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Ma il governo vuole davvero un accordo sul lavoro?

L'iter della riforma del mercato del lavoro, che il governo aveva annunciato in pompa magna a fine dicembre, promettendo tempi brevi e un confronto serrato con le parti sociali, sembra oggi impantanato. A oltre due mesi dalla celebre intervista della ministra Fornero su precarietà e articolo 18, ancora non c'è neanche una bozza di testo, un'ipotesi di trattativa, un insieme di proposte che il governo abbia presentato alla valutazione dell'opinione pubblica e delle parti sociali. Tanto che in molti osservatori si fa strada un dubbio: e se il governo non volesse trovare un accordo?


Questo governo, del resto, può contare su un sostegno talmente ampio e trasversale, nei media, da non aver bisogno di fare alcuno sforzo per farseli amici. L'abitudine di chiudere i consigli dei ministri con brevi comunicati a tarda sera, ad esempio, rendendo molto difficile ai giornali dar conto nel dettaglio delle misure adottate in tempo per la chiusura, sarebbe stata considerata imprudente e suicida da un altro governo. Ma Monti, lo sappiamo, non ha bisogno di rendersi simpatico ai media: sono loro, come la lettera dei “ventenni” del Corsera dimostra, a lavorare per lui. In questo il presidente del Consiglio dimostra di aver imparato la lezione degli ultimi mesi di Berlusconi, quando le diverse manovre finanziarie venivano diffuse più o meno ufficialmente sui giornali prima ancora di passare in Consiglio dei ministri, permettendo ai media e all'opinione pubblica di capire le proposte in campo e, nel caso, di mobilitarsi per chiederne la modifica.

La scelta di Monti è completamente diversa: nessun testo, nessuna informazione precisa, se non dopo l'approvazione dei provvedimenti, adottati normalmente come decreti e quindi immediatamente esecutivi. L'opinione pubblica e lo stesso parlamento, di fatto, vengono a conoscenza di una modifica legislativa quando questa è già in vigore. Difficile, quindi, che il parlamento, la cui posizione è oggi debolissima, ancora più sotto ricatto di quanto fosse sotto Berlusconi, possa permettersi di intervenire. Le poche volte in cui ciò è avvenuto, del resto, ci hanno pensato Repubblica e il Corsera, titolando sulla rivincita delle lobby e su altri stereotipi di quell'antiparlamentarismo reazionario che contraddistingue da sempre l'establishment italiano.

Ma, nel contesto della riforma del diritto del lavoro, questa tattica del silenzio ha raggiunto vette talmente paradossali da risultare insufficiente, come spiegazione per ciò che sta accadendo. Siamo infatti già a fine febbraio, cioè alla scadenza che il governo aveva indicato due mesi fa per completare l'iter della riforma, eppure non solo non c'è una riforma approvata né un accordo con le parti sociali: non c'è neanche una bozza di testo su cui discutere. Monti e i suoi ministri continuano a rilasciare interviste e dichiarazioni in cui le proposte affiorano e spariscono come il mostro di Loch Ness, e a tutt'oggi nessuno ha capito davvero che riforma hanno in mente.

L'unico dato chiaro, almeno da ciò che è trapelato dall'incontro di questa settimana, è che il governo vuole fare cassa sugli ammortizzatori sociali, con una riforma che da un lato venga incontro alla storica richiesta sindacale di estendere la tutela per la disoccupazione in maniera universale, coprendo anche la grande quota di lavoratori oggi esclusa dalla cassa integrazione, ma dall'altro riduca fortemente l'entità e la durata degli interventi e la possibilità di accedervi, con il risultato paradossale di un governo che, in una situazione di crisi economica e produttiva, invece di spendere di più nel sostenere chi perde il posto di lavoro, risparmia o addirittura guadagna sui contributi dei lavoratori.


Su tutto il resto, dalle tipologie contrattuali alla contrattazione, nebbia. Le interviste dei ministri e le indiscrezioni giornalistiche oscillano tra impostazioni molto diverse a seconda della giornata, e l'impressione è che si tratti di una cortina fumogena per prendere tempo e non scoprire le carte. Su una sola cosa Monti e i suoi ministri non cambiano mai posizione: l'articolo 18 è un'ingiustizia che danneggia la competitività delle imprese italiane, e va perciò cambiato. Paradossalmente, il governo dei tecnici, ad ora, non ha offerto alcuna soluzione tecnica, ma solo l'insistenza su un punto ideologico storicamente caro a una parte ben precisa di Confindustria e della destra italiana. Un'ossessione che poteva essere comprensibile in Sacconi, che ha dedicato la sua vita a una battaglia personale contro la Cgil, ma che è inspiegabile dal punto di vista di un governo tecnico, sostenuto da una maggioranza trasversale, che a parole punta a un accordo sul lavoro con le parti sociali.


