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Anti-corruzione: indignazione e velocità non bastano

Anti-corruzione: indignazione e velocità non bastano

Affrontare oggi il tema della corruzione in Italia non è e non può più essere un'esigenza dettata dall’indignazione, dal risentimento verso la casta. Dobbiamo fare lo sforzo di ripensare la corruzione come il risultato dei rapporti di forza tra pubblico e privato, tra interesse pubblico e interesse privato, tra politica istituzionalizzata, che ha permesso e voluto questo stato di cose, e quella politica di strada, fatta sui territori da tutti quegli attivisti che da anni denunciano non soltanto l’inutilità di certi progetti, ma soprattutto il rischio di infiltrazioni criminali e processi corruttivi. Un rapporto di forza che distoglie denaro pubblico da interventi per l’occupazione, l’istruzione, la tutela ambientale a favore dell’arricchimento dei pochi. È il conflitto, bellezza! Ma è anche la realtà, bellezza, quella realtà politica fatta di slogan e scatti di velocità più fumosi che fumanti!

La scorsa settimana, quando è esploso lo scandalo del Mose di Venezia, il Presidente del Consiglio frettolosamente sosteneva che “Il problema sono i ladri, non le regole; i politici corrotti andrebbero indagati per alto tradimento”, proponendo una sorta di DASPO per politici e imprenditori implicati in vicende corruttive. Ma soprattutto il Presidente Renzi non si è fatto sfuggire l’occasione per sottolineare la propria rapidità d’azione, quella voglia di fare ad ogni costo, senza mai fermarsi a riflettere su un settore nevralgico come quello degli appalti pubblici, né tanto meno su come affrontare l’esistenza ormai sistemica della corruzione al suo interno.

Se gli annunci già ribadivano l’inadeguatezza del metodo renziano, basato su annunci e decreti lampo, oggi, a una settimana o poco più di distanza, ne abbiamo conferma trovandoci davanti la prima bozza di decreto sulle misure urgenti in merito agli appalti pubblici e alle misure anti-corruzione, che rientra nella più ampia riforma della pubblica amministrazione.

Il decreto approvato dal Consiglio dei Ministri prevede il potenziamento dei poteri di Raffaele Cantone, già presidente dell’Autorità Anticorruzione (ANAC), che diviene commissario straordinario dell’Autorità di Vigilanza sui Contratti Pubblici (AVCP), con il mandato di presentare al governo entro la fine dell’anno una bozza per l’abolizione (secca) dell’AVCP. La stessa autorità, che lungi dall’essere definita fiore all’occhiello dell’efficienza, ha svolto, seppur timidamente, un ruolo di controllo sulle grandi opere, come riporta anche anche Alberto Ziparo su IlManifesto del 18 aprile. Già allora trapelava la notizia circa la volontà di spostare l’AVCP sotto il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Tra le molteplici considerazioni di merito, appariva una scelta imbarazzante giacché le funzioni di un’autorità di controllo, fino ad allora formalmente indipendente, venivano poste sotto controllo diretto del governo, con l’evidente paradosso del controllato che controlla il controllore.

Quanto approvato dal governo, seppure non sia ancora pubblico il testo originale, non sembra smentire queste logiche. Di fatto si procede al commissariamento dell’AVCP e alla divisione dei suoi poteri tra l’ANAC e il Dipartimento della Funzione Pubblica. In particolare, l’ANAC si occuperà delle funzioni di controllo degli appalti e di quelli sanzionatori, mentre alla Funzione Pubblica viene affidata la valutazione e misurazione della performance non soltanto della Pubblica Amministrazione, ma specificatamente del settore degli appalti pubblici. Si ricade dunque, almeno per quanto riguarda le funzioni di valutazione della performance, nel paradosso già citato. Allo stesso tempo, si sovraccarica un’autorità, l’ANAC, che ad oggi consta di soli 12 dipendenti, del monitoraggio degli appalti pubblici e del potere sanzionatorio.

