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Suicidi, tentati suicidi e morti sospette, l'emergenza carceri non conosce tregua

Suicidi, tentati suicidi e morti sospette, l'emergenza carceri non conosce tregua

“E' vero, non tutti hanno la possibilità di bussare alla porta del ministro della giustizia, non tutti hanno un diretto contatto. Ma posso garantire che nessuno più di me avverte questa disparità in tutta la sua dolorosa ingiustizia. E’ difficile essere vicini a tutti”: con queste parole il ministro della Giustizia, Anna Maria Cancellieri, sosteneva alle Camere la bontà del proprio operato, respingendo il pressing sulle dimissioni arrivato da più parti. Parole dimenticate e chiuse a chiave in un cassetto nel giro di pochi giorni, perché l'emergenza carceri è ripresa. Anzi, non si è mai fermata, nemmeno – come abbiamo sottolineato – nei giorni in cui si consumava l'affaire Ligresti.

A denunciarlo, ancora una volta, non osservatori e garanti classificabili come “di parte”, ma il Sappe, il principale sindacato di polizia penitenziaria, che attraverso il suo segretario Donato Capece ha bocciato le nuove norme “svuota-carceri”, approvate a fine agosto e fiore all'occhiello della politica sui penitenziari messa in atto dal ministro Cancellieri. Sottolinea il Sappe: “La rilevazione mensile sull'affollamento delle carceri italiane contava 64.323 persone detenute lo scorso 31 ottobre, rispetto ai circa 38mila posti letto regolamentari. Solamente 435 in meno rispetto alle presenze di un mese prima, il 30 settembre 2013, quando i detenuti in carcere erano 64.758. E da fine agosto a fine ottobre i detenuti in Italia sono calati per un numero complessivo di 512 unità, un dato assolutamente insignificante confrontato ai drammatici numeri del sovraffollamento attuale, che vede più di 26mila persone in cella rispetto ai posti letto regolamentari a tutto discapito delle condizioni lavorative dei poliziotti penitenziari”.

Ma il dato più inquietante è un altro: troppi sono i detenuti è in attesa di un giudizio definitivo, nello specifico – stando ai numeri della sezione statistica del Dap – 12mila in attesa di primo giudizio e altrettanti appellanti, ricorrenti o comunque in attesa di sentenza definitiva, a fronte di quasi 39mila condannati definitivi. Inoltre, il 35% dei detenuti è straniero (oltre 22mila detenuti, di cui quasi la metà in attesa di giudizio) e in carcere molto spesso decide di porre fine alla sua esistenza; è successo per venti volte quest'anno, l'ultima poche ore fa a Torino: si chiamava Abdul Mourat, infatti, il 25enne detenuto algerino – in carcere per reati comuni – che a pochi mesi dalla scarcerazione ha utilizzato un lenzuolo come cappio per porre fine ai suoi giorni. Nelle stesse ore, un detenuto italiano ha provato a uccidermi tagliandosi il torace con una lametta. Ha spiegato il segretario nazionale Osapp Leo Beneduci: “E' un inferno che unisce le sorti di detenuti e agenti. Ci sono 21 mila detenuti in più e 8 mila agenti di meno. Sono 139 le morti legate alle disfunzioni del sistema carcerario italiano”.

Qualche giorno fa, era la polizia penitenziaria, infatti, a essere colpita dal dramma di un agente di origine campana, ma attualmente assistente capo al carcere Due Palazzi di Padova, in coma irreversibile dopo un tentativo di suicidio. Nel determinare le responsabilità di questa tragedia, Capece ha chiamato in causa direttamente il ministro Cancellieri, chiedendo la sostituzione del capo del Dap, Giovanni Tamburrino e sottolineando: “In molte realtà istituzionali, si tiene in grande considerazione il benessere psicofisico dei collaboratori che oltre a migliorare la qualità di vita del singolo, migliorano la qualità di vita e di lavoro interna all'istituzione stessa. Non così da parte dell'amministrazione penitenziaria, che è colpevolmente silente su questa criticità”.

A destare maggior sgomento, però, è la morte di detenuto 28enne, tossicodipendente e con un residuo di pena di quattro mesi per resistenza a pubblico ufficiale, avvenuta a fine ottobre nel carcere di Trento, lasciando dietro molte perplessità soprattutto nella madre del giovane, che ha denunciato: “La mattina del 29 ottobre, alle 6 circa, i compagni di cella lo hanno trovato in bagno privo di sensi. Hanno chiamato gli agenti penitenziari, poi è intervenuto il 118, ma non sono riusciti a rianimarlo. Il medico di guardia ha certificato che le cause del decesso sono attribuibili a un 'arresto cardiaco'. Mio figlio aveva solo 28 anni e avrebbe terminato la condanna a fine novembre. Soffriva di problemi di tossicodipendenza e per curarsi aveva già trascorso 3 anni in una Comunità Terapeutica, in carcere gli è stato somministrato del metadone con 'terapia a scalare'. Non aveva altri problemi di salute. Come può essere morto, improvvisamente, per 'cause naturali'? Vorrei una risposta a questi dubbi, per questo ho chiesto tramite un avvocato che la Procura disponesse l'autopsia”.

La richiesta di autopsia è stata però respinta dal procuratore capo di Trento, Giuseppe Amato, secondo il quale “il medico ha accertato la morte per cause naturali, dunque non ci sono elementi per configurare un sospetto di reato, nemmeno con ciò che è stato ricostruito con la polizia penitenziaria”. Ha proseguito il magistrato: “Ho ricevuto i difensori e ne ho parlato ampiamente, dicendo che non essendoci sospetto di reato, se la famiglia ha un dubbio, è liberissimi di svolgere accertamenti autonomi. Ho rappresentato loro ciò che potrebbero fare e lo dice il Codice stesso. Ma deve essere chiaro che il loro dubbio non comporta l'automatismo dell'intervento della magistratura. A meno che abbiano elementi per poterlo sostenere. In questo caso però non ci sono denunce, né testimonianze, né documentazione in proposito, né altro elemento”.

In effetti, dei dubbi ci sono, sono stati denunciati ancora una volta dalla polizia penitenziaria e riguardano la celerità nei soccorsi: “Nonostante una presenza di circa 300 detenuti, nel carcere di Spini di Gardolo a Trento non c'è un medico o semplicemente un infermiere in servizio nella fascia oraria che va dalle ore 21 alle ore 7”. Ha precisato il segretario provinciale del sindacato di polizia penitenziaria Sinappe, Andrea Mazzarese: “Dire adesso che con un intervento immediato del personale medico, se presente in istituto, il detenuto si sarebbe salvato è ipocrisia, ma comunque aumenta sicuramente le possibilità di salvare delle vite”. Le richieste della donna dunque sono legittime, anche fin troppo banali per chi crede in uno Stato di diritto: “Voglio conoscere fino in fondo la verità: perché un ragazzo, entrato sano in una struttura preposta alla 'custodia' delle persone, dopo tre mesi ne è uscito senza vita?”.

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