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Studenti in piazza: note sul 12 ottobre

  • Scritto da  Rete della Conoscenza
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studenti in piazza 12 ottobreVenerdì 12 ottobre gli studenti sono tornati in piazza in 90 città italiane. Ospitiamo un intervento della Rete della Conoscenza che fa il punto sulla giornata di venerdì e rilancia la mobilitazione per il 24, 25 e 26 ottobre. L'articolo originale è pubblicato sul sito della Rete della Conoscenza.

Giù la maschera

Le piazze tornano stracolme di studenti e con esse la percezione possibile di un Paese che si sveglia, che rimette assieme la propria cassetta degli attrezzi, fatta di pratica del conflitto, di partecipazione dal basso, d’idee e pratica della democrazia, per contrastare l’austerity. Così gli studenti scendono in piazza, si riprendono le strade e il diritto al dissenso, cominciano ad invertire la rotta dell’impotenza a cui sembravamo relegati come spettatori delle politiche di questo governo tecnico.

Avevano provato a convincerci che fosse inevitabile pagare questa crisi, che nulla era più importante che salvare le banche, che era inevitabile impoverirsi per pagare un debito su cui hanno giocato gli speculatori, che non investire su scuola e università, cancellare l’articolo 18, peggiorare le condizioni dei precari fosse l’unica strada per ricavare gli utili necessari per uscire dalla crisi. Sembravamo spettatori costretti a pagare un biglietto dal costo elevatissimo, con tanto di “tessera del tifoso”, per usare una metafora calcistica, a rappresentare la repressione inqualificabile di questi mesi, per vedere una politica, legata ai poteri delle banche e degli speculatori, giocare sulla nostra pelle. In queste due settimane gli studenti hanno rotto questo leit motiv, hanno cominciato un percorso dentro le scuole e le università per raggiungere le pieghe del Paese, per rompere questa fittizia luna di miele con Monti. Le mobilitazioni di queste settimane parlano il linguaggio di chi comincia, in Italia, a muovere i passi dell’indignazione contro questo modello di formazione, di politica e di economia, in continuità; del resto, con quello che i popoli dell’Europa stanno mettendo in campo in questi mesi contro la troika. L’autunno è cominciato e agli studenti toccherà rompere la retorica di un Paese diviso tra moderati e progressisti, e andare al fondo della questione sociale che si è aperta, togliendo la maschera ai tecnici e svelando la macelleria sociale messa in campo in questi mesi.

L’opposizione sociale riparte da qui

Il caso non esiste, e non è un caso, infatti, che siano proprio gli studenti a riprendersi il diritto alla verità in questi giorni; chi vive scuole e università, luoghi immiseriti dalle politiche di privatizzazione dei luoghi della formazione, così come delle coscienze, è per sua natura oggi l’antesignano del rifiuto delle scelte del governo tecnico. Solo partendo dai saperi, possiamo ridiscutere tutto questo modello di società, partendo dalle scuole e dalle università, e più in generale solo un accesso per tutti e di qualità alla conoscenza può produrre un modo nuovo di pensare l’economia, l’ambiente, la società. Il 12 Ottobre ha completamente ribaltato il clima d’impotenza che avevamo vissuto in questi mesi; si è aperto in questi giorni, infatti, uno spazio del possibile, che è molto più di una semplice percezione, del pensare che ricostruire un movimento nelle scuole e nelle università sia realtà concreta. Sapere che tocca alle studentesse e agli studenti rilanciare l’opposizione sociale all’era delle politiche dei tecnici, è un tema di responsabilità che, ancora una volta, come in passato, non possiamo permetterci di eludere. Ci hanno condannato del resto come generazione ad una precarietà, declinata nella impossibilità di costruire il proprio futuro, nel “destino” di vivere in una terra devastata dalle mafie, dalle grandi opere, dalle industrializzazioni malate, da chi ha lavorato in questi anni per prosciugare tutta l’energia vitale di un’idea diversa di Paese. Gli studenti hanno la responsabilità di invertire questa rotta, di prendere questo “destino” nelle proprie mani e farne ciò che desiderano. Alla sottrazione del tempo di vita, al furto del futuro, in questi anni la risposta è stata inondare le piazze; il 12 Ottobre abbiamo dato prova di riuscire a farlo uscendo da quell’antiberlusconismo malato che nei primi mesi del Governo Monti si era accontentato di mandare a casa Berlusconi, incapace di prevedere che le scelte di questo Governo sarebbero state in continuità, per un verso, con il precedente, e devastanti ancora più dall’altro; sembrava, insomma, che senza Berlusconi, l’opposizione sociale fosse morta, tant’è che scientificamente le forze politiche e questo governo hanno pianificato uno scempio di politiche sociali ed economiche contro la nostra generazione e non solo. Aprire quindi uno spazio di dissenso del Paese significa innanzitutto ragionare dei soggetti che vivono la precarietà e organizzare una risposta concreta, capace di aggregare, di comporre un pezzo di generazione che ha il dovere di riprendersi tutto. Noi partiamo dai soggetti in formazione, da un pezzo del mondo della precarietà, che ha bisogno di organizzare una risposta dentro i suoi luoghi, da una parte, e allearsi, dall’altra, con le altre soggettività frammentate e precarie che oggi pagano la crisi sulla propria pelle.