Ancora una volta non è la sostanza o l’efficacia delle misure varate a far da padrone, ma il mantra e l’estetica dell'uomo solo al comando, accompagnato dall’esasperazione futuristica della politica come disciplina olimpica non di fondo, ma di velocità. La coerenza interna del governo si manifesta anche nell’intervento austero che investe, tramite quel che emerge della riforma della pubblica amministrazione, le risorse destinate alle autorità indipendenti, non abolite. Come riportato da Repubblica, le autorità indipendenti, quindi anche l’ANAC, dovranno dimezzare “a partire dal 1° ottobre le spese di consulenza e ricerca rispetto a quelle sostenute nel 2013”. Intanto però si persevera, come da decenni, a ritenere gli appalti e la corruzione un affare esclusivamente per giuristi - di fatto ignorando il carattere strategico in termini di programmazione economica, ma soprattutto l’interazione strategica insita in un contratto di appalto in tutte le sue fasi (dall’analisi dei fabbisogni, alla definizione delle specifiche tecniche ed economiche)- , come mostrano ancora oggi le nomine all’anti-corruzione: Michele Corradino, Francesco Merloni, Ida Angela Nicotra, Nicoletta Parisi (tutte da confermare in Parlamento). Da confermare la squadra dei 300 a disposizione di Cantone, di cui ancora non si sa nulla. Impossibile non rievocare un recente titolo, “Chiedi e ti sarà tolto”, bel romanzo di Lipsyte, nel momento in cui alla necessità di affrontare una battaglia, o forse una guerra, lunga e non certamente di facile portata si risponde con lo smantellamento dell’esercito, piuttosto che mettere al servizio tutta la tecnologia e l’innovazione di cui il settore pubblico dispone, tutte quelle risorse materiali, culturali e tecniche presenti nel nostro Paese.

Senza l’arroganza né l’illusione che Renzi, o la Ministra Madia, si fermino a riflettere o a dibattere con una minoranza, esiste oggi l’esigenza di dare un contributo per una seria riforma dell’anti-corruzione e del suo rapporto con gli appalti pubblici. Ironia della sorte, la corruzione potrebbe essere combattuta attraverso una manovra espansiva, investendo in infrastrutture digitali e dando occupazione a decine di migliaia di giovani. Basterebbero poche ma decise mosse, come assumere 150 laureati in economia, ingegneria, informatica e diritto che creino una vera banca dati aperta di tutti i contratti pubblici stipulati da tutte le amministrazioni centrali e locali, li analizzino sia in relazione alle conformità del processo d’appalto, sia in termini di spesa, sia al fine di capire se esistono rischi di collusione e/o corruzione nei processi. Questi 150 neo assunti usufruirebbero della collaborazione di tutte le amministrazioni, chiamate a pubblicare in formato digitale e machine readable (non in pdf), grazie all’assunzione di almeno un neo laureato per amministrazione, tutti i propri contratti (finora è richiesto che i contratti e i loro esiti siano pubblici al 31 dicembre di ogni anno) entro una settimana dalla pubblicazione e/o affidamento. I giovani fungerebbero da veicolo di formazione interna per i colleghi già assunti all’ufficio acquisti di riferimento e sarebbero assunti con contratti a termine di due anni con uno stipendio non inferiore ai 1200 euro. Ecco, quindi, un modello di "rottamazione" dove le diverse generazioni esprimono le proprie capacità costruendo insieme un percorso virtuoso per la nostra Pubblica Amministrazione. Infine, molte più risorse dovrebbero essere allocate alle funzioni di controllo in fase di esecuzione dei contratti, spesso sottovalutata.

Solo allora potremmo riempirci di nuovo la bocca con parole come agenda digitale, open data, accountability, perché ad oggi suonano un po’ vuote come quando richiamiamo il ruolo della società civile e la sua funzione di mera testimonianza. E invece è il momento in cui bisogna sostanziare l’azione verso un modello altro, un modello che prenda coscienza della gravità della corruzione non solo in termini culturali, ma anche e forse soprattutto per le conseguenze in termini di sviluppo e quindi dei rapporti di forza tra un territorio e la sua collettività e i sistemi di potere celati e non.

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