il linguaggio diffuso e l’approccio culturale del nostro paese?

Oggi è il 25 Novembre – Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne, in cui si moltiplicheranno diverse iniziative per le città, in particolare segnaliamo quelle lanciate da Sciopero delle Donne.

E’ importante partecipare alle iniziative promosse nelle città ricordando che la sfida contro la violenza sulle donne coinvolge anche gli uomini e tutti i movimenti che si propongono di cambiare il nostro paese, perché non c’è un solo modo di cambiare un fidanzato violento, ma ci sono diversi modi per cambiare i rapporti nella nostra società

Ultima modifica ilLunedì, 25 Novembre 2013 15:30
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