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La Campagna 0.05 per una tassa contro la speculazione. Intervista a Leonardo Becchetti

  • Scritto da  Giacomo Gabbuti ed Elena Monticelli
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La Campagna 0.05 per una tassa contro la speculazione. Intervista a Leonardo Becchetti

Leonardo Becchetti, Ordinario di Economia Politica all’Università di Roma “Tor Vergata”, membro del consiglio di presidenza della Società Italiana degli Economisti, è presidente del Comitato Etico di Banca Etica dal 2005, coordinatore della Campagna 0.05 per la riforma della finanza. Autore di numerosi  saggi tra i quali “Il mercato siamo noi” edito da Bruno Mondadori, “Felicità sostenibile” edito da Donzelli e “Il denaro fa la felicità?” edito da Laterza, si occupa di finanza, microfinanza, commercio equo e solidale, responsabilità sociale d’impresa, rapporto banca-impresa, sviluppo economico ed economia della felicità. Gli abbiamo chiesto di raccontarci la Campagna 0.05 e la 1Million Petition per la tassa contro la speculazione. 

Professore, ci può raccontare brevemente come nasce la Campagna 0.05, chi la anima, e quali sono gli obiettivi?

La campagna nasce per incidere su quelle che riteniamo essere le vere cause della crisi economica occidentale, una crisi che non nasce da stati spendaccioni, ma da una finanza pletorica (consiglio il working paper del Fondo Monetario Internazionale intitolato “Too much finance?”) che sta creando seri danni all’economia reale e ha invertito per la prima volta il rapporto storico e positivo tra finanza e settore reale. La crisi di questa finanza pletorica e speculativa ha reso necessari onerosi salvataggi pubblici e ha provocato un peggioramento delle finanze pubbliche e una recessione da cui i Paesi occidentali faticano a riprendersi. Ancora oggi le banche centrali iniettano moneta in un acquedotto che perde. La finanza è tornata ai massimi, mentre non sappiamo se l’economia reale ci tornerà mai. Per evitare che quei soldi si perdano solo in circuiti speculativi e nel trading ad alta frequenza, la Campagna 0.05 afferma che sono necessari quattro interventi: il varo di una tassa sulle transazioni finanziarie (TTF), la separazione tra banche commerciali e banche d’affari, che vieti alle banche commerciali il trading proprietario, proprio come avveniva ai tempi del Glass-Steagall Act, la regolamentazione e registrazione dei derivati e la lotta ai paradisi fiscali.

La Tassa sulle Transazioni Finanziarie (TTF) è uno dei cavalli di battaglia della Campagna 0.05. In cosa consiste la proposta e in che senso potrebbe costituire, come dichiarato sul sito della Campagna, “una soluzione alla crisi economica”?

Oggi il denaro che la Banca Centrale Europea trasferisce alle banche viene immesso in circuiti speculativi molto più che andare a vantaggio dell’economia reale. Per banche massimizzatrici di profitto fare credito, un’attività molto competitiva i cui margini si sono fortemente ridotti nel tempo, è molto meno redditizio che fare carry trade, ovvero utilizzare i soldi di Draghi per acquisti/vendite di titoli a breve. Con la TTF, il trading ad alta frequenza (tante piccole operazioni a basso rendimento condotte in un limitato lasso di tempo) diventa non più profittevole. Il vantaggio relativo dell’attività speculativa rispetto al credito all’economia si riduce. 

Una critica “da destra” alla TTF è quella secondo cui la tassa ‒ soprattutto in questo momento di crisi ‒ avrebbe come risultato una ulteriore contrazione del mercato del credito. In particolare, che effetti avrebbe la TTF sui piccoli risparmiatori e sui tassi cui attualmente le piccole imprese accedono al credito? Ci sarebbero possibili riflessi anche sul mercato dei mutui immobiliari?

La TTF non ha nessuna incidenza negativa sul mercato del credito, che è un mercato molto competitivo, in cui eventuali aggravi di costi per le banche che fanno speculazione non possono essere trasferiti sui consumatori. Come dicevo poc’anzi, in realtà la TTF vuole modificare il costo relativo dell’attività speculativa rispetto a quella creditizia e questo dovrebbe aiutare il credito. Inoltre, con l’aliquota che la Campagna 0.05 propone (il 5 per 10.000), l’effetto su un cassettista sarebbe veramente irrisorio.

L'introduzione non coordinata a livello globale di simili misure porterebbe, secondo molti, solamente a uno spostamento delle operazioni su altri mercati, facendo dunque svanire i vantaggi fiscali per lo Stato: questo effetto era già stato riscontrato per l’Italia dal Sole24Ore. Cosa risponderebbe a questo tipo di critica?

La tassa è in vigore in molti singoli stati che l’hanno adottata senza il bisogno di aspettare una tassa mondiale. Si tratta di paesi (in primis il Regno Unito) dove i mercati finanziari sono fiorenti. E questo dimostra l’insussistenza dell’argomento. Le presunte fughe di capitali si riducono quasi del tutto se si adotta il principio di tassazione proposto dall’UE, per la versione della TTF che si vuole varare nell’Unione il prossimo anno. Questa prevede che si tassi per nazionalità dell’asset oppure di uno dei due intermediari. Per non pagare la tassa bisogna non avere più neanche una sussidiaria in Europa e questo diventa difficile.

