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La passione di un volontario italiano: sabato santo in una prigione israeliana

  • Scritto da  Stefano Fogliata
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La passione di un volontario italiano: sabato santo in una prigione israeliana

Pubblichiamo la storia di Stefano Fogliata, studente bresciano e volontario, che sabato scorso è stato bloccato alla frontiera di Israele, spedito in un centro di detenzione e poi rimandato a casa senza troppe spiegazioni.

Eccomi arrivato. Gerusalemme? Ramallah? No, Milano Centrale. Ingresso vietato e deportato a casa, come un delinquente di quelli importanti. Un racconto di getto sull'aereo, dopo 7 ore di interrogatori e una nottata "ar gabbio".

In cuffia passa la telecronaca di Newcastle-Liverpool di qualche tempo fa: no non sono già nostalgico del nostro mondo fatto di chiacchere e pallone. Sono già nel nostro mondo, questo è il problema. Israele e i suoi sgherri in aeroporto mi hanno vietato l'ingresso ed ora sono su un volo di ritorno meno di 24 ore dopo l'arrivo.

Cos'è successo durante la mia vigilia di Pasqua? Chiamatela pure Passione in stile Gesù Cristo più che Pasqua: 7 estenuanti ore di interrogatorio tra perquisizioni e domande tra le più disparate. Non basta: 7 ore in cui il mio telefono e le mie mail sono state sezionate una ad una, alla ricerca di chissà quale piano diabolico architettato per me da Al-Qaeda.

Ricordo all'incirca 20 differenti membri della cosiddetta sicurezza israeliana, dalla 18enne ancora bambina al 50enne tutto d'un pezzo con fare arrogante e segni di pallottole in testa. Tutti intenti a chiedere su chi fossi e soprattutto su cosa andassi a fare nella loro amata Israele. "Just 3 weeks for tourism: Jerusalem for Easter, Dead Sea and then Jordan, if it is possibile".

Ma a loro non basta: "you're a member of the ISM ..(..) You know what it is don't tell me lies. You're just saying bullshit. If you collaborate with us we'll allow you to enter". Passaporto sequestrato: lo rivedrò dopo 24 ore.

So benissimo cos'è l'International Solidarity Movement, ho visitato Ramallah, Bi'lin e Nabi Saleh, conosco molti attivisti palestinesi e sto per andare a svolgere un periodo di volontariato europeo con un comitato di resistenza popolare nonviolenta, ma questo a te, posto alla frontiera di uno stato canaglia e omicida, questo non sarà mai detto. E quindi per 20 volte ribadisco le mie ragioni, conscio che nulla o quasi gli sgherri di Liebermann hanno in mano per sconfessarmi.

Seguono minacce, inviti a confessare un qualcosa di vago, inframmezzate da inviti a fare pause di riflessione nella cosiddetta waiting room… Di che si tratta? Uno stanzino a due passi dal varco dei passaporti, appositamente nascosto da un muro per evitare che normali turisti e pellegrini possano accorgersi che qualcosa non va in quello stato apparentemente paradisiaco: in 7 ore trascorse in aeroporto, condivido la mia attesa con una cinquantina di altre persone altrettanto prese di mira.

Chi sono? Nemmeno un cittadino israeliano: alcuni uomini e donne di colore, un giornalista della Rai "colpevole" di essere stato in Afganistan e, ovviamente, molti cittadini americani di origine palestinese o araba. Migliaia di persone transitano per il Ben Gurion di Tel Aviv, quasi tutti bianchi e dai tratti caucasici. Gli "anormali" dal colore olivastro sono pochissimi e non passano mai indisturbati: sempre bloccati per ore e sottoposti a domande estenuanti su eventuali parenti palestinesi.

Ricordo una madre con 2 figli ormai adulti e l'astio dell'addetta alla sicurezza nel consegnare loro il passaporto con il lasciapassare per Israele: "Darwish?" grida con tono tra il minacciato e lo schifato. Loro ci ridono sopra, quasi abituati a ciò. Baby, they're american citizens!

La mia sorte sembra diversa: mi portano in una decina di stanzini dislocati per l'aeroporto ed ogni controllo è più pressante dell'altro, così come il grado di responsabilità dell'addetto sembra crescere proporzionalmente. Una volta entrati nella mia mail, scovano dopo ore in un vecchio documento un articolo sulle violenze scoppiate ad Hebron. Nulla di particolare, reperibile su qualsiasi sito internet che si interessi di conflitto israelo-palestinese. Ma qui, nel paese dei balocchi, nulla è normale e il fatto già di interessarsi a quanto succede sotto i propri occhi è sinonimo di pericolosità.

Dopo 5 minuti di conciliabolo in ebraico, un simpatico uomo sulla trentina inizia ad accusarmi di essere un terrorista, e alla mia risposta "sono solamente un ragazzo italiano di 22 anni che ama viaggiare" mi sento dire: "Pure il francese che il mese scorso ha ucciso 4 ebrei a Tolosa aveva 22 anni. Vorresti dire che è tuo amico? Lo conosci?". Confesso che in quel momento la tentazione di sputargli in faccia è forte. Capisco che la situazione è compromessa, ho già visto uno strano segno sul mio passaporto e con un'aria tranquillissima rispondo: "No, non sono un terrorista. E se lo fossi, non verrei a dirtelo lo sai benissimo". Si acciglia, mi allontana salvo poi tornare pochi minuti dopo per invitarmi a confessare. Passano altri uomini, una ragazza mi porta un panino ed una bottiglia d'acqua San Benedetto, che mi ricorda quanto noi italiani siamo complici in tutte queste discriminazioni. E mi avverto spacciato.

