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La mercificazione del lavoro nella crisi del modello emiliano

  • Scritto da  Simone Fana
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La mercificazione del lavoro nella crisi del modello emiliano

A Modena e in Emilia, il tempo sembra tornato rapidamente indietro, un nuovo Medioevo riemerge nelle forme del caporalato, del lavoro privo di tutele, come dimostra la drammatica notizia di un’agenzia del lavoro che offre mano d’opera rumena senza diritti, tfr, 13esima, malattia.

Una notizia che scuote alle fondamenta il mito della regione rossa, quella del miracolo del modello emiliano, capace di coniugare crescita economica e benessere diffuso, libertà di impresa e diritti sociali.

I segnali di questo logoramento erano apparsi plasticamente nel dilagare dell’astensionismo alle ultime elezioni regionali, un fenomeno nuovo nella regione avanguardia del civismo e del buon governo. Eppure a ben guardare, quel dato mostrava con maggiore chiarezza una tendenza che si era ormai consolidata lungo un decennio, segnato dall’aumento delle diseguaglianze di reddito, dall’emergere di nuove povertà, dai dati sulla disoccupazione giovanile. Ma dentro quel fatto inedito che segnava una rottura storica, il Pd e il Presidente del consiglio non mancarono di minimizzare l’accaduto come fatto secondario, che non poteva offuscare la vittoria del partito e del suo leader. La questione democratica diventava così un elemento residuale, questione da relegare nel campo di pertinenza dei gufi di professione, interrogarne le cause era una perdita di tempo.

In pochi ebbero il coraggio intellettuale di scorgere nel riflusso democratico i segni tangibili di un tessuto economico e sociale sfibrato dalla crisi, dove interi comparti industriali erano costretti a chiudere mentre altri sceglievano di spostare interi asset produttivi all’estero e la criminalità organizzata diventava un fatto reale. Davanti alla crisi strutturale del comparto biomedicale, della ceramica e del metal meccanico si dispiegava una trasformazione antropologica che finiva per riconoscere quello che molti oggi sono costretti ad ammettere, ovvero la fine di un modo diverso di concepire il rapporto tra la politica, l’economia e la società.

La spinta propulsiva dettata dalla relazione virtuosa nata nel dopoguerra tra grandi partiti e piccole imprese si è esaurita nella contiguità degli eredi del PCI con le linee distruttive di un liberismo che non conosce freni alla sua sete di accumulazione. Il sistema cooperativo nato come modello di sviluppo alternativo a quello mercatista si è trasformato nel tempo nel suo contrario, luogo di sfruttamento di mano d’opera a basso costo, in cui intere generazioni di lavoratori sono costretti ad accettare condizioni di lavoro al limite della legalità. Corruzione e malaffare hanno ridefinito i confini e il funzionamento di un intero modello di governance, come dimostrano le recenti indagini della magistratura sul “sistema corruttivo” della CPL CONCORDIA (società operante nel mercato della conversione energetica) e di un pezzo rilevante del mondo delle cooperative.

Chi sta pagando il conto più alto della crisi e del malaffare sono le giovani generazioni, ormai ai margini dei processi formativi e produttivi, come testimoniano i dati riguardanti l’aumento dei NEET (giovani che non studiano e non lavorano), oggi 112.000, e le cifre sulle emigrazioni che raccontano di giovani che decidono di lasciare il paese di origine per trovare opportunità di impiego coerenti con i percorsi formativi all’estero (oggi in Emilia sono più di 3000 i giovani dai 20 ai 40 anni che emigrano).

In questo scenario non sorprende vedere volantini che invitano imprenditori famelici ad acquistare mano d’opera senza diritti, semplicemente perché in Emilia come nella parte più violenta del Sud Italia, il lavoro ha smesso di essere la pietra angolare di una civiltà ed è diventata nel tempo merce di scambio usata per distruggere le ultime tracce di un modello che aveva saputo saldare libertà e uguaglianza.

In tempi di indignazione a singhiozzo, non basta esprimere sgomento davanti all’aggravarsi delle condizioni di isolamento dei tanti lavoratori italiani e stranieri, occorre costruire un’opposizione netta e radicale che si assuma la responsabilità di indicare un’alternativa reale alle politiche di smantellamento dei diritti, a partire dal Jobs Act.

Non possiamo infatti negare che nell’emersione di episodi di sciacallaggio si nasconda una cultura del lavoro che ne legittima il senso, ne permette la nascita e la diffusione.

Come nel romanzo di Valerio Evangelisti “Il Sol dell’Avvenire” dedicato alle lotte dei braccianti romagnoli alla fine dell’800, la costruzione di una società più giusta passerà dalla capacità di creare un fronte popolare che rimetta al centro la lotta per restituire dignità al lavoro.

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