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Full Monti

Cominciano piano piano ad affiorare i risultati materiali e osservabili del ventennio berlusconiano. E’ un ventennio che abbiamo interamente da scontare, e i cui prodotti intellettuali, materiali, amministrativi e regolativi hanno prodotto delle influenze e dei cambiamenti radicali nella società italiana (e non).

La venuta (come altro definirla, non saprei) del governo Monti permette per riflesso di evidenziare quegli “strappi” con cui si sono consumate le dimissioni di Berlusconi. In particolare, le istituzioni dello Stato si sono visibilmente sforzate: Parlamento, Quirinale, Ministero dell’Economia, Banca d’Italia, aziende pubbliche importanti (Finmeccanica, ad esempio), Presidenti della Camera e del Senato, ANCI (l’organo dei sindaci), Consiglio Superiore della Magistratura e infine la Banca Centrale Europea e il Consiglio Europeo hanno svolto ognuno un ruolo a loro non preposto e lo hanno fatto in maniera incisiva e “pesante”. Non che ci sia un disegno cospirativo contro Berlusconi; piuttosto è probabile che molti degli enti sopracitati non riuscisssero a sopportare per altro tempo la situazione imposta dal precedente premier. Ognuno di questi, con interventi diversi e spesso non coordinati, ha contribuito alla caduta di Berlusconi. Nell’elenco i grandi assenti sono due: la sinistra e il popolo.

Che effetti ha avuto tutto ciò? Quali cambiamenti ha prodotto? Su alcuni non possiamo ancora azzardare previsioni. Ma di altri si cominciano ad intuire le fattezze. Le azioni di Napolitano sono state un’evidente forzatura alle sue funzioni. Bisognerebbe sempre ricordarsi che B. non è caduto, ma si è dimesso, o meglio è stato obbligato a farlo. E lo ha fatto per cedere il passo ad un governo fantascientifico, fatto di robot alla Crozza e ministre che piangono come le Madonne democristiane. Che tra l’altro non sta facendo granchè, a parte toglierci per sempre qualunque aspirazione ad una pensione.

Tornando alle distorsioni istituzionali, ogni forzatura al proprio ruolo – per quanto giusta – comporta sempre un effetto di rinculo, delle conseguenze non previste, degli attacchi inaspettati. Credo che Napolitano sappia benissimo a quali forzature si sia prestato, e suppongo che abbia deciso di rischiare piuttosto che non intervenire. Probabilmente ha fatto bene, ma non è questo l’oggetto dell’articolo. Tra 1 anno e mezzo (nel 2013) si rinnoverà la carica di Presidente della Repubblica. Nello stesso anno – a giudicare dall’evolversi della situazione poltica – sembra assai probabile lo svolgersi delle elezioni politiche. Il punto è: chi di noi riesce oggi a disegnare realisticamente una verosimile mappa politica del prossimo anno? Nessuno. Nel dibattito pubblico il tema del “cosa succede tra un pò, poco, ma comunque non nei prossimi 2 mesi” è improvvisamente sparito. Volatilizzato col comprimersi delle notizie, sempre più dense.

Il timore di chi scrive è che la situazione politica che sembra profilarsi non sgonfi in alcun modo la pressione “autoritaria” cresciuta a dismisura nell’ultimo ventennio (a causa di B). Nel “dopo Berusconi” non ci sono vergini nè fiumi di latte, ma una ministra del Welfare che piange mentre parla di fu-pensioni. Non c’è la ripresa della Politica, nè il diffondersi di qualche speranza tra le persone. La sociologia insegna che nei momenti di “emergenza” (veri o finti, spontanei o provocati ad hoc) il popolo si appiattisce sulle posizioni “ufficiali” o comunque di maggioranza. Si capisce che oggi gli spazi di critica si restringono, il margine di ambiguità è più ampio; “Monti è buono”, etc. (sul blog di Odifreddi ho letto un commento di un lettore che diceva: “Monti non è qui per ridistribuire la ricchezza, ma per trascinarci fuori dall’emergenza in cui siamo, quindi fanno un buon lavoro”). Alla caduta del tiranno non ha corrisposto alcuna liberazione, ma paura e spaesamento. Addirittura, Berlusconi continua ad essere capo del PdL e padrone di un’enorme fetta dell’informazione italiana (per quanto ultimamente in crisi). Per un uomo che dovrebbe stare in galera è un buon risultato.

