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Lo sviluppo non è un casino

  • Scritto da  Marta Fana
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Lo sviluppo non è un casino

"Dobbiamo smetterla con l'ipocrisia di dire che il gioco è rischioso e, quindi, osteggiare l'apertura dei casinò, quando permettiamo quotidianamente le slot, i gratta e vinci e gioco on line". Con questa acrobazia verbale, l’Assessore al Turismo siciliano si esprime sulla possibile apertura di due casinò in Sicilia, che potrebbero fungere da volano per il turismo “delle località in questione”. Ci sono notizie che non destano scalpore né indignazione, quasi assenti dalle cronache nazionali, e a livello locale tornano utili giusto a riempire qualche colonna, tra la moda dell’estate e l’ultimo gossip. Questa (non) notizia merita qualcosa in più, se non altro perché svela la pochezza del protagonista, nella fattispecie l’Assessore al Turismo della Regione Sicilia.

Non solo per come tratta l’assuefazione al gioco d’azzardo - patologia riconosciuta ufficialmente dal Ministero della Salute, nonché denunciata nel rapporto Azzardopoli dell’associazione Libera. Sullo stesso rapporto, l’Assessore potrebbe poi imparare dei forti, evidenti legami tra il gioco d’azzardo e la criminalità organizzata, soprattutto per quanto riguarda il riciclaggio di denaro. Ma ciò che è più grave, da un punto di vista prettamente politico, è come tali affermazioni evidenzino l’infimo spessore dell’Assessore, che ignora totalmente come si generi, e persino cosa voglia dire “sviluppo”. Poco lungimirante è infatti immaginare nell’interazione tra gioco d’azzardo e turismo il volano dello sviluppo economico, soprattutto per due cittadine come Cefalù e Taormina. Lo sviluppo del territorio dovrebbe essere infatti un processo ben più complesso di un (eventuale) afflusso di capitali: sviluppare significa creare un tessuto virtuoso, di cui l’intera comunità sia parte attiva - comprese quelle masse di disoccupati ormai rassegnati e in balìa anch’essi dell’incuria di un’intera classe dirigente.

È forse utile ricordare all’assessore che, nonostante tutto, la Sicilia non è un deserto: è una terra ancora ricca di risorse naturali, storiche e artistiche, che in un’idea di sviluppo andrebbero incluse, protette ed esaltate, piuttosto che sostituite da un modello autoreferenziale come quello incarnato dai casinò. Il primo, fatale errore sarebbe quello di impiegare risorse e competenze in un indotto a se stante, che denaturalizzerebbe la ricchezza poliedrica della “terra dei vespri e degli aranci”; un sistema che per definizione stride con quelle manifestazioni di bellezza, storia e cultura, già da tempo lasciate all’incuria. Certo, l’assessore potrebbe immaginare di ospitare questi nuovi protagonisti del turismo proprio in alcune di quelle chiese, conventi, ville, oggi abbandonati, dandogli “nuova vita”. Sarebbe interessante che provasse a immaginare anche una diversa idea di sviluppo, che è possibile, dove quegli stessi spazi vengano aperti per rafforzare, e lì dove inesistenti creare, reti per la diffusione delle arti e sue manifestazioni.

Qualora le risorse venissero impiegate in lavori di restauro e piccole opere, si rilancerebbero non soltanto il turismo, ma l’economia locale stessa, in modo virtuoso e soprattutto evitando nuovo cemento in un territorio già martoriato e, soprattutto, ad elevato potenziale turistico. Certo, il settore delle costruzioni subisce qui, come in molte altre zone dell’Italia, gli effetti prolungati della crisi economica ormai da più di un triennio: è tuttavia inimmaginabile che per ridare ossigeno al settore si comprometta il potenziale dell’intero territorio. Sviluppo e ripresa economica significano oggi l’abbattimento degli edifici fantasma e la riconversione di quelli esistenti sul fronte del risparmio e della virtuosità energetica. In questo modo sarebbe possibile, infatti, innescare un processo duraturo, dove le aziende siano spinte a innovare i propri processi e le competenze verso nuovi standard, tecnici ed economici. Un simile processo di rinnovamento potrebbe facilmente coinvolgere l’intera struttura industriale della Regione, che finalmente si troverebbe costretta a domandare lavoratori qualificati, e quindi a proporgli strutture formative valide.

Un modello di sviluppo duraturo e non subordinato alla volatilità del capitale mordi e fuggi, richiederebbe che l’Assessore al Turismo, di concerto con l’Assessore alla Formazione, si impegnasse per coordinare le attività culturali e turistiche creando consorzi tra Comuni, così da individuare i fabbisogni formativi dei dipendenti comunali e dotare le amministrazioni delle competenze necessarie, evitando il proliferare di società esterne e consulenze. È utopico pensare che, incoraggiando nelle amministrazioni e nei cittadini siciliani il senso di appartenenza ai propri luoghi e alla propria cultura, si possa innescare un processo di sviluppo che resista nel tempo, magari indipendentemente dal ciclo economico?

Non è retorico rispondere, a chi evidenziasse che “non ci sono i soldi”, che l’Assessore e i suoi colleghi potrebbero impegnarsi a creare le condizioni affinché la Sicilia non sprecasse l’ingente quantità di risorse che la Comunità Europea le mette a disposizione proprio per queste finalità, in forma di Fondi Comunitari per lo Sviluppo Regionale (Fesr). Nel periodo 2007-2013, la Sicilia è stata destinataria di circa 6 miliardi di euro, di cui 600 milioni ancora da spendere entro la fine del 2013. L’asse d’intervento prospettato per il settore turistico è chiaro: “Valorizzazione delle identità culturali e delle risorse paesaggistico-ambientali per l’attrattività turistica e lo sviluppo”. Difficile dunque che la costruzione di un casinò possa rientrare nelle linee programmatiche del Fesr. Mentre il 2013 la Commissione minaccia di riappropriarsi dei fondi non impiegati entro il 2013, l’Assessorato potrebbe pensare, letteralmente, al futuro, agli stanziamenti per il 2014-2020, cambiando radicalmente la programmazione - e in una direzione che non sia quella dei casinò.

Parlare di sviluppo socio-economico richiede che si abbia in testa un modello di riferimento, non certo un modello matematico, ma un’idea delle dinamiche sia all’interno di un territorio sia verso l’esterno e i potenziali interlocutori. Solo questo permette, una volta fissato l’obiettivo, di comprendere su cosa e in che modo investire per produrre cambiamenti duraturi e sostenibili. Saremo mica utopisti a chiedere una visione anche sfocata agli amministratori della Sicilia?

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