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Il pacchetto Bankitalia e il conflitto tra interesse pubblico e privato

Il pacchetto Bankitalia e il conflitto tra interesse pubblico e privato

Il surrealismo degli ultimi giorni in Parlamento con la spettacolarizzazione e volgarizzazione del dibattito politico sembrano aver preso il sopravvento sulle scelte politiche e politico-economiche sottostanti. È chiaro dunque che in questi “giorni cruciali” (per citare un documento sulle europee pubblicato da alcuni attivisti nei giorni scorsi sul Manifesto) il vero monito che dobbiamo rigorosamente seguire è quello di riappropriarci della sostanza del dibattito, con onestà intellettuale ma anche con dovere critico, oltre gli slogan che saranno presentati nella campagna elettorale per le Europee. 

Il 29 gennaio la Camera ha dato il via libera al cosiddetto “pacchetto Bankitalia (BdI)” in cui il patrimonio della Banca viene rivalutato da 156.000 a 7,5 mld di euro. I suoi sostenitori continuano a dire che questa misura non rappresenta un regalo alle banche private, azionisti di BdI. Purtroppo i fatti smentiscono questa affermazione, in quanto la variazione nel tempo del patrimonio della BdI è dovuta sostanzialmente all’attività che BdI ha sempre svolto: l’emissione di moneta, da cui la tassa del signoraggio garantiva un flusso positivo di valore, e il valore derivante dallo scambio di riserve estere contro oro, grazie ai flussi di esportazione da parte dell’Italia. Dato che il patrimonio accumulato da BdI non dipende in nessun caso dall’attività dei suoi azionisti (perlopiù istituti di credito), rivalutando le quote degli azionisti a seguito della rivalutazione del patrimonio della banca non si fa altro che trasferire patrimonio dal Tesoro agli azionisti. Tuttavia, è doveroso sottolineare due aspetti che rendono sostanziale tale artifizio contabile.

Innanzitutto, BdI distribuisce dividendi agli azionisti sulla base del valore del proprio patrimonio. Grazie al decreto appena approvato alla Camera, il valore dei dividendi sarà molto più elevato rispetto a quello finora corrisposto, e quest’operazione è liquida, e non meramente contabile. Inoltre, la rivalutazione delle quote di partecipazione fa sì che le banche riacquistino una certa solidità patrimoniale in vista degli stress test europei che inizieranno a maggio 2014 sul sistema bancario, e che valuteranno in che modo il capitale (finanziario e non) delle istituzioni finanziarie sia in grado di assorbire perdite derivanti da eventuali shock negativi nell’economia reale. Se è vero che queste immobilizzazioni finanziarie non sono liquide di per sé, è anche vero che, in base al decreto approvato, ogni azionista non può detenere più del 3%. Di conseguenza gli azionisti maggiori (ad esempio Unicredit e Intesa) dovranno vendere le proprie quote in eccesso. Ma dal momento che tali quote vengono messe sul mercato, il loro valore non sarà quello base, bensì il valore di mercato delle stesse (solitamente più elevato del valore storico, “costo”). Questo aspetto apre due questioni rilevantissime: la prima politica, la seconda economico-finanziaria, se proprio vogliamo distinguerle.

Dal momento che alcuni azionisti dovranno rivendere parte delle proprie quote, la BdI può riacquistarle sul mercato pagando un prezzo alle banche private. Siamo di fronte a una beffa oltre l’immaginabile: la BdI rivaluta il proprio patrimonio, lo contabilizza a nome delle banche private e poi lo riacquista dalle stesse sul mercato, con i soldi dei contribuenti. Ancora più grave forse è il caso in cui la BdI non voglia riacquistare parte di queste quote, che potrebbero dunque essere messe sul mercato e quindi in balìa degli interessi, puramente privati, di altri istituti di credito a cui la BdI pagherà in futuro dividendi, liquidità che fino a l’altro ieri erano fondi del Tesoro.

Il dramma o meglio lo scandalo, qui è puramente politico, nel momento in cui altri azionisti si affacceranno in via Nazionale. Infatti, seppure non abbiano alcun diritto di voto, avranno non soltanto un maggiore potere negoziale sulla politica (per piazzare poltrone amiche all’interno della Banca o chissà di qualche Ministero) ma soprattutto avranno un potere politico maggiore su quello che è ad oggi l’unica attività della BdI, ovvero la sorveglianza sul sistema bancario stesso. Ad esempio, nel caso in cui la quota in eccesso di Unicredit (20%) fosse venduta a Deutsche Bank (per un max del 3%) e il restante spezzettato tra altri istituti a vario titolo poco indipendenti dalla Deutsche Bank, si passerebbe da un modello, l’attuale, in cui Unicredit controlla Unicredit, ad uno in cui la Deutsche Bank controlla Unicredit.

Cosa c’entra in tutto questo l’IMU? Dal momento che le plusvalenze realizzate a seguito della rivalutazione delle quote azionarie sono tassabili, il gettito derivante da questa operazione finirà al Tesoro, che ha quindi trovato il modo per poter affermare, come ha sempre chiesto Berlusconi, che la seconda rata dell’IMU non dovrà essere corrisposta dai cittadini.

Detassare il patrimonio privato e farlo senza alcun riguardo rispetto alla sua entità è un atto di destra, spudoratamente liberista, che non possiamo più permetterci nel momento in cui il rapporto tra il valore del capitale rispetto al lavoro è tra le fonti principali, se non la fonte principale,delle disuguaglianze in Italia, in Europa e nel resto del mondo. Quello che la sinistra deve fare oggi è smentire la propaganda dei molti che continuano a ripetere che il pacchetto Bankitalia era necessario per evitare la seconda rata dell’IMU, perché è giusto che la seconda rata dell’IMU venga pagata in modo progressivo da chi possiede immobili.

La questione rilevante qui è una sola: cosa avremmo potuto fare se il Tesoro, esercitando la proprietà legittima sugli utili realizzati dalla BdI, avesse incassato direttamente il valore di tali quote? Perché a nessun contabile è venuto in mente un artifizio tanto geniale e malefico per fare in modo che tali quote fossero rese liquidabili e conseguentemente spendibili da parte del Tesoro per misure anti-povertà, misure per il lavoro, misure per la scuola, misure per le imprese. Aspetteremo con ansia il momento in cui il Partito Democratico presenterà i contenuti del JobsAct senza portafoglio, perché “non ci sono i soldi”.

Questo non è populismo, è chiedersi da un lato chi manovra queste decisioni e allo stesso tempo quali siano le alternative sul piatto. Perché le stesse domande sorgono spontanee nel momento in cui negli stessi giorni viene bloccato l’aumento della tassazione sulle transazioni finanziarie, mentre viene mantenuta la decisione di introdurre una tassazione del 58% sulle sigarette elettroniche.

Domande necessarie nel momento in cui la sinistra cerca di ricostruirsi in forma organica per creare una risposta a un modello in cui il conflitto non è rimosso o liquidato, bensì cavalcato, a vantaggio dei pochi che ieri oggi e domani detengono, e deterranno, sia il potere politico che quello economico. Tuttavia, affinché queste domande possano essere tradotte in prassi e in programmi alternativi, è fondamentale che anche a sinistra ci si renda conto che gli strumenti di lotta devono fare proprie anche le conoscenze tecniche del sistema finanziario, ed economico in generale, senza fuggire da esse, altrimenti saremo costretti a delegarne la politica a quella minoranza che è stata in grado di usarla per accrescerne non solo il proprio potere economico, ma soprattutto per aumentare considerevolmente il distacco tra governati e governanti.

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