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Il cammino difficile di François Hollande

  • Scritto da  Peter Schaefer
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François Nicolas

L'elezione di Francois Hollande a presidente della Repubblica Francese ha cambiato profondamente l'equilibrio politico dell'Unione Europea. Una parte cospicua della popolazione francese ha voluto terminare l’esperimento dell'austerità e di uno stile politico che si voleva di rottura, ma altro non era che un neo-napoleonismo basato su idee neoliberali. La vittoria non è stata netta: la sua autorità dipenderà dal successo in alcuni campi, decisivi per il supporto del suo elettorato.

Aumentare l'occupazione

La sfida più importante a breve termine sarà l'aumento dell'occupazione. L'annunciata assunzione di  60 mila nuovi insegnanti nei prossimi cinque anni è uno dei canali più diretti, ma forse non basterà, visto che l'OCSE ha stimato un tasso di disoccupazione oltre il 10,5% entro la fine dell'anno. L'aumento dell'occupazione tramite misure immediate, come per esempio appalti pubblici, potrebbe diventare necessario. È però difficilmente realizzabile se la sinistra non riesce ad assicurarsi anche la vittoria delle elezioni legislative (dopo il Senato e le presidenziali). In caso di sconfitta il presidente sarebbe costretto a concessioni che limiterebbero il suo raggio d'azione.

L’aumento dell'occupazione non pesa necessariamente sul budget dello Stato a lungo termine, perché la disoccupazione costa cara al welfare state e l'infrastruttura deve essere mantenuta. L'andamento della Grecia e dell'Irlanda durante la crisi illustra bene questo punto. Più occupazione sarebbe importante soprattutto per i giovani sotto i 25 anni, visto che un quinto di loro (21,8% in marzo 2012, cifra simile a quella italiana) cerca lavoro. Integrare una gioventù demotivata e poco istruita è di solito difficile e costoso e gli scienzati cominciano a parlare di generazione perduta.

Creare un'Europa più solidale e unita

Più difficile dei progetti nazionali è ridare slancio al progetto europeo. Il tandem Merkel-Sarkozy ha non solo favorito l'interesse dell'industria tedesca e delle banche tedesche e francesi, ma anche messo a dura prova i processi democratici del continente. Hollande potrebbe dare finalmente voce all'Europa dell'Est oppure cercare di dare più peso al Parlamento europeo. Il compito più arduo è spiegare alla Germania che non può continuare ad approfittare dell'Euro senza aiutare i paesi in difficoltà. Attualmente la Germania favorisce gli interessi della sua industria manufatturiera che esporta di più grazie all'euro debole (da qui l'interesse a rimanere nell'Eurozona), e allo stesso tempo richiede austerità per evitare alle sue banche ulteriori svalutazioni. La strategia non è, però, sostenibile a lungo termine perché l'interesse nazionale di creare occupazione prevarrà sulla volontà di mantenere gli accordi europei. Al più tardi se i partiti tradizionali perderanno le elezioni.

Hollande dovrebbe quindi sfoderare le sue competenze economiche e spiegare ai tedeschi come l’investimento nel futuro dell'Europa sia nel loro interesse a lungo termine. In futuro l’industria tedesca potrebbe aver meno bisogno dell'Eurozona, ma al momento questa è un mercato molto importante. Questo significa anche che bisognerà trovare un meccanismo per rendere paesi come la Spagna o l'Italia più competitivi rispetto alla Germania. Finora, invece, quest'ultima si è rifiutata di alzare i propri salari e di creare inflazione con progetti pubblici, perché una delle narrazioni più forti in Germania collega il relativo successo economico in tempi di crisi proprio al fatto di aver imposto dure riforme sul mercato del lavoro un decennio fa. Che ciò sia solo parzialmente la verità – sono piuttosto i prodotti di alta qualità e il tipo di specializzazione economica a far sì che la Germania gestisca meglio la crisi – non ha sminuito la presa sui cittadini.

