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La politica economica del PD: Populismo Democratico?

La politica economica del PD: Populismo Democratico?

 Il Corsaro ha già riportato e commentato le affermazioni che Pierluigi Bersani e Stefano Fassina hanno rilasciato nelle scorse settimane ad autorevoli organi di stampa esteri. I due – rispettivamente, Segretario-Candidato Premier (ci perdonino costituzionalisti e italofoni) e Responsabile Economia – costituiscono le fonti primarie per chi ancora coltiva la suprema perversione: determinare la natura precisa delle politiche economiche proposte del Partito Democratico. L’operazione è ardita, e richiede notevoli doti di multidisciplinarietà: occorre mescolare la perizia del filologo alla “tecnica” dell’economista.

Vogliamo però qui continuare, pubblicamente, l’esercizio avviato con il precedente articolo, nella profonda convinzione che le perversioni non siano tali se non sono condivise.

 Come riportato, Bersani afferma al Washington Post che un suo eventuale governo “confermererà l’austerità”. La portata piena delle affermazioni dell’aspirante Primo Ministro è chiarita dal suo responsabile economico al Financial Times: “Non rinegozieremo il Fiscal Compact, né modificheremo l’emendamento costituzionale che ha inserito l’obbligo del pareggio di bilancio”. Le parole sono importanti, soprattutto quando le parole implicano cifre ben precise.

Pareggio di bilancio vuol dire, infatti, che le Spese nell’anno X (ognuno dei cinque anni dell’eventuale mandato) saranno necessariamente inferiori o uguali alle Entrate dell’anno X. Assumendo un’uguaglianza tra le due voci – i keynesiani turchi non vorranno continuare con la macelleria sociale, si dirà – avremmo che l’ammontare complessivo del debito, al termine del primo anno di governo Bersani, sarà uguale a quello del 2013. Questo vuol dire che, se le stime di Banca d’Italia – recentemente riviste – si riveleranno corrette, con il Pil ancora in discesa (-1%), la percentuale debito (costante) / pil (in discesa) salirà. Altro che riduzione del debito, un ventesimo alla volta, come previsto dal Fiscal Compact – che i due dichiarano di non voler rinegoziare.

Questo, se nulla cambiasse. Ma i democratici sostengono che non sarà così: loro – a differenza di chi li ha preceduti – sapranno stimolare la crescita economica; il Pil, al grido imperioso di “Su, ragassi!”, crescerà del 75% l’anno, e tutto andrà per il meglio. Fantastico. È lecito chiedere, però, cosa i democratici abbiano intenzione di fare per stimolare la crescita. Perché è vero che, anche senza aumentare il debito, è possibile tentare un’applicazione del Teorema di Haavelmo (altrimenti noto come “moltiplicatore del bilancio in pareggio”): in sostanza, si aumentano le tasse, e con la cifra ottenuta si fa spesa pubblica. Funziona? Può darsi. Del resto, la recente scoperta dell’acqua calda – realizzata grazie all’indefesso lavoro dei migliori macroeconomisti del Fondo Monetario Internazionale - sembrerebbe dare supporto a questa tesi: in momenti di recessione profonda, caratterizzati da un crollo della domanda (quella interna continuerà a crollare nel 2013, sempre secondo il Bollettino di Banca d’Italia, con i consumi delle famiglie a –1,9% e gli investimenti in calo del 2,3%), la spesa pubblica per beni e servizi è in grado di attivare il cosiddetto moltiplicatore fiscale. In poche parole, un euro di spesa pubblica, in un momento in cui girano pochi soldi e dunque poca è la possibilità di risparmiare, genererebbe più di un euro di aumento di Pil. Ci si permetta l’ironia sull’acqua calda: autorevoli ricercatori della Banca d’Italia questo lo affermano dal novembre del 2011, stimando un moltiplicatore cumulato di 2,7 in tre anni. Sì, un euro speso oggi “diventerebbe” quasi 3 nel giro di tre anni: ed in virtù di qualsiasi delle stime sulla pressione fiscale assassina di cui è invaso il dibattito pubblico, questo vorrebbe dire che la spesa sarebbe interamente coperta dalle tasse – a saper pazientare un poco.

Pericolosi estremisti del calibro di Amartya Sen e Joseph Stiglitz propongono che la nuova spesa avvenga in deficit, e non sia, cioè, bilanciata da nuove tasse di pari entità: la copertura sarebbe garantita - in un’ottica di medio periodo - proprio dall’effetto moltiplicativo della spesa sul Pil e, dunque, sulle entrate fiscali. Anche senza spingerci a simili perversioni, il moltiplicatore fiscale “in pareggio” assicurerebbe una riduzione del rapporto debito/pil, aumentando il denominatore a parità di numeratore.
Peccato che, tornando su questa sponda dell’oceano e aprendo altri giornali, leggiamo di come il candidato premier abbia defenestrato dal suo affollato e promiscuo Pantheon il compagno Robespierre (?), pronunciando un deciso no alla patrimoniale, che è l’unica tassa “nuova” di cui si discute in questa campagna. Sarebbe stato lecito aspettarsi che il PD, che fa dell’affidabilità il suo biglietto da visita, che si aspetta di vincere le elezioni almeno da un anno, e che candida numerosi economisti di valore, si presentasse agli elettori con proposte concrete su quali tagli non lineari, quali tasse, quali interventi a favore della crescita intende fare. Che basasse queste proposte su dati e studi di fattibilità, risparmiandoci l’ennesima campagna da terra dei cachi. Ma finora, l’unica risposta è stata dire che le risorse si troveranno combattendo l’evasione fiscale.

