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Stefano Rodotà. In morte di un gigante incandescente

  • Scritto da  Rocco Albanese
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Stefano Rodotà. In morte di un gigante incandescente

È stato necessario il trascorrere di qualche ora per posare la penna sul foglio. Sono state preziose le tante memorie emerse, prime fra tutte quelle di Ugo Mattei sul Fatto Quotidiano e Luciana Castellina sul Manifesto. È ora possibile esprimersi dopo la commossa apnea che ci ha dominato. E resta il fatto che scompare con Stefano Rodotà un Gigante Incandescente.

Sì, perché del nostro Maestro - Maestro per tutti e tutte, non solo per noi che studiamo il diritto civile - ci ha sempre colpito e travolto quel calore umano così speciale, perché insieme dimesso e potentissimo. Innervare la socialità di un modo curioso di stare al mondo. Fare della curiosità una pratica collettiva, socializzata. Questo è stata, anzitutto, la forma di vita di Stefano Rodotà.

Facendo della sua esistenza un’opera d’arte, Rodotà è riuscito nel miracolo di rendere popolare il diritto civile. In altri termini, è grazie a Rodotà se milioni di persone hanno compreso che il diritto è una pratica sociale, vivente nei conflitti del quotidiano e mai assodata una volta per tutte. E poco importa, al riguardo, se essere un giurista popolare significa vedersi attribuita, da un mainstream ridicolmente distratto come quello italiano, la medaglia di costituzionalista. Lo scriveva Ugo Mattei nel suo ricordo: Rodotà faceva spallucce e abbozzava paziente, «dopo un po’ ci fai l’abitudine».

La «stagione dei beni comuni» - una stagione di importanti riflessioni teoriche, connesse con umiltà e (guarda caso) curiosità alle lotte dei movimenti - deve moltissimo a Rodotà, il quale dieci anni fa era presidente della commissione ministeriale che, per prima, propose l’introduzione dei commons nel tessuto giuridico italiano. Ma i beni comuni sono soltanto la proverbiale punta dell’iceberg: una porzione di un’avventura intellettuale formidabile, che comincia nel 1960 con la pubblicazione delle fondamentali Note critiche in tema di proprietà. Il Maestro aveva allora 27 anni e la lucida incoscienza di aggredire, con approccio che all’epoca doveva essere radicalmente innovativo, i nodi della proprietà privata e della sua funzione sociale. Fu, quello, il primo passo di una produzione culturale costante, le cui bussole sono state la costituzionalizzazione del diritto privato, il riconoscimento giuridico della persona e dei suoi bisogni, il tentativo di liberare il linguaggio dei «diritti» dalla zavorra dell’individualismo proprietario.

Tutto ciò con la capacità di affrontare a livelli di eccellenza, con padronanza e intelligenza, i principali problemi del diritto civile. Cosa, questa, più unica che rara. E poi la lunga attività da divulgatore. E poi l’appassionata partecipazione politica, in Parlamento e fuori. E poi. E poi. Stefano Rodotà era bello e bravo (kalòs kai agatòs) e lascia un vuoto incolmabile in un Paese che tende sempre più a essere ostaggio - a ogni livello - della mediocrità e del servilismo. Chissà cosa avrebbe pensato il nostro Maestro, con quel suo modo di essere personaggio pubblico così discreto e quasi schivo; così tanto calabrese. Chissà cosa avrebbe pensato di questo coro di frasi fatte, che banalizzano in modo intollerabile la sua variopinta grandezza.

Siano un esempio per tutte le miserabili parole del ministro Minniti, che omaggia in lui un difensore della «legalità»: lui che, forte della bussola costituzionale, non aveva mai avuto paura di invitare a «rispettare le disobbedienze proprietarie». Probabilmente, ancora una volta Stefano Rodotà si sarebbe schermito con quel suo sorriso, la cui eleganza non riusciva però a dissimulare il disappunto provocato dall’incontro con l’arroganza stupida del «potere per il potere». Del resto, in Rodotà il canovaccio di una vita è stato proprio questo: essere al servizio e dalla parte, intellettuale e militante, di una ricerca continua di strumenti e pratiche di diffusione del potere. Mancherà come poche persone possono mancare.

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