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Espulsioni a 5 stelle, ipotesi su una vittoria dei 'No'

Espulsioni a 5 stelle, ipotesi su una vittoria dei 'No'

 Il caso dei quattro senatori del Movimento 5 Stelle che rischiano di essere estromessi dal gruppo, dopo un comunicato congiunto in cui criticavano il modus operandi di Beppe Grillo nelle consultazioni con Matteo Renzi, potrebbe risultare un boomerang per i pentastellati sia in caso di vittoria dei 'Sì' – nel referendum online promosso sul blog del portavoce nazionale – ma anche e soprattutto qualora vincessero i 'No'. Ipotesi che non appare improbabile visto il risultato a sorpresa di due tra gli ultimi quesiti online proposti da Grillo: quello sul reato di clandestinità e quella sulla decisione di partecipare alle consultazioni con Renzi.

A scatenare la nuova tempesta in casa 5 Stelle, il comunicato con cui i quattro senatori sottolineavano come l'atteggiamento di Grillo nel confronto con Renzi sia stato sbagliato, in particolare – secondo i 'dissidenti' - “per esprimere valutazioni, il tempo e i mezzi non ci manchino. Per chiedere risposte precise, invece, bisognerà aspettare la prossima occasione. Questa l’abbiamo perduta”. Da qui, la decisione di convocare un'assemblea congiunta, che ha scoperchiato nella serata di ieri un vero e proprio vaso di Pandora. La riunione fiume, durata diverse ore, è stata trasmessa in streaming, fino a quando questo non è collassato, tra le polemiche di tutta la Rete, non solo quella rappresentata dagli 80mila “fortunati”, ovvero “le persone iscritte al portale del MoVimento 5 Stelle entro il 30 giugno 2013 e con documento di identità già verificato”.

Al termine dell'assemblea, i parlamentari hanno votato in larghissima maggioranza per l'espulsione dei quattro, lasciando quindi l'ultima parola agli iscritti certificati del blog. Spetta dunque ai militanti l'ultima parola, con conseguenze anche abbastanza evidenti; se vincessero i 'Si', infatti, la costituzione di un gruppo autonomo al Senato e probabilmente anche alla Camera diverrebbe più di un'ipotesi. Secondo diversi portali ed edizioni online di quotidiani nazionali, infatti, i numeri per la costituzione di gruppi autonomi di 'dissidenti a 5 stelle' ci sarebbero. 'Il Fatto Quotidiano' parla “di una decina di deputati e di quattro senatori, che si sono riuniti in mattinata”, pronti alla scissione. Se al Senato si aggiungono i quattro a rischio espulsione e i tre già cacciati o andati via nei mesi scorsi (Marino Mastrangelo, Paola De Pin e Adele Gambaro), i numeri per dei gruppi autonomi ci sarebbero in entrambi i rami del Parlamento.

Sempre 'Il Fatto Quotidiano' raccoglie lo sfogo della senatrice Alessandra Bencini: “Basta. Voglio tornare a casa, così non va. Voglio andarmene ma non solo dal gruppo. Gli altri cosa faranno non lo so. Io sono una ed ho le idee chiare”. Il portale 'Huffington Post', invece, evidenzia la tentazione di dimettersi di diversi senatori, uno dei quali avrebbe affermato: “Un minuto dopo la ratifica dell'espulsione ci dimettiamo, questa schifezza è un Soviet, non il Movimento che abbiamo conosciuto”. Infine, 'Il Corriere della Sera' raccoglie le affermazioni di Roberto Cotti, senatore bersaglio del blog di Grillo nei giorni scorsi, che parla addirittura di trenta esponenti del Movimento a Palazzo Madama disposti a difendere le ragioni dei 'dissidenti'.