Conflitto e vertenzialità: praticare l’obiettivo

Partire dal 12 ottobre significa partire anche da una straordinaria capacità degli studenti di riprendersi il diritto al dissenso, alla manifestazione. Napoli, Milano, Roma sono un esempio forte tra le città scese in piazza di riuscire ad organizzare una pratica del conflitto intelligente, capace di perseguire un obiettivo e di comunicare alle città i temi, le ragioni e la rabbia delle studentesse e degli studenti. L’occupazione dei luoghi simbolici, non fine a se stessa, come a Napoli, luoghi riutilizzati per costruire discussione, per fare assemblea e rilanciare la mobilitazione, è un dato importante; se gli studenti si riprendono il diritto alla cittadinanza, esercitando un giusto protagonismo dentro luoghi ormai morti nelle città, se restituiscono questi spazi alla cittadinanza per costruire laboratori di democrazia segnano un punto importante sul tabellone degli obiettivi nel breve periodo da raggiungere. Così come gli studenti a Milano capaci di arrivare fin sotto il Pirellone e di occuparne simbolicamente il cortile, anche lì per riprendersi quel luogo per rilanciare la mobilitazione, luogo pubblico che è stato trattato per vent’anni come un affare privato (come tutta la politica della Regione Lombardia) e che proprio in queste ore arriva, in parte, finalmente al collasso. Sono tutti nodi importanti di una giornata, che a Roma ha visto riprendersi un percorso che da anni Alemanno vietava. Gli studenti sono riusciti ad eludere il divieto, sono riusciti prima ad arrivare in centro e poi di lì fino al Ministero dove hanno lanciato le carote, simbolo di questa mobilitazione; messaggio chiaro degli studenti, stanchi della retorica, che pretendono risposte concrete per le loro scuole. Molte sono state le vertenze aperte: per il diritto allo studio, quello per la mobilità, le battaglie per l’edilizia scolastica, contro i 5 in condotta nelle scuole; un conflitto, dunque portatore d’istanze sociali chiari, che partono dalle scuole per allargarsi. Ovviamente, non pensiamo di aver esaurito gli spazi del conflitto, né di dover dare lezioni a nessuno. Pensiamo, però, si possa partire da questo dato, come dato positivo e che si possa tornare nelle prossime settimane a ragionare tutti assieme, con le realtà che in forma eterogenea vivono e lottano dentro i luoghi della formazione, su questa scia sul come dare vita alla grande sfida che abbiamo di fronte: costruire un movimento reale all’epoca dei tecnici, all’epoca dell’austerity.

Ripartire dai saperi

Aver ripreso il cammino, tuttavia, non basta. Ancora abbiamo da lavorare a fondo nelle scuole e nelle università per far nascere un dato di partecipazione in grado di stravolgere il Paese. Dobbiamo ripartire da una capacità organizzativa nuova, dallo stare dentro le scuole e le facoltà in maniera costante, di organizzare momenti di discussione e informazione, di portare il conflitto dentro i luoghi della formazione per cambiarli radicalmente. Del resto la battaglia che ci giochiamo dentro le università e le scuole, se riconosciamo il portato di ricchezza sociale espresso dalla produzione di conoscenze, ha una portata strategica. Siamo di fronte al più grande fenomeno di espulsione di massa dall’università, con una bolla formativa che potrà scoppiare, come già è successo in alcuni paesi d’Europa o in America, fatta d’indebitamento per gli studenti presso banche e istituti di prestito, che non ha precedenti in Italia. Se non fermeremo il progetto di legge Aprea, vivremo su di noi lo smantellamento della democrazia e della storia dei diritti conquistati dentro le scuole in questi 40 anni, . Siamo davanti alla privatizzazione, di fatto, dei luoghi della formazione, di asservimento della ricerca e, in generale, dello studio agli interessi del mercato del lavoro; mercato che, in Italia, richiede un’enorme massa di lavoratori non qualificati da sfruttare a basso costo nella propria filiera e che quindi non ha bisogno di un diffusa, qualitativa e competente “utenza produttiva”. Dobbiamo ripartire da qui: liberare i saperi per liberare le persone.

Capire e praticare questa idea vuol dire mettere in discussione tutto: come si vive, come si studia, quello che si studia, cosa si produce, come si produce, come ci si riprende la vita. Per fare questo dobbiamo produrre dentro le scuole e le università pratiche, nate dal confronto e dal dibattito tra tutti, non in forma identitaria, che diano centralità a questa prospettiva. Pensiamo che le giornate del 24-25-26 ottobre, lanciate da Milano e Napoli il 12 ottobre, costituiscano un primo grande banco di prova per il movimento studentesco di quest'anno. All'interno dei nostri luoghi delle formazione praticheremo un altro tipo di scuola e università, radicalmente alternativa, radicalmente nuova. Se faremo questo saremo capaci, almeno per un verso, di fare a meno dell’attesa delle “politiche giuste” che non arrivano mai, perché saremo in grado noi di costruire dal basso, un nuovo modo di fare scuola, di vivere l’università, di costruire conoscenza.

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