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Il Kurdistan iracheno: il voto per l’indipendenza tra fantasmi del passato e incertezze del futuro.

  • Scritto da  Federico Roversi
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Il Kurdistan iracheno: il voto per l’indipendenza tra fantasmi del passato e incertezze del futuro.

Il 25 settembre si è tenuto il referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno, regione autonoma del nord dell’Iraq. Questo referendum, pur non avendo valore legale vincolante, rappresenta un evento dalla portata potenzialmente epocale, con cause che si radicano nella secolare storia della popolazione curda e con conseguenze ad oggi imprevedibili sulla geopolitica del Medio Oriente.

Il referendum è stato sostenuto principalmente dal KDP (Kurdish Democratic Party), partito di maggioranza all’interno del Parlamento curdo, e dal de-facto  Presidente del Kurdistan, Masoud Barzani, che ne ha fatto la sua battaglia politica per la legittimazione al potere.

Il Parlamento iracheno ha dichiarato il referendum illegale, e richiesto al governo di inviare truppe militari per presidiare le zone contese con i curdi. I paesi confinanti, Turchia e Iran in primis, hanno reagito duramente a quella che vedono come una provocazione. UE, Stati Uniti e UN non nascondono il proprio fastidio per l’ostinazione di Barzani di andare allo scontro frontale, non avendo accettato di posticipare o sospendere la consultazione. Insomma, per il Kurdistan questa mossa è apparentemente quantomeno controproducente. Ma come si è arrivati a tutto questo?

Come si è arrivati al referendum

Il referendum, con un valore simbolico e politico più che reale, si inserisce nella lunga storia della lotta della popolazione curda per ottenere uno Stato indipendente, che inizia più di un secolo fa. Al termine della Prima Guerra Mondiale, le potenze vincitrici con il Trattato di Sèvres del 1920 garantivano la possibilità della nascita di uno Stato Curdo, con i confini definiti da una commissione della Società delle Nazioni ad hoc. Queste aspirazioni vennero rapidamente tradite dalla scelta di negoziare con le forze kemaliste del nascente stato turco. Ataturk, con il Trattato di Losanna del 1923, ottenne la cancellazione di ogni richiesta da parte della popolazione curda, che si  trovò suddivisa tra i territori di quattro Stati: Turchia, Iraq, Siria e Iran.

Inizia così il periodo in cui i curdi furono dimenticati dalla comunità internazionale, periodo nel quale furono spesso emarginati e oppressi, intraprendendo percorsi politici differenti. I curdi iracheni subirono la repressione di Saddam Hussein - famoso è rimasto l’attacco chimico di Halabja, durante la guerra tra Iran e Iraq, che causò oltre 5000 morti. La lotta dei peshmerga (le forze armate curde )sulle montagne contro le truppe di Saddam contribuì a rafforzare il sentimento nazionalista curdo a discapito dell’appartenenza allo stato iracheno. Questo portò nel 1992, anche a seguito della Prima guerra del Golfo, alla nascita del Governo Regionale Curdo (Kurdish Regional Government, KRG) con il compito di amministrare le aree curde irachene all’interno della struttura federale con a capo Baghdad. Questa autonomia è stata ulteriormente rafforzata nella nuova costituzione irachena, approvata nel 2005 su spinta statunitense, che rende di fatto l’Iraq un governo federale e garantisce al KRG ampia autonomia.

L’ascesa dello Stato islamico in Siria e Iraq del 2014, e il collasso delle truppe irachene che ha portato alla conquista di Mosul, raffrontata con la contemporanea capacità dei peshmerga di difendere Kirkuk dall’avanzata dell’IS e di mostrarsi come unico argine militare all’avanzata delle forze jihadiste, ha costituito la base delle nuove rivendicazioni curde. La richiesta di creare un vero e proprio Stato curdo, in quest’ottica, va vista anche come il conto richiesto alla comunità internazionale per lo sforzo della lotta sul campo contro l’IS. Ma non è solo questo.

Gli interessi in gioco

Nessuno sembra volere un Kurdistan indipendente. Non l’Iraq, né i paesi limitrofi (Iran e Turchia in testa), e neppure quelle stesse forze che fino a ieri hanno sostenuto i curdi in funzione anti-IS, Stati Uniti in testa. E allora perché il Kurdistan, un paese che dipende totalmente dalle importazioni e dai rapporti con gli stati limitrofi, ha deciso di andare comunque avanti per la strada del referendum?

Le ambizioni storiche spiegano alcune cose, ma non tutto. Le forze politiche che governano il Kurdistan si sono presentate al referendum spaccate. La mossa del referendum appare quindi, da questo punto di vista, come una mossa di Barzani per risolvere anche questioni interne, cavalcando l’onda dell’azione nazionalista.

La figura di Barzani è stata negli ultimi anni delegittimata dal fatto che il suo mandato di Presidente sarebbe dovuto scadere nel 2013 e, invece, è stato prolungato due volte in un modo che gli avversari politici ritengono illegale. il PUK (Patrioctic Union of Kurdistan, Unione patriottica del Kurdistan), partito che controlla il Governatorato di Sulaimaniyah, uno dei tre Governatorati che compone il Kurdistan, ha combattuto una guerra civile con il KDP a metà degli anni Novanta e punta a controbilanciare il potere di Barzani, ma si è progressivamente indebolito a seguito delle condizioni di salute del proprio leader Talabani. A complicare il quadro, nel 2009 è nata da una costola del PUK un’altra forza politica, Gorran (‘Cambiamento’), che mira a scardinare lo duopolio KDP-PUK, ma anch’esso è in crisi.