Questo lo scenario se vincessero i 'Si' all'espulsione, ma la vittoria dei 'No' delinea una prospettiva ancora più imbarazzante per il leader del Movimento e i suoi 'pasdaran'. Beppe Grillo, infatti, non si è defilato dal dibattito, lasciando la parola agli “iscritti certificati”, ma in mattinata – lanciando il referendum online – è entrato a gamba tesa (metafora calcistica che non ci piace, ma che rende l'idea): “Adesso deciderà la rete, spero che deciderà e confermerà il verdetto della assemblea, così noi siamo un pochino meno ma molto, molto più coesi e forti. Abbiamo una battaglia: dobbiamo vincere le europee e le vinceremo. Daremo il sangue per le europee. Daremo il sangue sulle strade”. E ancora: “Non ci possiamo permettere ancora di parlare di gente che bisbiglia ai giornali, dopo 5 minuti che hai parlato sei sul giornale con il titolone”.

A rendere incandescente il clima, accompagnato da una sorta di standing ovation molto poco “social”, il deputato pentastellato Alessandro Di Battista, che sul proprio profilo Facebook ha motivato il parere favorevole all'espulsione, scrivendo: “Siamo in guerra, una guerra democratica, fatta di informazione, partecipazione, amore per la politica. Ma di guerra si tratta. Abbiamo tutti contro”. Per questo motivo, spiega il deputato – ritenuto tra i più influenti nel Movimento - “io non posso lasciare la 'trincea' sapendo che mentre sferro un 'attacco' (ripeto, le nostre armi sono e saranno solo informazione, impegno, studio e partecipazione alla politica) qualcuno mi sparerà, scientemente e volutamente alle spalle”. In guerra, dunque, non c'è spazio per i delatori, che vanno fatti fuori. Non fa una piega. Così come non fa una piega il ragionamento, sempre affidato a Facebook, di un altro deputato a 5 Stelle, Manlio Di Stefano: “Noi siamo in guerra contro il sistema, un sistema che vogliamo combattere fino in fondo e per farlo fatichiamo sette camicie. Abbiamo bisogno di essere come la testuggine spartana, ognuno di noi deve sentirsi protetto dal compagno al suo fianco. In questi undici mesi ho sempre sentito, nei momenti fondamentali, una spada conficcarsi al mio fianco. Questo non è più tollerabile”.

Proviamo a immaginare dunque quale possa essere la prospettiva in caso di una vittoria del 'No': Beppe Grillo, Gianroberto Casaleggio e l'ala maggioritaria del Movimento 5 Stelle sfiduciata dalla base, che probabilmente si terrà dentro i 'dissidenti' che ha provato a espellere con delle durissime reprimende postate sui propri canali di comunicazione preferiti. A quel punto, ma dubitiamo che possa essere effettivamente così, si verificherà un cambio di rotta negli atteggiamenti – ritenuti da molti attivisti estremamente aggressivi – del tandem Grillo&Casaleggio e dei loro fedelissimi. Oppure – ipotesi ancora più improbabile – i leader del Movimento 5 Stelle, severamente sconfitti dalla loro stessa base, sceglieranno di farsi da parte per dare nuovo vigore alla forza della loro operazione politica, uscita vincitrice dalle elezioni politiche di febbraio 2013. Molto più probabilmente, anzi quasi certamente, non cambierà nulla nei loro atteggiamenti e racconteranno alla base che ha vinto la democrazia e che “uno vale uno”.

Al termine delle consultazioni con Grillo, Matteo Renzi cinguettò su Twitter: “Mi spiace tanto per chi ha votato 5Stelle. Meritate di più, amici. Ma vi prometto che cambieremo l'Italia, anche per voi”. È evidente che l'alternativa per l'elettorato pentastellato non possa essere un ex popolare che prende la guida del più grande partito italiano, considerato “riformista”, manda a casa il presidente del Consiglio del suo stesso partito, per riproporre lo stesso compromesso parlamentare con centristi più o meno di destra e puntare a governare fino al 2018, ma Matteo Renzi su questo argomento ha ragione: gli elettori del Movimento 5 Stelle meritano decisamente di più.

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