Ora, nessuno vuole dubitare dell’onestà di Bersani, quando dichiara di voler combattere l’evasione fiscale: ma nessuno ci accusi di malizia, se abbiamo l’ardire di notare che le cifre che sarà possibile ricavare dalla lotta all’evasione – e, soprattutto, i tempi necessari – non sono oggi quantificabili. Chiunque promette di finanziare la crescita (necessaria oggi, per salvare ciò che resta di questo paese e del suo tessuto produttivo, prima che per non violare il fiscal compact) con il recupero dell’evasione, è un po-pu-li-sta; un venditore di fumo; uno smacchiatore di giaguari.
Finché queste cifre non saranno acquisite, non sarà possibile – per persone di buon senso e intellettualmente oneste – metterle a bilancio: e dunque sarà necessario, a fronte di ogni nuova spesa per rilanciare l’economia, tagliare qualcosa – con effetto moltiplicativo uguale e contrario sul Pil. Se poi i tagli democratici non saranno lineari, sarà la Storia a dirlo: ma è difficile far meglio di Monti e dei suoi multipli, se si è costretti fare taglia e cuci nei tempi di un orlo rapido. La battuta sulla “polvere sotto il tappeto”, del resto, sembra rivelare questa consapevolezza.
Sarà difficile, con questi presupposti, rassicurare gli studenti universitari sul fatto che gli atenei in cui studiano non andranno in default; chi difende la salute dei nostri connazionali più deboli del fatto che non perderà il posto; chi manda avanti ciò che resta della giustizia e della Pubblica Amministrazione in questo Paese che percepirà lo stipendio; chi contrasta ogni giorno mafia e camorra che avrà la benzina per dargli la caccia. Eppure è anche dal loro studio, dal loro lavoro che dipende la crescita del nostro Paese; dall’efficienza della PA e dalla fine della tassa che corruzione e criminalità impongono alle nostre imprese che restituiranno produttività alle nostre aziende.

Il problema è che il Partito Democratico sembra accettare – nelle pratiche e nelle politiche concrete – l’ideologia economica reazionaria che ispira l’austerità. Piuttosto che contestare l’assurdità che vuole lo Stato come “una famiglia”, costretta a far tornare i conti, ignorando il ruolo che lo Stato può giocare - perlomeno in un contesto recessivo – nel cambiare la realtà circostante (ben diverso dal potere negoziale che ha un padre di famiglia nei confronti della sua banca!), il PD si propone come “la mamma” di quella stessa famiglia.
La spesa l’hanno fatta degli incapaci, i soldi sono finiti e in frigo c’è solo un pacco di tortellini e della maionese scaduta. Papà Berlusconi non sa cavar fuori granché. Tata Monti è tanto cara, ma viene da un paese diverso, quello dei tecnici, dove non si sanno arrangiare, e per di più mangiano cose disgustose. Ma state tranquilli bambini! Mamma Bersani è tornata, e come sempre ha la soluzione giusta. Come sempre, saprà tirar fuori una ricetta delle sue, scacciando la fame e riportando l’allegria.

Vista in questi termini, risulta difficile definire “utile” un voto per il PD: utile è solo la chiarezza con cui i suoi massimi esponenti certificano, finalmente, che anche per i prossimi cinque anni dovremo cavarcela da soli. Chi sperava in un cambio deciso di politica economica che venisse incontro a giovani, precari, piccole imprese, chiunque non si stia già arricchendo – in termini assoluti e/o relativi – grazie allo stato di cose presenti, rimarrà deluso, ancora una volta.
Certo, non c’è solo l’economia: ma grazie a chi ha introdotto il pareggio di bilancio in Costituzione, e a chi non contesterà il Fiscal Compact, la finanza pubblica graverà come una spada di Damocle su ogni dibattito, riducendo il resto a mera sovrastruttura. Potremmo essere noi a sbagliarci – e ce lo auguriamo! – ma le scorse esperienze del centrosinistra sembrano fornire sufficiente evidenza empirica a supporto della nostra tesi.
Del resto, quando qualche rara voce “progressista” prova a spiegare, da quegli stessi autorevoli giornali statunitensi, perché Monti non sarebbe l’uomo giusto per l’Italia, si trova in imbarazzo nello spiegare perché Bersani dovrebbe costituire una scelta migliore. Perché Berlusconi non lo sia, è oramai superfluo – per loro – ripeterlo. Ma Bersani? “There is a marginal chance – scrive Wolgang Munchau – he will be more successful in standing up to Ms Merkel because he is in a better position to team up with François Hollande, the French president and a fellow Socialist.”

Insomma: vota Bersani, perché forse il suo amichetto Hollande si sveglia, abbina del Bordeaux ai tortelli, e lo porta a schitarrare sotto casa della Merkel. Cari amici Erasmus, chi ha un divano libero per fine febbraio?

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