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Dieci tesi sul lavoro festivo, il tempo di lavoro e le chiusure domenicali

  • Scritto da  Nicola Quondamatteo
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Dieci tesi sul lavoro festivo, il tempo di lavoro e le chiusure domenicali

Sta facendo discutere, in questi giorni, la proposta del governo di regolamentare le aperture festive nel settore del commercio - totalmente liberalizzate dal governo Monti col decreto “Salva Italia” nel 2011. In particolare assistiamo a una crociata liberista contro qualsiasi tentativo di correggere la rotta rispetto ad una ricetta - quella adottata dal governo tecnico campione di austerità - che si è rivelata sotto tutti gli aspetti un fiasco colossale. Non sono mancate, in questi anni, lotte delle lavoratrici e dei lavoratori che hanno tentato - pur in una situazione difficilissima fatta di arretramento delle condizioni lavorative, precarizzazione, svuotamento dei contratti collettivi nazionali - di mettere in discussione la mercificazione e la messa a profitto di ogni istante della vita sociale.

Queste lotte, generose, hanno aperto uno squarcio di possibilità in un mondo dove sembra non essere data alternativa alla modernizzazione neoliberale: in un tempo di ricatto occupazione, con la mancanza di salario e di reddito che morde, qualcuno ha osato mettere in discussione anche il lavoro in quanto rapporto sociale, mettendo a rischio la busta paga e il posto per parlare di conciliazione tra vita e lavoro e quindi della qualità sociale - e non solo della presenza - di quest’ultimo. Questo contributo, pur parziale, vuole esporre dieci sintetiche tesi a favore non del governo (che il risultato dovrà pur portarlo a casa), ma della necessità di tornare indietro rispetto a provvedimenti di liberalizzazione selvaggia iniqui e devastanti. In particolare quanto scrivo di seguito si propone di interloquire criticamente con una delle posizioni che si sono levate contro qualsiasi ipotesi di regolamentazione, quella di Pierluigi Battista per il Corriere della Sera.

  1. In Italia le liberalizzazioni risalgono a prima di Monti, pensiamo alle famose lenzuolate di Bersani: prima del decreto Salva Italia, in ogni caso, esisteva una possibilità molto maggiore di porre un freno allo spontaneismo di mercato - si pensi al ruolo degli enti locali. Successivamente al 2011, gli orari e le aperture sono diventate una sorta di far west. Da una tabella di Confcommercio risulta chiarissimo che l’Italia è, assieme al Regno Unito, l’avanguardia del liberismo nel settore. In Germania e Francia esistono regole molto più severe

  2. orari commercio e aperture domenicali

Non risulta che in Francia e in Germania si abbia difficoltà a fare la spesa, né che le performance economiche - soprattutto a Berlino - siano particolarmente negative rispetto a quelle di Roma (anzi…). Stesso discorso vale per l’orario di lavoro annuo: in Italia lavoriamo più che in Germania e Francia, anche qui con risultati peggiori. Il problema, quindi, è essenzialmente di volontà politica: come per le autostrade - che sono pubbliche in Svezia come Olanda e Germania - anche per il lavoro festivo nel commercio di strade possibili ce ne sono diverse.

2) I critici di ogni regolamentazione - vedi articolo di Battista - sostengono che il lavoro festivo non debba essere un tabù, visto che è presente in molti settori. In particolare, l’editorialista del Corriere parla, nell’ordine, di infermieri, medici, vigili del fuoco, poliziotti, carabinieri, forestali, finanzieri, guide alpine, maestri di sci, vigili urbani, stewart degli stadi, tecnici del pit stop della Formula 1, baristi, ristoratori, camerieri, autoferrotranvieri, riders, impiegati negli stabilimenti balneari. E parla del rischio di spaccatura tra le categorie, come se non fosse ipocrita da liberisti che hanno da più di vent’anni messo impiegati pubblici contro dipendenti del settore privato, stabili contro non stabili (come se le maglie della precarietà non le avessero allargate le riforme da loro auspicate), anziani contro giovani.

In particolare ha davvero poco senso mettere sullo stesso piano servizi pubblici essenziali con la “libertà” e il “diritto” del consumatore di acquistare il latte o due etti di prosciutto la domenica. Equipare il pronto soccorso, i vigili del fuoco, le forze dell’ordine, la circolazione ferroviaria ai centri commerciali è di una banalità sconcertante; ma è anche molto ideologico, significa che tutto ciò che è comune e collettivo può essere passibile di privatizzazione. Basterebbe, inoltre, ricordare che anche nei festivi né gli ospedali né,ad esempio, il trasporto pubblico locale funzionano allo stesso regime dei giorni ordinari.

Esistono poi altre attività che sono più strettamente e fisiologicamente legate al tempo libero e che quindi sono tendenzialmente più aperte nelle domeniche e nei festivi: cinema, teatri, ristorazione etc… Dunque niente in contrario, ovviamente, al fatto che si possa fare un discorso diverso rispetto ai settori interessati dall’eventuale regolazione del governo. Ovviamente vanno potenziati i diritti dei lavoratori: qui però casca l’asino, perché gli stessi che si stracciano le vesti contro la fuoriuscita dalla liberalizzazione selvaggia appoggiano solitamente (in questo in piena sintonia col governo giallo-verde) i voucher e quindi l’attacco ai contratti e alle conseguenti maggiorazioni festive. (Detto tra parentesi: sarebbe anche di mettere in discussione una divisione del lavoro - e l’assenza di una seria e rigorosa politica industriale - che sta preparando per i giovani italiani un futuro di camerieri e di lavoro festivo sottopagato, ma questo è un altro discorso da fare in altra sede più approfonditamente).