Ridurre il peso del debito

Prioritaria è, poi, la riduzione del debito, privato e pubblico, che ha preso in ostaggio le scelte di politica economica del continente. Hollande dovrà scontrarsi non solo con le banche tedesche, ma anche con il sistema finanziario francese, tradizionalmente molto forte. In un mondo giusto i cittadini chiederebbero alle banche e ai loro azionisti di ripagare il debito causato dal loro salvataggio dopo il crash del 2008; gli attori della finanza e dell'industria riconoscerebbero che gran parte della crescita, e dei profitti degli ultimi trent'anni, si è basata su un debito e una speculazione fuori misura; con un mea culpa accetterebbero meccanismi di redistribuzione retrottivi e un regolamento delle attività finanziarie. Purtroppo finora gli attori dominanti non si sono distinti né per generosità né per lungimiranza né per giustizia distributiva. La possibilità di cancellare in parte debiti pubblici e privati con misure legislative appare poco realistica, anche perché il caso della Grecia ha mostrato quanto poco i coinvolti siano disposti a rinunciare alle loro rivendicazioni.

Rimane la strada dell'inflazione guidata: aiutata da una politica fiscale in Germania, permetterebbe di ridurre gli squilibri macroeconomici e ridurrebbe il peso del debito. Paul Krugman, nel suo ultimo libro End this depression now, afferma che dovremmo avere un’inflazione annuale del 4-5% per non cadere nella trappola di un debito gigante che in caso di deflazione peserebbe ancora di più. La nomina di Mario Draghi ha reso la politica della BCE meno rigida, ma non è detto François Hollande riesca a convincerla della necessità di misure forti.

Investire nel futuro

La vecchia Europa ha bisogno di misure forti perché sta peggio delle sue concorrenti, Stati Uniti e Cina, sia per demografia sia come orizzonte economico. In Europa siamo indecisi e ci diamo la colpa l’un l'altro invece di investire nel futuro. Ci concentriamo su quello che abbiamo e non su quello che avremo. Possiamo illuderci ancora qualche anno, ma ben presto non sarà più così. Questo conservatorismo nelle scelte è uno dei problemi più gravi del continente. Una generazione che si è concessa illusioni economiche non solo ha consumato troppo, sfruttando le risorse ambientali del pianeta, ma si è pure indebitata oltre misura. I possessori del debito, oggi, non badano al futuro di chi dovrà restituirlo.

Hollande ha promesso di operare a favore dei giovani. Ma ci vuol coraggio per destinare più risorse a una parte dell'elettorato che non solo pesa poco, ma che soprattutto ha scarse possibilità di farsi sentire. Al contrario dei loro genitori e nonni, sono già consapevoli che il mondo del lavoro di una volta non esiste più e che, forse, stili di vità meno consumistici e più cooperativi saranno necessari per venire a capo della crisi.

La grande depressione fu superata grazie all'investimento causato dalla corsa agli armamenti. La seconda guerra mondiale cancellò non soltanto gran parte dei debiti tramite l'inflazione, ma ricordò alla comunità internazionale l'importanza del bene pubblico, ricreando sui campi di combattimento una solidarietà andata persa con l'individualismo precedente. Vista la gravità della situazione, un piano europeo di investimento verde potrebbe essere un possibilità concreta per uscire dalla crisi. Esso non solo aumenterebbe l'efficienza e l'indipendenza energetica del continente e costringerebbe le nazioni europee a collaborare, ma eviterebbe soprattutto il disastro umano inerente ad una lunga depressione o addirrittura ad una guerra. In paesi come la Spagna, la Grecia e l'Italia, ma anche nella stessa Francia, la costruzione di una più potente rete elettrica e l’investimento in impianti ad energia rinnovabile creerebbe occupazione e darebbe una prospettiva ad una generazione in gravi difficoltà. Fino a che punto François Hollande si vorrà spingere? Cosa sarà capace di realizzare nell'ambiente ostile in cui si trova?

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