Insomma: se fra tutti i contenuti della riforma del lavoro l'unico che il governo ha espresso chiaramente è quello che in assoluto può creare maggior dissenso tra le parti, cioè l'articolo 18, siamo sicuri che l'obiettivo del governo sia un accordo? In fondo l'atteggiamento della Cgil, finora, è stato assolutamente dialogante e concertativo, ed è palese la volontà di Susanna Camusso di arrivare a un accordo quasi a ogni costo, concedendo anche punti che le causerebbero non poche critiche a sinistra. Quindi, dal punto di vista della tattica negoziale, soprattutto se si hanno in mente i tempi rapidi di cui il governo continua a parlare, perché insistere sull'unico punto che il sindacato ha dichiarato indisponibile? Un punto, tra l'altro, che notoriamente non ha alcuna relazione con gli obiettivi di rigore di bilancio e crescita economica che il governo si è posto.


L'unica ipotesi a cui si può razionalmente giungere è che il governo non voglia un accordo, ma punti invece a un'esplicita rottura con la Cgil. Si spiegherebbe così anche l'incredibile ritardo nella presentazione di una proposta da parte del governo: se la proposta emergesse esplicitamente già adesso, il sindacato potrebbe dichiararsi da subito contrario, contrattaccare con proprie proposte, organizzare iniziative di mobilitazione, insomma contrastare quella proposta come normalmente avviene nella dialettica sociale democratica. In questo modo, quando il governo lo riterrà opportuno, potrà chiudere il dibattito, presentare le proprie proposte “prendere o lasciare” alle parti sociali, incassando il sostegno praticamente scontato di Confindustria, Cisl e Uil e mettendo nell'angolo la Cgil. E se tra le proposte ci fosse l'abolizione dell'articolo 18, Susanna Camusso avrebbe parecchie difficoltà a sottoscrivere l'accordo.


Insomma, l'atteggiamento del governo in queste settimane sembra portare dritto verso la rottura. E dato che Monti è tutt'altro che uno sprovveduto, e che non esistono ragioni economiche per insistere sull'articolo 18 in questa maniera, è evidente che l'obiettivo di rompere con la Cgil è tutto politico. È politico prima di tutto a livello internazionale, e per capirlo basta leggere un aneddoto riguardante il ministero dell'economia spagnolo, sorpreso qualche settimana fa mentre sussurava all'orecchio del commissario europeo Olli Rehn che il suo governo avrebbe fatto una riforma del lavoro “estremamente aggressiva”. Pochi giorni prima, il presidente del consiglio Rajoy aveva candidamente ammesso di mettere in contatto che “la riforma mi costerà uno sciopero generale”. Sembra, insomma, che mostrarsi duri con i sindacati e disposti a subire forti rotture sul piano del conflitto sociale sia oggi un punto d'orgoglio, per i governi dei paesi in crisi, e che Rajoy e Monti pensino che rompere con il sindacato rafforzerebbe il loro profilo di duri che non si lasciano irretire dalle vecchie logiche della contrattazione sociale e decidono d'imperio, contribuendo in questo mondo a rendere più credibili i propri governo di fronte all'Europa e ai mercati. Meno ascolti la Cgil, anche se le sue proposte sono assolutamente sensate, più scende lo spread, in sintesi.

Ma se questo è probabilmente l'obiettivo di Monti, altri nel suo governo stanno giocando partite più interne alla politica nazionale. Non dimentichiamoci che le rivelazioni sull'incontro segreto Monti-Camusso (smentito da entrambi) non possono che essere arrivate da una fonte governativa, e che quelle rivelazioni rendono oggettivamente più difficile alla segretaria generale della Cgil esporsi nel dialogo con il governo. Del resto, una riforma del lavoro varata senza il consenso del maggiore sindacato italiano sarebbe una bomba lanciata nel dibattito interno del Pd, che si troverebbe stretto tra il governo che appoggia in parlamento e il sindacato in cui milita gran parte dei propri iscritti. Sarebbe impossibile per una parte del Pd votare a favore di una riforma del genere, come sarebbe impossibile per un'altra voltare le spalle a Monti, tant'è che il prudente Cesare Damiano ha già iniziato a mettere le mani avanti parlando di astensione. Il rischio di spaccatura del Partito democratico è evidente, ed è altrettanto evidente che un esito del genere non dispiacerebbe per niente al fronte di coloro che da tempo lavorando per un nuovo polo centrista moderato, tra i quali ci sono, apertamente, anche il ministro della cultura Ornaghi e soprattutto il responsabile dello sviluppo economico Corrado Passera.


Insomma: chi per farsi bello agli occhi dell'Europa, chi per interessi ben più casalinghi, il partito di chi vuole evitare l'accordo a tutti i costi non sembra essere minoritario, all'interno del governo. Ovviamente chi la pensa diversamente non sta con le mani in mano, e le uscite inusitatamente critiche nei confronti del governo da parte di Bersani in questi giorni fanno capire che il Pd ha mangiato la foglia e non è disposto a farsi immolare. Potrebbe quindi trattarsi di schermaglie per tentare di ammorbidire le reciproche posizioni, e chiudere sulla bozza di cui i giornali parlano da giorni (ma che nessuno ha ancora visto). Del resto, manovre di questo tipo metterebbero a dura prova la tenuta del governo, e Monti non sembra ansioso di lasciare in anticipo la poltrona di Palazzo Chigi.

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