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Le frequenze, le aste e il nostro bene comune

Enrico Grazzini - In flagrante conflitto d’interessi, il passato governo ha cercato di regalare preziose frequenze digitali a Rai-set (cioè a Mediaset più Rai, ambedue controllate dall’ex premier Silvio Berlusconi) con la gara gratuita avviata dall’ex ministro dello Sviluppo economico Paolo Romani, e grazie alle generosissime regole stabilite dall’attuale presidente dell’Autorità per le Comunicazioni Corrado Calabrò. Se l’attuale ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera, non cambierà registro – come è invece auspicabile – Rai-set avrà in regalo qualche centinaio di milioni di euro. È invece assolutamente necessario che le frequenze pubbliche vengano fatte pagare a chi intende utilizzarle, e che non vengano cedute agli incumbent, le aziende dominanti.

L’asta non è tuttavia il meccanismo più adatto per assegnare le frequenze televisive, attribuendole a chi offre di più, come suggeriscono attualmente (e spesso tardivamente) alcune forze politiche di sinistra: “inventata” qualche decennio fa dagli ideologi anglosassoni del neoliberismo, l’asta è infatti un meccanismo di mercato, apparentemente puro, che favorisce i migliori offerenti, cioè le aziende finanziariamente più ricche, e quindi gli oligopoli delle comunicazioni. Ed è il tipico meccanismo adottato in Europa e negli Stati Uniti per assegnare le frequenze digitali ai potenti gestori mobili che offrono servizi commerciali molto remunerativi, come i servizi telefonici e l’accesso mobile a Internet. Fa guadagnare le casse dello Stato, e quindi anche i cittadini contribuenti, ma favorisce i giganti, e in generale chiude il mercato alla competizione. In Italia l’asta per le frequenze digitali mobili è stata vinta solo un mese fa dai colossi Telecom Italia, Vodafone e Wind, con poco spazio per H3G e nessun spazio per i nuovi entranti. I colossi della comunicazione hanno pagato 4 miliardi per l’autorizzazione all’uso delle frequenze per 20 anni. I soldi sono finiti nelle casse del Tesoro, a beneficio dei cittadini contribuenti.

In tutta Europa invece le frequenze televisive non sono mai state messe all’asta, perché sono indispensabili per la trasmissione dei programmi delle televisioni, che si ritiene svolgano un importante servizio pubblico, oltre che commerciale. Se l’asta non è il meccanismo migliore per favorire l’ingresso sul mercato di nuovi attori e assegnare le frequenze alle televisioni, è ancora più sbagliato concederle gratis alle tivù “amiche”, grazie a una “falsa gara” come quella attuale. Romani e Calabrò hanno infatti avviato una gara gratuita per concedere sei frequenze di tv digitale per 20 anni alle televisioni nazionali: in questa gara, cosiddetta beauty contest (concorso di bellezza), vincerà chi avrà maggiore copertura, impianti, esperienza televisiva, solidità patrimoniale, ecc. In base a questi criteri, Mediaset e Rai, che già dominano il mercato televisivo da decenni, hanno la garanzia matematica di vincere, consolidando il loro monopolio.

Quali possono allora essere le soluzioni per aprire il mercato a nuovi soggetti e a nuovi servizi? Qual è la maniera migliore per valorizzare il bene pubblico delle frequenze a vantaggio dei cittadini e dei contribuenti, e quindi anche a vantaggio delle casse dello Stato? E come è possibile lasciare delle frequenze libere per nuovi soggetti e per nuovi servizi, utili al pubblico? Come cominciare a liberare le frequenze pubbliche a favore dell’accesso universale e gratuito ai servizi di comunicazione di base? Come promuovere una politica favorevole all'Open Spectrum?

Di seguito, qualche semplice proposta:

1) Escludere sia Rai che Mediaset dalla gara in corso per le frequenze digitali: le due televisioni sono già semi-monopoliste dell’etere e hanno già cinque frequenze (o multiplex) a testa. Considerando che ogni multiplex può trasmettere sei canali televisivi, sia la Rai che Mediaset possono trasmettere già 30 canali tv a testa, più di quanto serva loro. Il governo Monti, che si intende molto di competizione, dovrebbe capire che è assurdo rafforzare il semi-monopolio che Rai e Mediaset già hanno sulle frequenze nazionali. La gara sulle frequenze della tv digitale è stata imposta dall’Unione Europea per aprire il mercato televisivo italiano congelato dal duopolio Rai e Mediaset (che in realtà è diventato il monopolio Rai-set, con Mediaset che attualmente domina anche in Rai), ed è quindi indispensabile che sia Rai che Mediaset in quanto incumbent vengano escluse dalla gara in corso.

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