Battista parla poi di riders. Anche qui: chiaramente il food delivery è legato alla ristorazione che lavora soprattutto nei festivi. Chissà, però, se lo stesso editorialista ha sentito parlare della manifestazione dello scorso 1 maggio, dove - ad esempio - i ciclo-fattorini bolognesi si sono astenuti dal lavoro per riappropriarsi del concetto stesso di festività.

Il paragone con le manifestazioni sportive lascia poi il tempo che trova, in maniera grottesca e ridicola. Vengono citati persino i tecnici dei pit stop di Formula 1, che sicuramente non prendono quanto un commesso: ci mancava solo il paragone tra il lavoro di Cristiano Ronaldo e quello di una cassiera…

3) La liberalizzazione selvaggia non ha prodotto più occupazione. Anzi, in questi anni, qualcuno - vedi Auchan - ha fatto mattanza occupazionale. Casomai gli acquisti sono stati spalmati su un giorno in più la settimana, considerato anche che i redditi da lavoro si sono impoveriti drammaticamente. Le imprese della grande distribuzione, sul punto, hanno dato il buon esempio: i contratti sono fermi dal 2013 e, nonostante proteste e scioperi dei lavoratori, non è stato nemmeno concesso l’aumento previsto dal contratto di Confcommercio: parliamo della miseria di 16 euro, per intenderci…

4) Chi lavora, solitamente, la domenica e i festivi e con quali condizioni contrattuali? Prevalentemente a essere impiegati nei giorni festivi sono lavoratori esternalizzati e in somministrazione, con svuotamento dei diritti e dei contratti collettivi (spesso senza nemmeno le maggiorazioni del caso). La corsa a tenere aperto sempre, 24/7, si basa strutturalmente sullo schiacciamento di diritti e salari delle lavoratrici e dei lavoratori.

5) Confesercenti ha parlato di un altro effetto importante delle liberalizzazioni: lo svuotamento del piccolo commercio, con una fetta dei consumatori che è passato per questo alla grande distribuzione. Sono state chiuse attività, che spesso avevano - tra le contraddizioni - un carattere sociale e di legame col tessuto urbano. Laddove il piccolo commercio resiste - come nelle grandi città, dove è presidiato da bengalesi e pakistani per cui quel tipo di impresa è una delle poche scappatoie per fuggire dagli impieghi salariati più usuranti e sfruttati - l’apertura indiscriminata della grande distribuzione crea una competizione feroce, che costringe questo segmento di lavoro autonomo a turni impossibili e massacranti.

6) Non si ha tempo per fare la spesa se non di domenica? Come si faceva prima del 2011? Un esempio su tutti: la Pam vicino casa di chi scrive, è aperta tutti i giorni (domenica compresa) sino alle 22. Davvero è credibile che non esista modo di comprare ciò che serve dal lunedì al sabato sino alle 22? Se non si ha tempo, è probabile che il problema sia un altro: orari di lavoro impossibili, che infatti andrebbero ridotti a parità di salario.

7) Perché imporre - nel nome della “libertà” del consumatore - l’aumento degli orari (visto che il personale non cresce) nei supermercati e nella grande distribuzione e non lottare per una riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di paga? Lavoriamo molto più che in Germania, dove tra l’altro il tema della riduzione dell’orario di lavoro è tornata al centro del dibattito col nuovo contratto dei metalmeccanici. Risulta sempre più necessario riprendere in mano questa battaglia, per conciliare lavoro e vita ed aprire un dibattito sulla qualità di entrambi. Alcuni interventi si possono fare subito: ridurre l’età pensionabile (che è orario di lavoro nell’arco della vita), farla finita con la detassazione degli straordinari (una vera e propria aberrazione in tempo di disoccupazione galoppante), avviare una vera e propria campagna di riduzione legale dell’orario settimanale (partendo dai settori meno esposti alla concorrenza internazionale, ma non solo).

8) Spesso e volentieri la clientela viene attratta nei giorni festivi con la prassi della scontistica. Questo prezzo è generalmente pagato da qualcun altro: dai fornitori, che a loro volta lo scaricano sui propri lavoratori - nel solito circolo vizioso regressivo.  

9) Dal punto precedente può derivare un’analisi su uno dei più avvelenati prodotti dell’ideologia neoliberale: la scissione tra consumatore e lavoratore. Una scissione politicamente costruita, tanto che alcune associazioni dei consumatori - come scriveva qualche giorno fa Massimo Franchi sul Manifesto - hanno stretto una santa alleanza con imprese e gdo contro ogni ipotesi di regolamentazione. Avviene qui, come nel trasporto aereo: il “successo”, potremmo dire un castello di sabbia sul lungo periodo, delle compagnie low cost (es. Ryanair) si è basato sulla compressione vertiginosa dei salari e dei diritti di piloti e assistenti di volo. Anche lì i lavoratori hanno alzato la testa: evidentemente - se si vogliono affrontare efficacemente neoliberismo e disuguaglianze sociali in crescita - è necessario riconoscersi dapprima come lavoratori piuttosto che come consumatori cui ogni cosa deve garantita, sette giorni su sette, ventiquattro ore al giorno

10) Come argomenta il brillante saggista americano Jonathan Crary, uno dei critici del capitalismo compulsivo 24/7, l’ideologia del consumatore che ha diritto a tutto ad ogni ora del giorno ha un’evidente incompatibilità “con qualunque comportamento sociale che implichi condivisione, reciprocità e cooperazione”. E se il primo passo per rompere questo individualismo neoliberale e per tornare a progettare una società fondata sulla condivisione, sulla reciprocità e sulla cooperazione fosse riacquisire un minimo il diritto di godere collettivamente delle festività, sottraendole alla mercificazione invasiva e alla irriducibile colonizzazione frenetica della produzione e del consumo?

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