“Da sinistra”, dopo aver evidenziato le storture provocate dall’eccessiva finanziarizzazione dell’economia, la TTF viene considerata spesso come una misura piuttosto marginale, anche se rivolta nella giusta direzione. Secondo lei, la TTF è sufficiente a limitare il potere della finanza? Quali altri misure andrebbero prese per renderla pienamente efficace?

Anche i promotori della Campagna 0.05 concordano sul fatto che la TTF non sia, da sola, una misura sufficiente. Per questo, come già detto, lavoriamo simultaneamente su quattro fronti: oltre al varo di una TTF, vogliamo la separazione tra banca commerciale e banca d’affari, una regolamentazione e registrazione dei derivati e la lotta ai paradisi fiscali. Su questi ultimi fino a qualche tempo fa gli Stati chiudevano un occhio, ma oggi, date le ristrettezze di bilancio, questo non è più possibile. Eliminare i paradisi fiscali è molto semplice: a San Marino, ad esempio, si è scelto di imporre la trasparenza sulle informazioni bancarie e il divieto di fiduciarie o società senza dipendenti. Grazie a questo, San Marino non è più un paradiso fiscale. Anche la TTF può contribuire alla lotta ai paradisi fiscali: è sufficiente imporre un livello di tassazione molto più alto per tutte le transazioni “fittizie” che le società realizzano con le isole Cayman o altri paradisi fiscali che, in tal modo, si sgonfiano.

A questo riguardo, dopo anni in cui si è visto solo il lato benefico dell’unificazione dei mercati finanziari, a un livello non solo europeo, alcuni economisti hanno ricominciato a parlare della necessità di reintrodurre limitazioni e controlli sui movimenti di capitale, suffragati in parte persino dall’FMI. Qual è la sua opinione in merito? La TTF è da intendersi come un passo in questa direzione?

Concordo sul fatto che abbiamo bisogno di capitale paziente e non di una cosiddetta slot-finance, in cui si punta ad ottenere rendimenti insensati a brevissimo termine speculando sui mercati. La TTF è un modo per eliminare alcuni tipi più volatili di movimenti di capitali e in particolare il trading ad alta frequenza, che non sarebbe più economicamente conveniente con la TTF in vigore.

Uno dei concetti che giace dietro la regolamentazione della finanza è quello di “bolla speculativa”: il neo Nobel Fama ha recentemente affermato di ritenere che queste bolle “non esistono”; il suo collega Shiller afferma che esse sono invece dipendenti dall’irrazionalità degli operatori finanziari, mentre una parte più “eterodossa” dell’accademia le vede addirittura come, citando Brancaccio, “una necessità vitale dell’attuale regime di accumulazione capitalistica, fondato sulla centralità del mercato finanziario”. Quale visione ha delle bolle speculative chi promuove la TTF?

Se le banche centrali continuano ad iniettare grandi quantità di moneta in un sistema finanziario con queste regole (senza la separazione tra banca commerciale e banca d’affari e senza una penalizzazione come la TTF per il trading ad alta frequenza) il risultato è proprio quello che i soldi dati alle banche per finanziare l’economia reale finiscono in speculazioni finanziarie che creano nuove bolle. E quando le bolle scoppiano bisogna intervenire per salvare gli intermediari che privatizzano i profitti e socializzano le perdite. Se questo circuito perverso continua, ciò significa che è proprio vero che le bolle sono in un certo senso fisiologiche. Le nostre quattro proposte, assieme ad un deciso sviluppo di intermediari bancari non massimizzatori di profitto (banche cooperative e banche etiche), rappresentano, a nostro modo di vedere, la soluzione.

Proprio dai suoi colleghi che citavamo sopra è partito un appello che afferma che, senza una svolta di politica economica, “l'euro è condannato”. Cosa ne pensa? La TTF può essere il primo passo per una diversa cooperazione economica europea? 

Sono assolutamente d’accordo. Io sono a favore dell’euro e dell’integrazione dei popoli. Ma penso anche che se continuiamo in questa politica del “rubamazzo” dove l’obiettivo è avere un export più competitivo procedendo per deflazioni interne e riduzioni di salari e prezzi finiamo come siamo finiti in una spirale recessiva che fa esplodere i debiti. E non solo noi ma tutta l’UE. Pertanto se non si cambia strategia e si adotta una politica macro più simile a quella attuale degli Stati Uniti l’euro rischia di saltare. La TTF è un primo passo per raccogliere risorse dalla finanza a favore dei bilanci pubblici, ma certo da sola non può bastare su questo specifico fronte. L’insieme delle nostre quattro proposte, compresa la lotta ai paradisi fiscali, e assieme a una politica macroeconomica dell’Unione che rilanci finalmente la domanda interna, può invece rappresentare una svolta. 

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