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Economia a mano armata: l'Italia che non conosce la crisi

bianiNe avevamo già parlato: il settore militare italiano non sembra soffrire le conseguenze della crisi economica. Se i dati presentati a gennaio dall'Istituto Ricerche Archivio Disarmo presentavano un quadro di alta produttività e di crescita delle esportazioni dell'industria armamentistica del nostro paese, il rapporto “Economia a mano armata”, presentato ieri da Sbilanciamoci a Roma, evidenzia la crescita dell'Italia nell'ambito della spesa militare.

I numeri parlano chiaro. In tempi di tagli, nel 2012 il bilancio della Difesa è superiore ai 21 miliardi di euro, avendo registrato un aumento dell'3,8% rispetto all'anno precendente. Ciò nonostante, Sbilanciamoci sottolinea come molte voci relative alla Difesa vengano collocate in altri capitoli di bilancio sottacendo il reale valore della spesa militare. Secondo il prestigioso Stockholm International Peace Research Institute (Sipri) questa spesa sarebbe di 37 miliardi di euro, cifra che collocherebbe l'Italia al 10º posto a livello mondiale nella classifica dei paesi che investono maggiormente in armi.

I nodi della spesa militare

Il dossier, scaricabile gratuitamente, non si limita ad offrire dati ma offre analisi a tutto raggio per comprendere l'evoluzione della spesa militare italiana e le sue prospettive future. In particolare, il contributo di Leopoldo Nascia e Mario Pianta sottolinea i problemi maggiori dell' “economia militare” italiana: la scarsa traspartenza e la sottostima delle previsioni di spesa, l'inefficienza nella realizzazione dei programmi d'acquisto degli armamenti, la crescita delle spese fuori bilancio per armamenti e missioni all'estero. La produzione e il commercio di armi, affermano i due autori, ha visto storicamente la presenza di pochi grandi gruppi pubblici e privati e dopo la fine della guerra fredda “si è avviato un processo di concentrazione che ha posto sotto il controllo di Finmeccanica – decimo produttore mondiale di armamenti – la quasi totalità delle produzioni militari italiane”. La natura dei rapporti tra politici, militari e industria degli armamenti – con i frequenti passaggi tra posizioni di vertice nei tre ambiti – e le procedure relative al tipo di contratti sono tra i temi analizzati nel rapporto.

Riforme insufficienti

Che le spese militari siano diventate esorbitanti sembra essere un'opinione condivisa anche negli ambienti militari. Malgrado ciò, secondo quanto affermato da Giulio Marcon, le proposte di riforma del settore mostrano numerosi limiti. Il piano di riduzione di 30 mila unità del personale in dieci anni, infatti, viene giudicato insufficiente. “Le nostre forze armate potrebbero benissimo fare a meno di 60mila soldati e ufficiali senza venir meno degli obblighi costituzionali” sostiene il portavoce di Sbilanciamoci. Inoltre, si denuncia nel dossier, mentre l'austerità imperversa nella spese sociali, non sembra che vi sia lo stesso rigore per quanto concerne le spese militari. Il Ministro della Difesa Di Paola ha infatti parlato di “rimodulazione” del bilancio: meno fondi al personale e maggiori per l'operatività e le armi, fino a raggiungere un 25% del totale. In un'audizione in Commissione Difesa il Ministro ha poi marcato con forza l'ascesa di nuove potenze militari e del sempre incombente rischio terrorista che imporrebbe un rafforzamento delle strutture di difesa italiane. “Altro che difesa «light», come qualcuno improvvidamente ha detto:” denuncia Marcon nel dossier. “Si tratta invece di una difesa «pesante», con ancora tanto personale, armi, generali e burocrazie”.

Il lavoro di Sbilanciamoci si conclude con una serie di proposte dettagliate che, secondo gli autori, permetterebbe allo Stato italiano di risparmiare fino a 3 miliardi di euro. Tra queste l'arresto del programma di produzione di 131 caccia bombardieri, la riconversione a uso sociale di caserme abbandonate, un programma di riconversione dell'industria militare e il ritiro delle truppe italiane dall'Afghanistan.

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