In tale quadro, Barzani prova a proporsi come eroe nazionale tramite il raggiungimento dell’obiettivo dell’indipendenza. In quest’ottica si spiega la decisione, dopo due anni di sospensione dei lavori, di convocare il Parlamento lo scorso 15 settembre, il quale ha approvato l’indizione del referendum - una formalità più che una necessità reale. A questo bisogna aggiungere il fatto che le prossime elezioni presidenziali e parlamentari sono previste per il 1 Novembre. Si può quindi legittimamente pensare che Barzani abbia giocato la carta del referendum per esaltare il nazionalismo curdo ed ottenere appoggio popolare superando le rivalità interni: in questo modo, potrà usare la carta dell’esito referendario per negoziare condizioni di convivenza più favorevoli con Baghdad e per cercare di spazzare il campo interno dalle opposizioni.

Un ostacolo per Barzani è però la delicata situazione economica del Kurdistan, dipendente per la sua totalità dalle esportazioni petrolifere e basata totalmente sull’importazione di pressoché qualsiasi bene. Le esportazioni petrolifere però possono avvenire solo verso Baghdad o la Turchia. Nonostante le esportazioni petrolifere, tuttavia, il KRG si trova in una situazione economica delicata: i salari dei funzionari civili, dei medici e delle forze armate sono spesso in ritardo e di molto ridotti (anche del 75%). La corrente elettrica è fornita a singhiozzo, e tutte le strutture necessitano di generatori anche per diverse ore al giorno. I grandi progetti infrastrutturali sono rallentati o sospesi. In questo momento, il KRG si trova a dover gestire un debito di oltre 20 miliardi di dollari, senza aver la possibilità di ottenere credito sul mercato internazionale a tassi accettabili, non essendo uno stato internazionalmente riconosciuto. Le autorità curde, dal canto loro, denunciano che le promesse che avrebbero dovuto fare seguito alla nuova costituzione del 2005, tra cui un contributo da parte del governo centrale di circa il 17% del prodotto interno lordo iracheno destinato al Kurdistan, sarebbero state disattese, e che quindi quelle prese dal KRG sono contromisure necessarie.

Cosa potrebbe succede adesso

I curdi sostengono che non c’è nulla da temere, e che il referendum non porterà a una dichiarazione unilaterale di indipendenza, quanto segnerà piuttosto l’inizio di un percorso di divorzio pacifico da Baghdad. Il giorno dopo il referendum, i primi dati non ufficiali parlano di un’affluenza del 78% degli aventi diritto e una vittoria schiacciante dei favorevoli all’indipendenza con oltre il 90% dei voti. Barzani ha ricordato che il risultato non è vincolante ma rappresenta solo un primo passo, chiedendo di far partire un dialogo costruttivo con il governo centrale iracheno.

Il problema principale di questa visione è che le consultazioni per il referendum si sono tenute non solo nel territorio del KRG, ma anche in territori circostanti che sono sotto l’effettivo controllo dei peshmerga e che sono di fatto reclamati sia da Erbil che da Baghdad. Di questi, quello su cui senza dubbio c’è più preoccupazione è Kirkuk: la città rappresenta uno dei principali siti di estrazione petrolifera irachena, e non è caduta in mano ai jihadisti solo grazie all’iniziativa militare curda (e il contemporaneo supporto aereo statunitense). Ed è per questo motivo, unito anche alle rivendicazioni storiche e alla maggioranza di popolazione curda che la abita, che Barzani ha deciso di includere Kirkuk nelle consultazioni referendarie, scatenando l’ira di Baghdad che ha rimosso il governatore della città, mentre il parlamento iracheno ha dato mandato al governo di inviare l’esercito per difendere la propria sovranità.

Nel mentre, a Kirkuk è stato imposto il coprifuoco, e il governo di Baghdad ha dichiarato che non intende assolutamente discutere con il KRG dei risultati di quello che ritiene essere un referendum incostituzionale ed illegale. Anche le Nazioni Unite, per voce del Segretario Generale, hanno criticato il fatto che il referendum sia stato convocato unilateralmente e anche nelle zone contese a scapito di un dialogo. La Turchia il 26 settembre ha inviato i propri mezzi militari al confine con il Kurdistan per un’esercitazione congiunta con il governo di Baghdad, e l’Iran ha chiuso il proprio spazio aereo ai voli da e per il Kurdistan. Il Segretario di Stato Tillerson ha dichiarato che gli Stati Uniti non riconoscono il referendum. L’unico appoggio su cui il Kurdistan può contare, nella comunità internazionale, è da parte di Israele. 

Ma la questione dell’indipendenza del Kurdistan è ormai centrale nel discorso pubblico curdo, ed il successo principale di Barzani forse risiede proprio in questo. Nelle scuole elementari del Kurdistan non si insegna più l’arabo, ma solo il curdo, rendendo le prossime generazioni incapaci di comunicare con gli iracheni. I sussidiari vengono aggiornati celebrando le imprese dei peshmerga contro l’IS, e le mappe appese ai muri negli uffici pubblici includono già Kirkuk e tutti gli altri territori contesi sotto il nome di Kurdistan.

La mossa del referendum, il cui risultato scontato probabilmente aprirà le porte più a una rielezione di Barzani che a una effettiva indipendenza curda, perlomeno nell’immediato, rischia di trasformare la legittima richiesta di uno Stato curdo in una battaglia politica imprevedibile e da cui il Kurdistan non sembra, per ora, poter trarre giovamento, rimanendo un paese debole, con un’economia fragile e politicamente diviso, senza un progetto comune. Con buona pace delle legittime aspirazione del popolo curdo di ottenere la tanto agognata indipendenza, che ha festeggiato i primi risultati del referendum con feste di piazza e fuochi d’artificio in tutto il Kurdistan per quello che, ad oggi, rimane un sogno giusto, ma ancora lontano.

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