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Tra 'skills' e disoccupazione giovanile: come l'Europa privatizza l’istruzione

  • Scritto da  Daniele Di Mitri - board member Obessu
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emiciclo parlamento europeo

L’idea della scuola-azienda che si nasconde dietro il progetto di legge Aprea, che tenta di delegittimare il ruolo delle rappresentanze studentesche, trasformare i consigli d’istituto in consigli di amministrazione e permetterne l’accesso ai privati, è solo una delle tante forme con cui si declina il processo europeo di privatizzazione dell’istruzione.

A più di dieci anni dall'avvio del processo di Bologna, che ha riordinato la formazione universitaria, le istituzioni europee, in una situazione  di recessione provocata dalla crisi economica con  ripercussioni in tutti settori in termini di occupazione e diffusa contrazione, si è rafforzata sempre più la necessità del libero mercato di controllare i processi di creazione e trasmissione del sapere. Le istituzioni europee, portavoci delle istanze neoliberiste, hanno ben chiara la strategia su come concludere il  processo di assoggettamento a trecentosessanta gradi dell’istruzione e della formazione ai fini della produzione.

L’arma del ricatto utilizzata astutamente nella strategia “Ripensare l’Educazione” presentata dalla Commissione europea  è quella della disoccupazione giovanile. Tutti i giovani europei hanno sperimentato sulla propria pelle come la crisi del mercato del lavoro abbia comportato un innalzamento vertiginoso del tasso della disoccupazione. Tale tasso, soprattutto nell’area dei paesi PIIGS, è infatti molto drammatico. 

È unanimemente comprovato che i giovani inoccupati o NEET hanno un fortissimo costo sociale, che si ripercuote negativamente sull’economia comunitaria e nazionale e funge anche da ostacolo alla ripresa e alla crescita economica. Sulla base di questo ragionamento, l’Unione europea, che si pone come chiaro obiettivo la crescita economica e l’aumento della produttività – sebbene celi questi obiettivi dietro l’aggettivo sostenibile – si serve astutamente del problema della disoccupazione giovanile e dei costi gravosi che da essa derivano, per appropriarsi definitivamente dell’istruzione, modellandola in modo tale da ottenerne il massimo dei benefici. 

La tesi di “Ripensare l’Educazione” e delle politiche europee in materia d’istruzione punta tutto sul ruolo fondamentale delle skills (in italiano qualifiche, capacità, competenze, abilità) e su come esse diventino gli elementi unitari e compositivi dell’istruzione. Cosi come un fotografia digitalizzata si esprime in pixel, allo stesso modo l’istruzione e la formazione vengono definite in skills. Così avviene che avere un titolo di studio, come un diploma di maturità, non rappresenti più il termine di un percorso di formazione e di appropriazione di sapere e saper fare continuo, bensì un complesso di competenze discreto, enumerabile, quantificabile, scomponibile e soprattutto mercificabile. 

Avviene inoltre che la disoccupazione non venga vista come distribuzione iniqua del lavoro, ma come mancata corrispondenza fra le skills di chi termina percorsi di formazione e le skills richieste dal mondo del lavoro e dalle imprese. Lo skills mismatch (disparità di qualifiche), dunque, diventa allora  il problema principale da risolvere  secondo la logica delle politiche europee dell’istruzione per le  quali  i sistemi formativi  dovrebbero tutti essere ripensati sulla base del conseguimento di tali skills

“L'istruzione e la formazione possono contribuire alla crescita e alla creazione di posti di lavoro solo se l'apprendimento è incentrato sulle conoscenze, sulle abilità e sulle competenze che gli studenti devono acquisire (risultati dell'apprendimento) attraverso il processo di apprendimento invece che sul completamento di un determinato ciclo o sul tempo trascorso a scuola.” – da Ripensare l’Educazione

La certificazione delle skills, intesa come validità nel curriculum vitae ed il loro riconoscimento, inteso come spendibilità di queste in maniera flessibile nel mondo del lavoro, costituisce per la Commissione europea la vera posta in gioco. Le skills riconosciute dall’Unione europea hanno inoltre una struttura gerarchica resa possibile dalla loro quantizzazione: si comincia dalle skills di base, come le abilità di lettura e scrittura, l’alfabetizzazione matematica e scientifica, competenze spesso oggetto di valutazione dei test OCSE-INVALSI; le skills STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica); le skills professionali, relative all’istruzione e la formazione professionale, le quali devono essere sempre più reattive al mercato del lavoro; le skills IT (abilità informatiche) e le conoscenze dell’inglese e delle altre lingue straniere; le skills imprenditoriali, o anche dette trasversali, come la capacità di risolvere problemi, lo spirito d’iniziativa e persino il pensiero critico.

Il risultato è una topografia preoccupante di tutto lo scibile umano, che tenta di mettere a valore ogni singola conoscenza o competenza. Tale processo di appropriazione indebita della conoscenza avviene per mezzo di tante misure chiave annunciate dalla Commissione. Esse sono dirette non solo alla “catalogazione delle skills” degli studenti, ma anche quelle degli stessi insegnanti, i quali devono modellare e aggiornare i loro metodi di insegnamento per renderli skills-oriented. Per questo motivo, secondo i parametri europei, sono necessari nuovi e forti partenariati delle scuole con le imprese, che non avverranno solo più per i periodi di alternanza scuola-lavoro nell’istruzione professionale. Addirittura fin dalla scuola primaria, si legge, “è necessario che tutti gli studenti possano fare esperienza imprenditoriale”. 

La retorica utilizzata dall’Unione europea e dai suoi tecnici altamente specializzati sottende un vero e proprio ricatto per l’intero mondo della formazione. Con la trasposizione dei saperi in skills si colpevolizzano di fatto i giovani che, invece di essere considerati come vittime della crisi, diventano il problema da risolvere. Non si mettono in discussione i modelli di produzione, la finanziarizzazione dell’economia o tutte le altre speculazioni operate dall’alta finanza, bensì si attacca l’istruzione e si imputa la colpa a studenti ed insegnanti di non aver acquisito o impartito skills a sufficienza.

Come può un giovane diventare esperto e competente se non riesce a sviluppare le proprie competenze lavorando? Come si fa a pensare che la scuola e l’università possano far sviluppare delle capacità che per secoli sono state fornite dalla diretta esperienza lavorativa? La risposta dubbia a questi quesiti lascia spazio ad una certezza: se non ci si accorge dell’abile tiro mancino messo in campo dall’Unione europea nei confronti dell’istruzione si rischierà di non riuscire a salvare quell’ultimo spazio libero che è la scuola dagli artigli del libero mercato. Gli studenti e le loro famiglie spenderanno fortune in master, corsi di specializzazione e di certificazioni sperando invano di diventare più competitivi nel mercato del lavoro, finendo per impoverirsi sempre più ed arricchire invece chi si è già da tempo arricchito.

L'autore è membro del board dell'Obessu, rete dei sindacati studenteschi europei.

Ultima modifica ilLunedì, 21 Ottobre 2013 16:25
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