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La legalità ai tempi di Salvini

La legalità ai tempi di Salvini

Matteo Salvini partecipa a Roma a una manifestazione organizzata da un sindacato delle forze dell'ordine e da lì rilancia l'idea di reintrodurre la leva obbligatoria, sottolineando come al nostro Paese servano ordine e disciplina. Non ci sarebbe nulla di strano, se non fosse per il fatto che da mesi lo stesso Salvini punta al superamento della dicotomia tra destra e sinistra, salvo poi riesumare concetti che nel secondo dopoguerra hanno fatto parte della peggiore tradizione reazionaria, diretta discendente del Ventennio.

Ma non è questo il punto: nell'Italia che va a destra, infatti, che pensa sia lecito farsi giustizia da soli, soprattutto se è uno “zingaro” a restare freddo sul selciato, che vorrebbe alzare muri direttamente nel Mediterraneo, legittimando l'uso della forza e centinaia di morti nei naufragi, che se un povero cristo resiste a un fermo delle forze dell'ordine il fatto che poi resti ucciso è in fin dei conti un danno collaterale, in questa Italia qui, il cittadino che chiede e professa legalità non trova nessuna contraddizione tra il Salvini oggi in piazza al fianco dei sindacati di polizia e quello che ieri difendeva indagati e arrestati per l'ennesimo scandalo sanità al Pirellone.

Non c'è nessun imbarazzo nel dare addosso a Marino per alcune note spesa “non regolamentari”, fino a costringerlo a lasciare la poltrona di primo cittadino, e contestualmente tacere su reati come corruzione, concussione e turbativa d'asta. Quegli amministratori pubblici hanno tutto il diritto di restare dove sono se sanno tenere l'orticello di casa pulito e fermano l'invasione. Poco importa se quei soldi, distratti in maniera illegale, si sarebbero potuti investire nel miglioramento di servizi e altre pratiche legali.

Poco conta, in fondo, se un politico mette in moto meccanismi criminali, ben più gravi del furto in un appartamento, purché poggi il proprio operato su pratiche securitarie, e altrettanto poco importa che sia poi quello stesso politico a gettare benzina sul fuoco, non da settimane o mesi, ma da anni e decenni, contribuendo a una guerra tra poveri, mascherata – con il consenso dell'opinione pubblica – in uno scontro di civiltà.

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