Mi accompagnano a riprendere i bagagli dicendo che il ministro dell'interno si rifiuta di farmi entrare e che mi avrebbero deportato il giorno seguente, dopo una notte in albergo con tanto di doccia! In realtà, il cosiddetto albergo si tramuta in un centro di espulsione per immigrati, quello che noi in Italia chiamiamo "Centro di identificazione ed espulsione". Sono accolto da grate e inferiate, e teloni su ogni cancello: il cittadino israeliano medio non deve vedere queste cose a 2 passi dalla modernissima Tel Aviv, simbolo della civiltà e della democrazia made in Israel (con un pizzico di USA).

Scopro una legge interna: non è possibile tenere nulla con sé se non il proprio portafogli. Mi irrigidisco e esigo di contattare il consolato italiano a Gerusalemme. La signora dall'altra parte della cornetta è cordiale, ma inutile allo stesso tempo, invitandomi a contattare l'ambasciata a Tel Aviv. Provo a contattarli, ma è sabato sera e nessuno risponde. Che sbadato: stasera arriva a Gerusalemme il premier Monti e ovviamente saranno tutti là a festeggiarlo e congratularsi con lui!

Una boccata d'aria nel cortile chiuso in compagnia di 4 russi e 2 addetti che ricordano Stanlio e Olio per la loro stazza e per i loro modi di fare. Una volta dentro, mi rendo conto che passerò la prima notte della mia vita in prigione, e ne ho la certezza quando mi trovo, in compagnia dei 4 russi, in una stanza che viene chiusa a chiave dall'esterno. Muri spogli, sporco, polvere, grate e inferiate, cinque letti a castello con tanto di materassino invisibile: comodo, il legno.

Solo in quella stanza. penso alle tante storie di attivisti per i diritti umani in prigione e alle migliaia di prigionieri politici palestinesi in sciopero della fame da settimane. Mi sento uno di loro, così come uno delle migliaia di stranieri che in Italia rinchiudiamo in quei CIE senza nessuna garanzia e nessun diritto legale.  Quale differenza? Io starò lì una notte, gli altri citati passano mesi e spesso anni in queste situazioni.

Mi sveglio d'improvviso: la guardia chiama una sostituzione. Escono i 4 russi ed entra Sacha, la parte bella del resto di nottata. Non parla una parole d'inglese, come io non vado al di là di un "perestrojka" e "Putin" in russo. Ma passiamo ore e ore a parlare e non capirci, salvo poche cose. Abita a Baku, azero con passaporto russo, 27 anni portati malissimo: mi ricorda il protagonista del film "Borat", con tanto di baffetto sovietico. Mi incuriosisce da subito la sua maglietta: sul retro una donna con abito tipicamente sovietico nell'atto di zittire una folla, davanti una falce e martello con una scritta che riconosco nonostante il cirillico: KGB. Rido tra il serio e il faceto: in un improbabile russo misto chissà quale lingua mi ripete 100 volte che è una spia, fa parte del KGB ed è stato portato lì perché non hanno creduto alla sua scusa di turista. Rido, tra il serio e il faceto, conscio che nessuno dei servizi segreti possa andare in giro con una maglietta simile. Ma nonostante tutto, lascio fare divertendomi come un matto ad ascoltare ed immaginare cosa sta dietro quei racconti. Troviamo un qualcosa con cui scrivere e iniziamo a comunicare utilizzando un muro, su cui sono scritte centinaia di insulti ad Israele da parte di africani, asiatici, sudamericani. Tutti accomunati dallo stesso infausto destino. Arrivata mattina, Sacha mi vuole convincere in ogni modo a divenire una spia del KGB: mi mostra persino il suo portafoglio pieno all'inverosimile di banconote da 100 dollari. Mazzette, come quelle che si vedono nei film o nei casinò. Fantastica è la battuta: "I'm millionaire, Berlusconi is millionaire". e prosegue chiedendomi come Berlusconi possa essere un politico se è così ricco. Benvenuto in Italia, caro Sacha.

Di primo pomeriggio ci aprono la porta: una sensazione allo stesso tempo umiliante e vitale. Una jeep con tanto di allarme ci porta proprio sotto i nostri aerei: un sogno saltare check-in e code varie! Sacha se ne va salutandomi quindici volte mentre fa le scale con un braccio che mi ricorda il miglior Lenin. L'addetto porta poi me sul mio volo Lufthansa, dove una hostess mi accoglie così dolcemente da farmi ricordare di quanto sia bello il mondo fuori dalle sbarre e fuori da Israele.

Prima di entrare, l'addetto alla sicurezza che mi accompagna mi dice che il mio amico Sacha è completamente matto. "Salito sull'aereo-continua- si è seduto ed ha acceso una sigaretta. L'ho bloccato immediatamente e a quel punto girandosi verso di me ha detto: 'Posso avere una pistola per favore?'"  Ora, preso da poliziotti dell'aeroporto, si trova in una prigione israeliana. Resterà l'unica nota lieta di questa esperienza.

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