B. è stato odiato visceralmente, ma quanti si ricorderanno di questo odio quando tra un anno ci saranno le elezioni? E quanti si ricorderanno del suo sistema di potere, dei suoi satrapi e vassalli sparsi in giro per il Parlamento e le amministrazioni locali, e del suo partito azienda, insomma del suo modello autoritario? Quanti invece ricorderanno la sua cacciata, quando egli populisticamente griderà alle persone che non hanno avuto alcuna parte nella venuta di Monti, ma che è stato un diktat delle agenzie di rating? A lui invece l’avevano votato…

Gli spazi del berlusconismo non si sono affatto ristretti, ma ampliati, in parte grazie anche alle forzature delle istituzioni. La loro immagine di imparzialità non è un tratto inutile, ma serve a difenderne la credibilità, carattere essenziale per contrastare spinte autoritarie. Ciò che ha fatto Napolitano (e in altre misure, ma analoghe, gli altri enti) è senza precedenti. Non solo nel processo che ha portato B alle dimissioni, ma soprattutto nell’immediato post-B. Il Quirinale non ha mai smentito l’idea che fosse il “governo del Presidente”; la stessa nomina a senatore a Monti ha un che di bislacco; Napolitano ha affermato un potere esecutivo (persino il New York Times lo chiama “King George”) ai limiti della sua funzione, che costituisce un precedente importantissimo per l’Italia. Le responsabilità dei partiti (e del PD soprattutto) sono ovviamente enormi, e talmente imbarazzanti che mi sembra superfluo soffermarcisi. Per quanto tale azione del Quirinale sia stata latrice di una serie di cambiamenti importanti e probabilmente essenziali, essa ha determinato l’affermarsi definitivo del decisionismo all’italiana. Il rovescio della medaglia è che la filosofia del governo del fare è ancora più forte e presente nella testa degli italiani. La caduta di B. è legittimata dalla popolazione non perchè il suo legittimo luogo di residenza sia la galera, ma perchè non era capace di gestire la situazione che gli si è presentata. In tre parole, non faceva abbastanza. Anche per questo il governo Monti ha un sostegno popolare notevole – almeno sinora. Perchè fa, si mette all’opera e risolve problemi. Lo stesso Napolitano è divenuto un idolo delle masse perchè finalmente si è messo a fare.

Ovviamente il fare compete allo Stato e ai suoi organi di governo, altrimenti che ci sta a fare? Ma il punto è che esso serve ad elaborare i conflitti, a far dialogare la società, a risolvere le contraddizioni, a trovare mediazioni. Lo scontro istituzionale tra una fazione politica fondamentalmente eversiva (in varie forme e gradi, ma comunque assolutamente capace di introdurre innumerevoli forme autoritarie a vari livelli della società italiana – dai media agli enti locali, dai C.d.A. alla Protezione Civile, dalle Università alla polizia etc etc etc…) e il resto del mondo non si è per nulla consumato, resta lì, latente – per ora – ma ad un nuovo livello. Dallo scontro nessun partito è uscito rafforzato (il che dimostra la poca lungimiranza dei dirigenti PD, su cui avevo pochi dubbi). Tuttavia, il PdL si potrà giocare molte carte nel prossimo anno, mentre le altre forze potranno ostentare solamente un misero imbarazzo. Nel frattempo il berlusconismo ha contagiato il centro sinistra pesanetemente, tanto sull’elaborazione politica (che ne ha corrotto le forze morali, sia nel PD che in SeL) quanto su quella culturale (ormai ai minimi termini, laddove invece il berlusconismo continua a mietere successi), e questo trend non appare destinato a cambiare nel prossimo futuro.

Il dibattito pubblico sta assumendo a misura del successo o meno della politica il paradigma del fare. In questo discorso la destra oggi berslusconiana gode di enorme vantaggio. Ne possiede il lessico, la gestualità, le modalità di esercizio del carisma, insomma è il loro terreno. Io credo che questo tipo di discorso nazionale non cesserà col governo Monti, ma si evolverà sempre più nel corso della sua permanenza a Palazzo Chigi, e sarà il tema centrale delle elezioni del 2013. La crisi economica e sociale, per allora, non sarà un ricordo ma un assillo. Giocato il governo tecnico (ammesso che sopravviva), non rimarrà che la politica (ci potranno essere i commissariamenti internazionali, c’è la finanza, la BCE, etc. ma al Parlamento italiano mica ci può andare la Merkel). Tutto ciò mentre i perimetri del campo istituzionale si stanno sfaldando. Le regole si fanno meno rigide. La democrazia – organizzata nello Stato, con tutti i suoi difetti – è uscita estremamente indebolita dal periodo berlusconiano (con grandi colpe della sinistra), e il governo Monti non sembra in grado di ridarle vigore, anzi. Prosegue dritto sulla via del neoliberismo, il cui presupposto è da sempre l’esautorazione della democrazia rappresentativa. There is only the market.

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